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Giorno 18 aprile 2008 alle ore 18 presso la Biblioteca Museo Pirandello di Agrigento presento il mio saggio critico su “Il Gattopardo” “Dalla Parte di Sedàra?” “Gattopardi, Leoni,sciacalletti, iene”, che si impreziosisce della copertina del pittore agrigentino Gianni Provenzano e delle magnifiche fotografie del fotografo d’arte Angelo Pitrone, oltre che da una prefazione del Prof. Pasquale Hamel Direttore scientifico del Parco Letterario Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

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La presentazione è stata affidata al Prof. Hamel e al Dr. Ubaldo Riccobono che curerà una introduzione multimediale, mentre la professoressa Agata Gueli coordinerà la manifestazione.

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Questo saggio nasce dalla esigenza di rileggere l’opera di Tomasi di Lampedusa per poterne parlare nella mia trasmissione televisva in occasione del 50° della pubblicazione de “Il Gattopardo”..

Ma leggendo il libro con occhi più smaliziati di cinquanta anni addietro mi sono accorto di alcune sottigliezze che correvano nel libro come fendenti:  il Don del Principe veniva scritto con la lettera maiuscola, il don di Sedàra con la lettera minuscola; il suocero di Sedàra viene chiamato Peppe Merda, davanti la porta di casa Sedàra viene collocata “una pisciata di mulo”, che Tancredi deve scansare per potere andare dalla sua Angelica, la casa del Principe è il palazzo, la casa Sedàra è una semplice casa, il frak di Sedàra è ridicolo e mal fatto, quello del  Principe veste bene il signore.

E questo fino al punto che il Principe afferma di odiare il  Sindaco Sedàra, che durante il ballo parla dei suoi interessi e valuta tutto lo sfarzo del salone in termini monetari, mentre la nobiltà si lascia prendere dallo svolazzare dei valzer viennesi.

Tutto questo mi ha ricordato la mia giovinezza quando al mio paese le signore della decadente nobiltà venivano chiamate signore, mentre le signore della nascente nuova classe venivano chiamate “la gnura”.

Gli amministratori eletti con il Blocco del Popolo e che venivano dalla classe proletaria venivano guardati con disprezzo e riveriti solo se raggiungevano i posti di potere.

Tutto questo mi ha indotto a tentare di difendere il Sedàra, per cui ho cercato di fare un esame autoptico del libro e mi sono accinto, dall’angolazione del proletario, di studiare la tematica del Lampedusa, partendo evidentemente dal concetto che avevo a che fare con uno scrittore di grande spessore,  con un uomo di una cultura sterminata, di un cittadino europeo, di un personaggio che conosceva certamente Marx e Gramsci, dei quali ha tenuto debito conto nel suo capolavoro.

E allora un uomo di questa dimensione perché fa sposare il nipote del Principe  con la figlia di Sedàra facendolo guardare “in basso” per guardare “in alto?”; perché  immagina che  il Salina si rivolge a gente di poco conto per far difendere il Palazzo dalle orde Garibaldesche?

Lampedusa capisce quello che sta avvenendo in Sicilia, ma anche nel mondo, e tratta la materia che è nelle sue mani con amarezza ma soprattutto con ironia. Sa che il cammino del mondo è irreversibile e cerca di cogliere il ridicolo, il buffo di questo cammino.  Sedàra è il nuovo che avanza, il vecchio è destinato a morire irrimediabilmente e però nessuno può dire che il nuovo sia meglio del vecchio. E poi dal discorso di Don Fabrizio a Chevalley, ognuno può capire la grandezza dell’opera.

Don Fabrizio intanto dice che Lui, rappresentante della vecchia nobiltà, non può accettare di  rappresentare in Senato il nuovo ma d’altro canto il nuovo in Sicilia è frutto di un processo  storico che non ha consentito il formarsi di una nuova coscienza  civile. Secoli di dominazioni, quella spagnola, quella francese che si aggiungono a tutte le altre che la Sicilia ha subito fin dai tempi in cui il mediterraneo cominciò ad essere solcato da navi.

Quindi mentre in Italia si materializzavano le civiltà dei Comuni, delle Signorie, del Rinascimento, della Riforma, della Rivoluzione francese, in Sicilia regnavano gli stranieri che imponevano terribilmente la inquisizione e le espoliazioni.

Allora  si capisce che il nuovo è frutto di questo precesso storico ed è chiaro che in Sicilia non ci sono state le condizioni per il crearsi di una classe borghese, cosa che del resto è stato oggetto di studio dello stesso Gramsci a cui certamente il Lampedusa avrà attinto. E Sedàra, se è frutto di questo processo, non è difendibile: è uno sciacalletto cresciuto sotto le ali di una società feudale corrotta e decadente che era capace di allevare nel suo seno iene e sciacalletti.

Io ho tentato di difendere Sedàra, non ci sono riuscito e ho dovuto aggiungere al titolo del mio lavoro una significativo punto interrogativo, ma tutto questo non mi impedisce di provare una certa simpatia per Sedàra, perché tutti noi siamo figli di Sedàra e, se valutiamo i risultati raggiunti dalla nostra terra, dobbiamo dire che Lampedusa non aveva tutti i torti nel pronosticare l’avvento di iene e sciacalletti.

gaspareagnello@virgilio.it