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Premio Letterario Racalmare l. Sciascia Citta’ di Grotte, XX Edizione. 1° premio a “Terra Matta” di Vincenzo Rabito.

La Giuria del Premio letterario Racalmare L. Sciascia Città di Grotte ha assegnato il premio della XX edizione al libro Terra matta di Vincenzo Rabìto. La Giuria si è resa conto che il mondo letterario italiano, in quest’anno 2007, è stato scosso da un avvenimento eccezionale che ha fatto riflettere i letterati su quelli che sono i canoni fondamentali della narrativa.

Infatti il libro che sta avendo maggior successo di pubblico e di critica è stato scritto da un semi analfabeta di Chiaramonte Gulfi. Il libro si intitola “Terra matta” ed è stato scritto da Salvatore Rabito nel suo dialetto vivo di Chiaramonte e con molte imperfezioni che il curatore della pubblicazione ha dovuto eliminare in parte.

Salvatore Rabito è un ragazzo del ’99 e ha cavalcato tutto il XX secolo fino al 1981, data della sua morte.

Ha vissuto la cattiva “ebica” della fame e della miseria di inizio secolo che per lui è stata ancora più nera per la prematura morte del padre che gli lasciò sulle spalle una famiglia numerosa composta da sette figli, è stato protagonista della prima guerra mondiale, ha vissuto il periodo dei grandi scioperi degli anni ’20 e l’avvento del Fascismo. E’ stato protagonista delle guerre coloniali che Mussolini condusse in Africa, della seconda guerra mondiale, del periodo della ricostruzione e quindi del boom economico o come la chiama lui della bella “ebica”.

Prima di morire Rabìto si rese conto che tutto quello che lui aveva vissuto, per la straordinarietà degli eventi non poteva andare perduto, per cui comprò una vecchia Olivetti e si mise a scrivere un suo memoriale.

Rabito era semi analfabeta, aveva la quinta elementare che gli avevano regalato per metterlo in condizioni di lavorare, leggeva solo qualche giornale: ebbe a leggere il Conte di Montecristo, qualche libro sui Paladini di Francia, e certamente tanti altri, come ci conferma il figlio Salvatore.

Per cui la sua scrittura è stata insicura, imperfetta e dopo ogni parola metteva, non si sa per quale ragione, un punto e virgola. Con un ritmo regolare che durò circa sette anni scrisse 1100 pagine che, alla sua morte, il figlio inviò al concorso di Pieve Santo Stefano dove si svolge un concorso dedicato alla diaristica e vinse il primo premio.

La casa editrice Einaudi, capì il grande valore del racconto e la bellezza del modo di narrare di Rabìto e ne fece una pubblicazione di 400 pagine.

Il libro è diventato il caso letterario dell’anno prima di tutto per l’importanza degli avvenimenti raccontati, per il modo vivo e frizzante con cui vengono narrati, per le profonde considerazioni fatte dal Rabìto e poi per il linguaggio che ci riporta ad Alessio Di Giovanni che scrisse nel dialetto di Cianciana ma anche nel dialetto di Noto che certamente dovrà avere qualche assonanza con quello di Chiaramente Gulfi per la loro vicinanza. E per dirla con il Di Giovanni, il libro di Rabito è scritto “nella gagliarda e ardente, armoniosa e soave, ed incisiva lingua di Sicilia”.

E sempre il poeta felibrista Di Giovanni, a proposito del fatto di scrivere in siciliano, ebbe a scrivere il 30 novembre 1938 : “comprenderanno senz’altro perché ho scritto anche questo romanzo in siciliano: non perché non ami e non conosca e non apprezzi la nostra gloriosa e duttile e perfetta lingua nazionale ( che, da quarant’anni a questa parte, studio con sempre vivo, appassionato amore); ma per un istintivo, irresistibile bisogno di rendere l’intima anima della mia terra, con quella semplicità spontanea e con quella sicura immediatezza che si possono ottenere interamente adoperando il vermiglio linguaggio dell’isola, perché soltanto con il suo corrusco fiammeggiare e con la sua armonia accorata, si può dare un’impronta schiettamente paesana alla narrazione.

Interpretazione teatrale dell’attore e regista siciliano Vincenzo Pirrotta:

E Rabito, come Di Giovanni, con il suo linguaggio riesce a rendere l’anima della nostra terra con semplicità spontanea, con sicura immediatezza, divenendo grande “cuntore” di grandi cose.

Rabito con il suo libro supera ogni fantasia e nessun critico potrà rendere la bellezza del libro anzi sarebbe bene parlarne poco e dire ai lettori di leggerlo per assaporarne pagine di stile “manzoniano”.

Manzoni descrisse il ‘600 in maniera impareggiabile, Rabìto scrisse la sua “ebica”, la sua avventura umana, raggiungendo toni di rara bellezza. “E io tuttu quello che scrivo, magari che si capisce poco, è tutta verità, perché ci ho tante e tante prove

. E a tal proposito è da dire che Vincenzo Rabito qualche contatto con l’opera di Manzoni lo avrà certamente avuto attraverso i libri del figlio Salvatore. “Quando scrive “Addio Chiaramente, chissà se ci vediammo” il riferimento a Manzoni ci sembra preciso.

Rabito con il suo capolavoro letterario ci fa rivivere il secolo passato dal di dentro, ci fa conoscere le guerre per come duramente e terribilmente le vivono quelli che le fanno, ci fa conoscere lo sviluppo sociale del ‘900 che, attraverso fasi alterne passa da “ebiche amare” a “ebiche” di grande benessere, ci descrive i sentimenti umani con finezza: l’amore per la madre è la sinfonia più bella del libro.

Insomma “Terra matta” è l’evento letterario di quest’anno e resterà sempre scolpito nei nostri cuori e nelle nostre menti.

Agrigento,lì 30.9.2007 gaspareagnello@virgilio.it