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Nel 2007 uno piccolo editore di Trapani Navarra Editore” ha dato alle stampe un libro del giovane venticinquenne Alessio Taormina “Il sonno del cane”. Il libro è stato presentato in Agrigento in una maniera insolita e cioè con musiche suonate dallo stesso autore e con diverse letture effettuate dallo stesso e da un suo amico. Io l’ho avuto in omaggio dalla bellissima mamma di Alessio ma non mi è venuta mai la voglia di leggerlo perché mi è sembrato assurdo che un giovane all’età di 23/ 24 anni potesse produrre un’opera letteraria degna di tal nome e ciò anche perché oggi lo scrivere è diventato uno sport che investe molti, anche se questo, a mio avviso, è un fatto assolutamente positivo che va incoraggiato perché così la nostra generazione potrà lasciare tante testimonianze del nostro passaggio sulla terra e del nostro tempo.

Ma se la curiosità è donna non impedisce che qualche volta diventi uomo, anzi quasi certamente gli uomini siamo più curiosi delle donne, per cui ho dato un a sbirciata alla prime pagine de “Il sonno del cane” trovandovi una prosa bella, scorrevole, pulita e molto elegante.

Mi sono subito convinto che il libro non poteva essere “farina del suo sacco” e che probabilmente era stato scritto a quattro mani per cui lo ho lascito sul comodino e ogni tanto guardavo la fotografia della copertina che mi riportai quartieri del Rabato agrigentino.

Ma il lunedì di Pasqua di quest’anno 2008 è stato uno di più terribili sotto il profilo meteorologico e non ci ha consentito di mettere il naso fuori la porta per cui sono rimasto quasi tutto il giorno sotto le coperte.

Non avevo nulla da leggere, ho visto il libro di Alessio Taormina, ne ho contate le pagine e visto che non era troppo lungo mi sono accinto alla fatica di leggerlo, riprendendolo dalla prima pagina e dalla “drammatica” prefazione del Prefetto Fulvio Sodano.

Il maresciallo Calascibetta, mi ha subito conquistato e mi sono lasciato scorrere, come un rosario, le giornate del maresciallo di Porto Carnara che, suo malgrado, si trova invischiato in una terribile vicenda di mafia, politica, affari, con tanti morti e tante persone “desaparosidos.”

La caserma è una famiglia dove Calascibetta fa lo scopone con i suoi uomini: il brigadiere Licata e gli appuntati Scifo e Guttuso il quale ultimo risulta essere un personaggio comico ma alquanto amabile.

Guttuso riceve una telefonata con la quale annunziano la presenza di un cadavere in una strada della quale il povero Guttuso storpia abbondantemente il nome e Via Federico Barbarossa diventa un nome inestricabile a cui bisogna arrivare per approssimazione.

Il corpo ritrovato riverso sulla strada è quello dell’Assessore comunale Papalia il quale era venuto in rotta di collisione con interessi della mafia e della politica che ruotavano attorno al problema dei pozzi e quindi dell’acqua.

E qui il giovani Taormina dimostra una conoscenza perfetta degli ingranaggi che si muovono e che si sono mossi attorno a queste questioni nella nostra terra di Sicilia e in special modo in Agrigento e a Palermo, fino al punto da lasciare stordito anche me che da 70 anni mi muovo nel mondo della politica e del sindacato. Iniziano le indagini, gli interrogatori, i contatti con il capitano dei carabinieri Ursi e con il procuratore della repubblica D’Antoni.

Nel frattempo sparisce, il consigliere comunale Mazzaglia che, qualche giorno prima, era stato dal maresciallo per chiedere protezione in quanto si sentiva minacciato. Nella vicenda entrano la bella moglie di Mazzaglia, l’ex onorevole Colasanti, l’ex Marescialli D’Antonio che, pur pensionati, da una mano d’aiuto al collega in quelle indagini così difficili e complicate e il fratello del Maresciallo che è il direttore del giornale locale “Il Mazzetto” e che riesce a conoscere i fatti prima che li conoscessero gli uomini di legge e a scoprire particolari ignoti alle forze dell’ordine.

C’è nel libro un personaggio strano che vive in una masseria e che è sconosciuto a tutti ma che certamente deve essere a conoscenza di tanti fatti se è colui che comunica al maresciallo che Mazzaglia è stato ucciso e il luogo dove si trova il cadavere.

I fatti e gli interessi che si muovono attorno a questi fatti sono più grandi di ogni immaginazione da parte della gente comune e il maresciallo teme che da un momento all’altro potessero sostituirlo con un ufficiale, mandando a monte investigazioni delicate che possono avere uno sbocco positivo per alcuni colpi di fortuna e per la conoscenza antica della vita sociale della zona: le condotte dell’acqua che si rompono ripetutamente, il mancato stanziamento di fondi per ripararle e, ove riparate, le altre rotture, e i pozzi in mano ai mammasantissima e le autobotti che girano in lungo e in largo a fornire il prezioso liquido (qui, dice Antonio Russello, bisognerebbe che Dio trasformasse il vino in acqua) e la farebbero scomparire lo stesso, aggiungiamo noi. E tutto questo che si trasforma in voti elettorali producendo deputati asserviti agli interessi loschi delle “famiglie”.

Ma il mondo si muove a va avanti e ai padri si sostituiscono i figli che sono più esigenti, più raffinati nel condurre gli affari e i vecchi arnesi non bisognano più e bisogna sostituirli con personaggi più moderni e poi capaci o meglio più rapaci e con meno scrupoli.

E il vecchio Onorevole Colasanti che va dal maresciallo per chiedere protezione e che poi va dal Procuratore a raccontare tutti i fatti a sua conoscenza, perché ha paura, sparisce nel nulla.

Alcuni nomi vengono fuori dalle indagini, da alcune soffiate e dalle confessioni e vengono operati diversi arresti e quindi le famiglie mafiose vengono decimate. Seguono altri morti, altre vicende che si rifanno a storie molto antiche e tutto è concatenato come in un gioco ad incastro.

Ma poi interviene il disinteresse generale e le indagini si chiudono “nel più siciliano dei disinteressi collettivi.”

E il vecchio della masseria dice al maresciallo: “Almeno mi consolo, maresciallo, pensando che ormai il vizio di scordarmi le cose non appartiene solo ai vecchi. Ormai, maresciallo, le cose se le scorda chiunque. Chiunque.

Del resto è meglio vivere la natura: “Maresciallo, maresciallo…guardate che meraviglia, dice il vecchio. Chi sciavuru di terra, maresciallo. E tirò un profondo sospiro a mimare la bontà dell’odore appena accennato. La frescura della mattina. Sentite gli uccelli? Li sentite? La gioia del risveglio sono, maresciallo. Del risveglio maresciallo, sì, sì proprio così.”

Cosa vuol dire l’autore con queste parole e con questa bellissima descrizione della natura?

E’ preso dal pessimismo e dalla irredimibilità della Sicilia? Lui è nato a Palermo ma è cresciuto nella terra dei gattopardi e si è abbeverato di letture severe per cui non facciamo male a pensare che Tomasi di Lampedusa abbia a che fare con questo libro del nostro giovane scrittore. Le sue descrizioni sono di una bellezza straordinaria e a volte si lascia la drammatica storia che coinvolge la nostra amara terra per farsi prendere la mano delle delicate descrizione dei luoghi che il Taormina sa fare con maestria di pittore raffinato e “consumato”.

Sentite questa bella descrizione di una campagna:

“Dopo tre quarti d’ora era ai piedi del declivio in cima al quale si ergeva alta e imponente la masseria. Le alte pareti in parte brillavano per via del sottile strato di brina stagnatovi sopra e per via del sole, sorto da poco oltre le colline lontane ad est. I vetri delle finestre di un primo e un secondo piano brillavano anch’essi. Intorno, un lieve velo di brina ricopriva l’erba, verde e ancora bassa, su tutto il declivio. Tutt’intorno, smisurati campi di qualunque tipo di coltura, dalle arance ai limoni, ai filari di pale di fichidindia, al vigneto, agli ulivi, alle coltivazioni di verdure vicine, facilmente distinguibili, e lontane, di cui si discernevano soltanto cromature più o meno scure e chiare di verde, delicatamente cangianti, da un punto ad un altro.”

Sono i “Luoghi del Gattopardo” e certamente, se Sciascia avesse letto questo libro, vi avrebbe inserito questi luoghi che sono anche luoghi sciasciani visto la drammaticità degli eventi. Lu chiarchiaro di Sciascia ritorna, in altro modo in questo libro: “E lu cuccu ci dissi a lu cuccuottu, a lu chiarchiaru ni vidiemun tutti”

E la Sicilia di Sciascia, di Taormina, sonnolenta, stanca, stravaccata, diventa tutta chiarchiaro in cui si seppelliscono morti ammazzati tutti legati come un lungo rosario.