Lo scrittore siculo-veneto Antonio Russello torna, in pochi anni, per la sesta volta in libreria grazie alla casa editrice di Treviso Santi Quaranta con il libro “La grande sete” che l’autore pubblicò nel 1961 con La casa editrice Rebellato e che scrisse in occasione dell’uccisione del Commissario Cataldo Tandoj.
Dobbiamo subito dire che il libro è di sapore brancatiano fino al punto che, in certe parti, può sembrare un plagio nei confronti dello scrittore di Pachino, ma questo dubbio svanisce quando si vede che l’opera di Russello ha una dimensione sua propria e tutta particolare.
Lo scirocco avvolge, come una cappa di piombo, tutta il libro ed il territorio di Favara da cui parte Sardella l’assassino del Commissario e il territorio di Agrigento, dove trionfa la bella Maria Righi, moglie del Commissario che, con la sua bellezza, conquista la città.
La via Atenea viene sconvolta dal passaggio di Maria, come la via Etnea da Ninetta. E qui lo scrittore sviluppa la sua tematica sulla grecità dei siciliani, sulla sete di acqua, di donne, di giustizia, di cultura di cui è affetta la Sicilia.
Le vicende che si svolgono attorno a Maria sono emblematiche di un costume siciliano: il Prof. Augenti che vuole conquistare la donna con la cultura mentre Don Mimì Lo Bue tenta la conquista con la potenza della sua ricchezza. E’ il danaro che vince e l’equivoca figura di Don Mimì possiederà la bella Maria Gloria. La scena nella quale Don Mimì possiede Maria è di una delicatezza e di una bellezza eccezionale e raggiunge gli stessi toni del “Preludio d’amore e morte di Isotta” che si diffonde nella stanza ovattata del Barone agrigentino. In questo scontro amoroso Russello descrive La città di Agrigento in modo stupendo e meraviglioso. Forse mai scrittore siciliano ha dato un quadro così completo e bello del paesaggio agrigentino.
Paesaggio e sentimenti si fondono e si confondono come le stratificazioni delle varie culture che hanno formato l’uomo siciliano e quindi quello agrigentino che vive di amore e morte.
Antonio Russello, ispirandosi al discorso della montagna del Cristo, immagina che Gesù salga sulla Rupe Atenea per dire agli agrigentini: volete l’acqua. Io ve la do a condizione che voi vogliate attuare il quinto comandamento: non ammazzare.
Ma gli agrigentini questo non lo possono fare perché con la morte, con l’uccisione regolano i loro conti: preferiscono subire la sete che ancora oggi ci attanaglia.
Infatti il Commissario Righi, che era venuto in Sicilia per amministrare giustizia, finisce ucciso, non si sa perché e ritornerà nella sua Mantova dentro una bara.
E mentre muore dinanzi alla veduta dei templi sussurra alla moglie: “La Sicilia, vedi? Che doveva finire con oggi. Invece me la sono portata tutta nel sangue, all’infinito”.
A differenza del Capitano Bellodi de “Il giorno della civetta” , Righi in Sicilia ci muore. Due commissari venuti dal Nord in Sicilia: uno più fortunato, anche sul piano letterario, l’altro rimasto sconosciuto ma non per questo meno bello.
In questo libro Russello subisce una grossa evoluzione linguistica abbandonando la parlata “impervia” de La luna si mangia i morti” per accedere ad una lingua sempre raffinata e dotta ma più piana, una lingua che merita attenzione e studio.
Con “La grande sete”, ove ce ne fosse ancora bisogno, Russello si colloca a pieno diritto, nel Panteon dei grandi scrittori italiani del secondo novecento.
Il libro “La Grande Sete” noi l’avevamo recensito circa quattro anni addietro auspicando che qualche editore ne curasse la pubblicazione.
La casa editrice di Treviso Santi Quaranta ha capito l’importanza dell’opera e ha contribuito a realizzare il nostro sogno di rivedere la grande sete ripubblicata per il grande pubblico italiano che sicuramente la apprezzerà.
Agrigento,lì 30.10.2007 gaspareagnello@virgilio.it



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