CONFERENZA CARRE’ E CHIUPPANO (Vicenza). Palazzo Colere di Chiuppano 16.Giugno.2009. “Novecento Letterario Siciliano” Relatore Gaspare Agnello
Gentile Signore e Signori Buonasera e grazie per avermi invitato a parlare del “Novecento letterario Siciliano”.
Al mio paese di Grotte abbiamo istituito un premio letterario chiamato “Premio letterario Racalmare città di Grotte” che Sciascia ha presieduto dal 1982 alla sua morte ed io di quel premio ero l’anima organizzativa.
Sciascia la mente, io il braccio. In questa avventura durata fino al 20 novembre 1989, data della sua morte, io ho potuto conoscere il grande mondo letterario italiano ed europeo e quindi posso dire di essere stato spettatore attivo e partecipe della letteratura italiana del secondo novecento.
Nella terrazza di contrada Noce in quel di Racalmuto ho conosciuto Gesualdo Bufalino, Vincenzo Consolo, Andreose, Amministratore Unico della Bompiani, Mario Spagnol, Amministratore delegato della Longanesi, Luisa Adorno, Cecilia Kin, il Pittore Guccione, il fotografo Scianna, Matteo Collura, i pittori Bruno Caruso, Andrea Vizzini, Alessandro Nastasio, ed infine Manuel Vàzquez Montalban, da cui Camilleri a mutuato il nome del suo commissario Montalbano; questo mi ha portato a inventarmi una trasmissione televisiva intitolata “Un libro…per amico” che dura ormai, in Agrigento, da quasi sei anni e attraverso questo rubrica ho potuto intervistare scrittori come Magris, Tahar Ben Jelloun, Camilleri, Simonetta Agnello, i registi Gianni Amelio e Carlo Lizzani, Il grande fotografo Storaro vincitore di tre Oscar, il filosofo della cristianità Giovanni Reale, Alfonso Maurizio Iacono, Matteo Collura, Gaetano Savatteri, Lauretta Amara Lakus, il Direttore del coro della cappella Sistina e tantissimi altri che non sto qua ad elencare perché sarebbe troppo lungo.
Si i libri ti fanno diventare uomo ma possono farti impazzire come è avvenuto al povero Don Chisciotte.
Ma noi dobbiamo parlare della letteratura siciliana del novecento e quindi dobbiamo evitare di divagare perché la Sicilia è un continente e durante il secolo “breve” o meglio “il secolo buio” ha prodotto un mondo letterario immenso, direi universale.
Ma mi pare che sia arrivato un dispaccio del ministro della Guerra il milanese di Catania La Russa. Dobbiamo prima leggere quel dispaccio perché a quanto pare sta accadendo in Italia qualche cosa di molto grave, forse i siciliani invadono l’Italia e l’Europa.
LEGGERE LA PREMESSA AL LIBRO “SICILIANI PREPOTENTI” DI ANTONIO RUSSELO
Molti hanno fastidio della presenza dei tanti siciliani sparsi in tutta Italia e sono come quel maresciallo, come ci ha raccontato Andrea Camilleri, che stanco di comandare una stazione siciliana dove avvenivano furti, delitti, rapine e tante cose brutte, si girò per guardare la carta geografica dell’Europa e con la mano oscurò la Sicilia e disse: se non ci fosse staremmo tutti più tranquilli. Al che un contadino che vedeva il film, seduto accanto a Camilleri esclamò: accura ca sciddica (attenzione che scivola tutto, Europa e Italia compresa.)
Bella la storia raccontata l’altro giorno da Camilleri ma molto significativa.
L’Italia e l’Europa senza la Sicilia cosa sarebbero?
Io la vorrei trasportare con me per mostrarla al mondo con il suo vulcano dove Empedolce si buttò per sete di conoscenza e con le sue fiamme capaci di bruciare e di dare calore al mondo intero, con il suo mare splendido ed infinito, con i suoi meravigliosi boschi, con le sue acque di montagna, con le sue città e i suoi monumenti, con la sua cultura, con la sua centralità nel mondo antico e quindi in quello moderno, nel bene e nel male.
La sua centralità, la sua posizione nel mare nostrum che la posero al centro del mondo antico ne fanno la chiave misteriosa per capire le antiche civiltà e quelle moderne.
Vedete per capire l’universalità della cultura siciliana del ‘900 bisogna andare a ritroso nella storia, come ha fatto Antonio Gramsci quando volle spiegare l’universalità degli intellettuali italiani del Rinascimento.
Gli intellettuali italiani del Rinascimento ebbero dimensione universale perché erano figli della cultura latina e quindi dell’Impero romano, erano figli del Cristianesimo che allora era religione universale e affondando le radici in queste grandi tradizioni hanno saputo collocarsi in uno scacchiere universale.
Le condizioni che hanno creato la universalità della cultura siciliana del ‘900 hanno radici più profonde di quelle del Rinascimento. Infatti la Sicilia fu teatro delle grandi civiltà che sono alla base della civiltà occidentale. Si istallarono in Sicilia i Fenici, i punici, i Greci che la considerarono parte integrante della Grecia (la Sicilia non fu Magna Graecia), ebbero contatti con la civiltà egizia e con tutte le civiltà che si svilupparono sulle rive del mediterraneo.
I primi nuclei di evangelizzatori cristiani approdarono nelle coste siciliane e vi fondarono comunità cristiane che vissero, ab imis, nelle catacombe di cui abbiamo grandi vestigia. Un piccola basilica cristiana, che certamente ha radici lontanissime, si trova nella collina dei templi, ai piedi del tempio di Giunone, senza dire che molti templi pagani furono trasformati in chiese cristiane, come avvenne per il tempio della Concordia di Agrigento che, grazie al suo riuso, si è potuto salvare quasi integralmente.
Quindi la Sicilia subì la dominazione araba che fu apportatrice di grandi fermenti culturali e commerciali, la dominazione normanna, la dominazione sveva che con Federico II ebbe momenti di grande splendore politico e culturale fino al punto che, con la scuola poetica siciliana, poco mancò che la lingua siciliana non diventasse la lingua ufficiale per tutta l’Italia, cosa che avvenne con il toscano per via del suo grande fermento culturale.
Quindi la Sicilia fu teatro di conquiste da parte di spagnoli e francesi che lasciarono tracce profonde nella nostra lingua e nella nostra cultura, fino ad arrivare alla dominazione borbonica, che era strettamente collegata alla dinastia degli Asburgo.
Assaporò il dominio napoleonico e quindi l’epopea risorgimentale che si concluse con “l’occupazione” piemontese .
Tutto questo creò le condizioni della universalità della nostra cultura che ha molte somiglianze con la universalità della cultura italiana del rinascimento.
Abbiamo detto volutamente “epopea risorgimentale”, perché fu una delle poche regioni che fece la lotta risorgimentale, che la preparò con dure lotte, con sacrifici, esili dei suoi uomini migliori che andarono a morire o a Malta o in Francia, o in Inghilterra, dopo la esaltante e amara esperienza del 1848. Qui Crispi, La Masa, Saverio Friscia, La Farina, Ricci Gramitto e tantissimi altri fecero la rivolta contro i Borboni nel 1848, formarono un Governo della Sicilia ma furono poi sconfitti e la repressione e l’esilio furono duri ed amaro. Ma i nostri patrioti non si piegarono e dal 1848 al 1860 lavorarono intensamente, collegandosi con il Piemonte e con vari Stati esteri, per preparare la liberazione dai Borboni, cosa che avvenne con l’epopea garibaldina che trovò, nei siculi picciotti, la forza politica e militare per abbattere un esercito ben organizzato quale quello borbonico ( l’esercito di Francischiello).
Quindi mentre gli altri staterelli furono o conquistati con vere e proprie guerre di indipendenze condotte da altri, o annessi, la Sicilia ebbe il suo momento rivoluzionario che si fondava su un grande sogno unitario, che doveva portare benessere, giustizia, la terra ai contadini e quindi l’abbattimento del feudo e delle baronie. Cosa che, come vedremo, fu tradita e diede luogo a grandi drammi e a grandi delusioni, drammi e delusioni da cui è intrisa la storia e la letteratura di fine ottocento e del novecento.
Il seguito è storia recente. Ma se si vuol capire la letteratura siciliana di fine ottocento e di tutto il novecento, bisogna capire perfettamente cosa avvenne e cosa significò per i siciliani il 1860.
I siciliani aspettarono Garibaldi come il grande liberatore, forse lo hanno aspettato da secoli, in lui vedevano il vendicatore di secoli di oppressione. I contadini sognavano di diventare possessori della terra che lavoravano, sognavano la fine della baronie e della civiltà feudale e infatti i siculi picciotti si armarono e andarono in guerra per sostenere la lotta di liberazione.
Votarono il plebiscito quasi al cento per cento, ma subito dopo si trovarono Nino Bixio che andò a fucilare i contadini di Bronte che si erano ribellati ai Baroni, si trovarono annessi al Piemonte che estese alla Sicilia le sue leggi.
La capitale da Napoli fu trasferita nella lontanissima e inaccessibile Torino, al Re di Napoli subentrò il Re di Piemonte,al napoletano, dice Tomasi di Lampedusa, si sostituì il piemontese, fu introdotta nerl regno delle due siicilie la leva militare di quattro anni che rubò le migliori forze all’economia agricola della Sicilia, costringendo i giovani a darsi alla macchia e creando il grave fenomeno del banditismo. Furono istituite tasse e balzelli vari, i beni ecclesiastici espropriati da Garibaldi alla Chiesa, invece di essere distribuiti ai contadini, furono venduti ai baroni, per cui ai vescovi subentrarono i baroni con il peggioramento delle condizioni di vita degli uomini della campagne.
Saverio Friscia, deputato di Sciacca, per venti anni, chiese a Garibaldi l’autonomia per la Sicilia ma non ottenne nulla perché a Teano è morto il sogno siciliano
Il disastro economico che ne seguì fu inenarrabile
I moti di rivolta furono terribili e lunghi, Mazzini tentò di rovesciare la Monarchia, creando altri drammi.
Nel decennio successivo all’unità d’Italia nel regno delle due sicilie, pare ci siano stati circa un milione di morti dovuti a tumulti e conflitti. Furono messi a fuoco interi paesi e tutti i migliori generali italiani si cimentarono nella cosiddetta lotta “al banditismo” che invece fu altra cosa: rivolta, ribellione frutto di delusioni e di inganni terribili ed amari.
In Sicilia i contadini, gli zolfatari, gli artigiani, stanchi delle loro condizioni di miseria e di abbrutimento e spinti dal nascente sogno socialista, dal 1891 al 1893 formarono i fasci dei lavoratori che aggragarono decine di migliaia di persone che sperarono nel riscatto sociale.
Si pensi che nelle miniere lavoravano i carusi che venivano letteralmente venduti al capomastro che dava ai genitori “lu succursu” e cioè un compenso annuo che consentiva alla famiglia di vivacchiare mentre “lu carusu” diventava proprietà di chi lo comprava, che lo sfruttava fino a fargli buttare “sangue”.
Quella è stata una pagina nera portata alla ribalta da inchieste parlamentari ma la realtà è stata che la lotta dei lavoratori dei fasci si concluse con la dichiarazione dello stato d’assedia da parte del Presidente del Consiglio Francesco Crispi, siciliano di Ribera, con tanti operai uccisi nelle piazze di Sicilia, con un processo farsa che portò a dure condanne nei confronti dei dirigenti dei fasci. L’On De Felice venne condannato a ben diciotto anni di carcere e dure condanne toccarono ad altri compagni quali Barbato, di cui la maggior parte, militava nel Partito Socialista che si era costituito a Genova nel 1892.
Da questi fatti storici di cui abbiamo parlato nascono i grandi capolavori della lettarura siciliana e quindi italiana ed europea quali i “Vicerè” di De Roberto, “I Vecchi e i Giovani” di Pirandello e “Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.
Tutti e tre questi autori trattano lo stesso problema visto da angolazioni diverse ma è chiaro che è stato De Roberto ad aprire questo filone letterario. Pirandello e Tomasi di Lampedusa lo svilupparono ma sempre muovendo le mosse da “I Vicerè” e questo soprattutto avviene per “Il Gattopardo” che molti ritengono non originale ma che noi riteniamo, assieme a tanti altri, un grande capolavoro, per la prosa, la bellezza della narrazione, le considerazioni di natura politica ed antropologica sui siciliani e per l’analisi storica, anche se la storia, Tomasi di Lampedusa, la vede dalla parte di un nobile quale Lui era.
De Roberto ambienta il suo libro nella Sicilia post garibaldina e la storia la vede dalla parte del popolo
che aveva sognato e che aveva subito il trauma della delusione terribile di una rivoluzione sociale mancata.
Il popolo, dopo Garibaldi, non è ancora protagonista ma spettatore o al massimo cornice ornamentale.
Al funerale della principessa c’era “un altro gruppo di gente; una quarantina d’uomini, la più parte barbuti, con le giubbe di velluto nero, anch’essi con i ceri in mano”…
“….Erano gli zolfatari delle miniere dell’Oleastro chiamati a posta da Caltanissetta per l’accompagnamento della padrona”:
Gente venuta o chiamata per fare ornamento e numero.
E qui De Roberto ci dimostra come la nobiltà, si è saputa adattare al nuovo con una azione trasformistica che diventerà regola del costume politico italiano di ieri e di oggi. Oggi ne fanno testo il cicchittismo il bondismo e tanti loro accoliti quali Marco Cappato, e tutti i falsi socialisti che si sono collocati in posizioni di potere nelle parti più disparate che nulla hanno a che fare con gli ideali socialisti.
“In questa casa (la casa degli Uzeda) chi fa il rivoluzionario e chi il borbonico; così sono certi di trovarsi bene, qualunque cosa avvenga! La ragazza Lucrezia non fa la liberale per amore di quello sciocco di Benedetto Gaulente?…”
E gli Uzeda dicono: “Ora che l’Italia è fatta dobbiamo fare gli affari nostri.”
Ed ancora: “Vostra eccellenza giudica obbrobriosa l’età nostra, ne io le dirò che tutta vada per il meglio; ma è certo che il passato par molte volte bello solo perché è passato….L’importante è non lasciarsi sopraffare. Io mi rammento che nel 61, quando lo zio Duca fu eletto la prima volta deputato, mio padre mi disse: Vedi ? Quando c’erano i Viceré, gli Uzeda erano Vicerè, ora che abbiamo i Deputati lo zio va in Parlamento: Vostra eccellenza sa che io non andai molto df’accordo con la felice memoria; ma egli disse allora una cosa che m’è parsa e mi pare molto giusta…Un tempo la potenza della nostra famiglia veniva dai re; ora viene dal popolo…La differenza è più di nome che di fatto. Certo, dipendere dalla canaglia non è piacevole; ma neppure molti di quei sovrani erano stinchi di santo…”
E poi: “…In verità aveva ragione Salamone quando diceva che non c’è niente di nuovo sotto il sole! Tutti si lagnano della corruzione presente e negano fiducia al sistema elettorale perché i voti si comprano. Ma sa vostra eccellenza cosa narra Svetonio, celebre scrittore dell’antichità? Narra che Augusto, nei giorni dei comizii, distribuiva mille sesterzi a testa, alle tribù di cui faceva parte, perché non prendessero nulla dei candidati…”
“….La storia è monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; certo tra la Sicilia di prima del sessanta, ancora quasi feudale, e questa d’oggi pare ci sia un abisso; ma la differenza è tutta esteriore: il primo eletto col suffragio quasi universale, non è né un popolano né un borghese, ne un democratico: sono io, perché mi chiamo Principe di Francalanza…”
“….Dobbiamo farci mettere il piede sul collo anche noi? Il nostro dovere, invece di sprezzare le nuove leggi, mi pare quello di servircene!..”
E così “dopo dieci anni di libertà, la gente non sapeva più come tirare avanti. Avevano promesso il regno della giustizia e della moralità; e la parzialità, le birbonate, le ladrerie continuavano come prima: i potenti e i prepotenti d’un tempo erano tuttavia al loro posto!…”
La realtà, ci vuol dire De Roberto, è che in Sicilia non si era formata, per ragioni storiche, una vera classe borghese e quindi la nobiltà trasformista continuò a governare il paese quasi fino all’inizio della seconda guerra mondiale. Ma questo concetto lo chiarirà meglio Tomasi di Lampedusa nel discorso del Principe a Chevalley.
Questo tipo di romanzo storico- politico, che soppianta il filone verista di verghiana memoria, continua con “I Vecchi e i Giovani” di Pirandello che ritrae la Sicilia di fine secolo con lo scandalo della banca di Roma che travolge uomini come Francesco Crispi, artefice del sogno risorgimentale e dove un vecchio Principe si ostina a non riconoscere il nuovo regime istaurato in Sicilia dalla monarchia sabauda e continua a vivere nella sua antica dimensione.
La rivolta dei fasci dei lavoratori sconvolge la tranquillità della vecchia nobiltà e dei nuovi rapaci che, uniti alla chiesa retrograda, conservano il potere e schiacciano la rivolta popolare.
Auriti, figlio dell’eroe risorgimentale, è solo un nome, mentre l’avvocato Capolino con maneggi e alleanze di vario genere conquista il seggio in Parlamento e Pirandello può scrivere:
“…Selvaggi mascalzoni! Coscienze vendute! Che spettacolo! Oh Girgenti, disonore della Sicilia e dell’umanità”! Ludibrio, vituperio! Tutti in sagrestia domani, sì sì ad attacar con le ostie della chiesa le mezze carte da cinque lire…Si viva Capolino e viva Salvo! Viva Bacco e viva Mammone!…
“….fortuna che lì a Girgenti nessuno si muoveva, né accennava di volersi muovere! Paese morto. Tanto vero che vi regnano i corvi, cioè i Preti. L’accidia tanto di far bene quanto di far male, era radicata nella più profonda confidenza della sorte, nel concetto che nulla potesse avvenire, che vano sarebbe stato ogni sforzo per scuotere l’abbandono desolato, in cui giacevano non soltanto gli animi, ma anche tutte le cose.
A fine del secolo Leonardo Sciascia ripeterà questo concetto quando affermerà che nessuno in Sicilia crede che LE IDEE POSSANO UOVERE IL MONDO e quindi tutto resta fermo e immutato. E purtroppo questo concetto, afferma Sciascia, sui fa strada anche in Italia e in tutto il mondo per cui la Sicilia diventa metafora del mondo.
E a conferma del fatto che Pirandello considera il risorgimento un grave inganno per il popolo siciliano dice: “…Nel sessanta caro Roberto (Auriti), sai che facemmo noi qua? Sciogliemmo in tante tazzoline le animucce nostre, in tanti pezzi di sapone; il Governo ci mandò in regalo un cannellino per uno; e allora noi qua, poveri imbecilli, ci mettemmo tutti a soffiare nella nostra acqua saponata, e che bolle! Una più bella e più variopinta dell’altra! Ma poi il popolo cominciò a sbadigliare per fame, e con sbadigli, addio! Fece scoppiare a una a una tutte quelle magnifiche bolle che son finite, con licenza parlando, in tanti sputi… Questa è la verità.”
Tomasi di Lampedusa, nobile della grande nobiltà palermitana continua questo filone di romanzo storico-politico e scrive sul periodo garibaldino tenendo conto e attingendo a De Roberto e Pirandello con le dovute differenze di cultura e di posizione sociale.
Il Lampedusa vede l’avvenimento dalla parte della nobiltà siciliana che temette la discesa di Garibaldi e l’avvento di una rivoluzione di tipo francese; ma essendo uomo colto, intelligente, che visse da spettatore tutta la metà del ‘900, che capì anche le ragioni di un mondo operaio e borghese che avanzava, poté dare al movimento risorgimentale siciliano una lettura diversa e sotto certi aspetti più vicina a noi, tanto è vero che la fortuna del suo libro superò di gran lunga quella dei Vicerè e dei Vecchi e i Giovani e ancora il libro viene letto e studiato in tutte le sue sfaccettature. Oltre ad essere diventato teatro di dispute politiche che avrebbero fatto sorridere il Principe di Lampedusa che descrisse i fatti con tanta ironia e con tanta disillusione che era il sentimento prevalente di tutti i siciliani che in quel libro si riconobbero.
Tomasi di Lampedusa, nel suo libro illustra le ragioni storiche della arretratezza delle Sicilia e il discorso del Principe a Chevalley è veramente un grande capolavoro che si può o non si può condividere.
E il Gattopardo non è solo la frase di Tancredi “Cambiar tutto per non cambiare nulla”. Ma è ben altra cosa perché il principe capisce il nuovo che avanza, i Sedàra che salgono le scale dei palazzi nobiliari e che conquistano il laticlavio di Camera e Senato e considera altresì che il nuovo non porterà nulla di nuovo alla Sicilia, perché in Sicilia non c’è stato un processo di formazione della borghesia come è avvenuto nel Nord.
Il nord ha avuto la civiltà dei comuni e delle signorie, nel nord si sviluppò l’Umanesimo e il Rinascimento, si ebbero gli effetti dirompenti ed impetuosi della riforma luterana, si sentirono gli spari della Rivoluzione Francese e questo contribuì formare una nuova classe borghese capace di dirigere il nuovo che avanzava.
In tutto questo tempo la Sicilia subiva le varie dominazioni straniere e quindi non aveva la possibilità di potere esprimere le sue potenzialità.
Il massimo che poteva venir fuori erano i Sedàra che erano le iene e gli sciacalletti che ancora oggi si perpetuano nella gestione del potere in un abbraccio con la vecchia mafia che ha impedito lo sviluppo economico della nostra terra.
La nobiltà capisce che in fondo tutto si può risolvere in un cambio di Re: da quello napoletano a quello piemontese e capisce anche che se il Galantuomo ha mandato Garibaldi avrà la certezza di poterlo “imbrigliare”.
Ed ecco che Tancredi dice allo zio Principe, che lo rimprovera perché vuole unirsi ai garibaldini: “Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è bisogna che tutto cambi.”
Lo zio ha paura che la sua casa venga assaltata e si rivolge a Pietro, il campiere, il nascente mafioso: Pietro, parla con i tuoi amici: Qui ci sono tante ragazze, bisogna che non si spaventino.. Ero sicuro eccellenza: ho di già parlato: Villa Salina sarà tranquilla come una badia.”
Con ciò si consacra il ruolo della mafia per il presente e per il futuro, potere che rafforzerà con lo sbarco degli a mericani e con l’avvento delle democrazia e la ricerca quindi del consenso a tutti i costi.
Il Principe osserva gli avvenimenti dall’alto in baso, osserva gli avvenimento con disprezzo e amarezza, si rende conto che i feudi volano via come farfalle e vanno a finire nelle mani dei Sedàra, subisce il matrimonio del nipote con Angelica perché il nipote ha bisogno di molti soldi per fare carriera, guarda con disprezzo Sedàra, genero di Peppe Merda, capisce che il ruolo della Sua casta sta morendo e rifiuta l’offerta del Governo di farlo senatore
LEGGERE IL DISCORSO DI CHEVALLEY
Mentre andava avanti questo filone letterario, collateralmente la Sicilia viveva altri fenomeni letterari molto importanti. Bisogna tener presente che La Sicilia, come abbiamo detto, è stato un continente in mezzo al mondo e quindi subisce l’influenza del mondo: Parigi e Londra hanno esercitato un fascino importantissimo tra i nostri letterati e non dobbiamo dimenticare che la nobiltà isolana andava a distruggere le proprie ricchezze nella mondanità delle capitali europee. Il futurismo ebbe una grande influenza nella terra di Sicilia e anche se con qualche quinquennio di ritardo si ebbero opere pittoriche di stile futurista che oggi vengono rivalutate: uno per tutti citiamo il pittore Rizzo.
Navarro , scrittore di Sambuca, visse circa dieci anni a Parigi e scrisse le macchiette parigine e per darsi un poco si contegno si face chiamare Navarro della Miraglia.
Verso la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento con la fine del sogno rivoluzionario, con la repressione dei moti popolari i siciliani, come i veneti, presero la via dell’emigrazione alcuni andarono nell’America bona altri nell’America babba ovvero il Sud America.
E questo flusso migratorio accomuna Siciliani e veneti che furo costretti ad andare in terra lontana: Memica, Merica, Merica, dice una canzone veneta:
Dall’Italia noi siam partiti
Siamo partite con il nostro onore
Trentasei giorni di macchina e vapore
E i Merica noi siamo arriva’
Merica, Merica, Marica.
Casa sarà là sta Merica?
Merica, Merica, Merica
L’è un bel mazzolin di fiori
Alla Merica noi siamo arrivati
No abbiam trovato né paglia né fieno
Abbiam’ dormito sul nudo terreno
Come le bestie abbiamo riposa’
Merica,Merica, Merica
Cosa sarà la sta Merica?
Merica, Merica, Merica
L’è un bel mazzolin di fiori
L’America l’è lunga e l’è larga
L’è formata de monti e de piani
E con l’industria dei nostri italiani
Abbiam’ fondato paesi e città
Merica, Merica, Merica
Cosa sarà la sta Merica?
Merica, Merica, Merica
L’è un bel mazzolin di fior
Inizia, in Sicilia, l’epopea delle miniere. Che durò fino agli anni 50 del novecento e che ebbe cantori eccezionali.
Alessio Di Giovanni fu un grande poeta dialettale felibri sta, collegato con i felibristi della Provenza e quindi con Mistral e le sue poesie sono la grande epopea degli uomini della zolfara
E vennu a la matina…Li viditi?
Pàrinu di la morti accompagnati!
Vistuti scuru, ca li cunfunniti
?menzu lu scuru di li vaddunati…
Adu’ a du’, o suli, stanchi ed avviliti,
ni la muntata spùntanu affannati,
Cà nun ni ponnu cchiù…Non li vidit?…
Parinu di la morti accompagnati!…
Poi, s’àssettanu ‘n terra pi manciari,
e ci scula la frunti di sudura:
Li cani misi ‘n tunnu a taliari…
Magri, affamati, lesti, stannu accura
Si vìdunu la manu arriminari
A lu patruni, e ‘un fannu c’abbajari…
E ancora Alessio Di Giovanni:
Scinninu a la pirreara, e ognunu ‘mmanu
Porta la so’ lumera pi la via,
Cà no pi iddi, pi l’ervi di lu chianu
Luci lu suli biunnu, a la campìa…
Scìnninu muti, e quannu amman’ammanu
Scumpariscinu ‘n funnu a la scurìa,
E si sentunu pèrsi, chianu chianu
Prèganu a San Giuseppi ed a Maria…
Ma, doppu, accumincianu a travagghiari,
Gridanu, gastimannu e la canina,
Cà lu stissu Signuri l’abbannuna…
Oh, putissiru, allura, abbannunari
Dda vita ‘nfami , dda vita assassina,
Comu l’armali, ‘n funnu a li vadduna!
Nel filone della letteratura dello zolfo dobbiamo annoverare lo stesso Pirandello il cui padre era proprietario delle miniere, Nino Savarese di Enna, Rosso di San Secondo scrittore e uomo di teatro di Caltanissetta, Angelo Petix che scrisse la miniera occupata e che meriterebbe un discorso a parte, Leonardo Sciascia il cui padre è stato capo mastro e il cui fratello, perito minerario, si è suicidato in una miniera, forse perché oppresso dalla solitudine.
In questo periodo, a cavallo dei due secoli si sviluppa il fenomeno Pirandello che soppiantò il verismo verghiano e aprì la letteratura siciliana, o meglio la letteratura italiana ed europea ad altri orizzonti di introspezione psicologica ed esistenziale, raggiungendo vette altissime. Certamente Pirandello si collega alla filosofia europea , a Schopenhauer e subì forse anche inconsciamente l’influsso delle varie correnti di pensiero positiviste e della psicoanalisi anche se non c’è nessuna certezza delle sue frequentazioni con la scienza freudiana . Per Pirandello non esiste una verità, ma mille verità e non conta la realtà ma l’apparire. Non interessa che la moglie tradisca, interessa che nessuno sappia. Ma se tutti sanno allora il tradimento assume la dimensione pubblica e il povero Tararà è costretto ad uccidere l’amante della moglie, che non vorrebbe uccidere perché non ne vede la necessità.
Chi siamo: uno, nessuno, centomila . E quale è la verità: quella che gli altri vedono: gli altri sono tanti e le verità sono tante.
Insomma in Pirandello c’è il dramma dell’uomo che non sa chi è, perché è, dove va.
E’ l’ironia forse, il senso della vita e l’ironia e l’umorismo serpeggiano in tutta la sua opera: ne la patente, il vitalizio, in Liolà che Gramsci definì l’opera somma di Pirandello.
I fenomeni letterari di un popolo non sono mai univoci e si intrecciano in maniera aggrovigliata specie quando si vive in un continente come è la Sicilia dove dal mare arrivano tanti influssi stranieri che si fondono alle cose locali e danno sempre nuovi frutti.
C’è il verismo verghiano, c’è il filone del romanzo storico- politico, c’è il dramma esistenziale di Pirandello ma ci sono anche critici letterari come Antonio Giuseppe Borgese che rifiutò il giuramento al Fascismo e fu costretto ad andare in America e Giuseppe Antonio Borgese fu uno dei pochi scrittori italiani che produsse un grande libro sulla generazione bruciata dalla prima guerra mondiale con il libro Rubè che Leonardo Sciascia ha valorizzato e che meriterebbe maggiore fortuna letteraria, c’è uno sviluppo artistico di grandi dimensioni con attori proveniente da Catania e di cui Angelo Musco rappresentò il massimo di successo perché portò sulle scene opere di Pirandello,di Capuana e di tanti altri scrittori. Famoso è il suo film l’aria del continente che parla dell’attrazione che esercita sull’uomo di campagna la donna venuta dal “Continente” per la quale si è disposti a fare qualsiasi cosa, scoprendo però che la donna continentale altra non è che una “carrapipana” per la quale non vale la pena di svenarsi.
La donna intanto diventa l’ossessione di Vitaliano Brancati, fascista che poi rinunzia al suo passato e abbraccia l’antifascismo e addirittura il comunismo.
Con Brancati nasce in Sicilia una nuova tipologia di letteratura che esalta fino al parossismo il desiderio della donna dei siciliani che ne fanno un mito ossessivo.
Siamo al gallismo, alla descrizione dei giovani che vivono in via Etnea a scrutare il passaggio di qualche donna, a parlare di donne, di avventure erotiche possibilmente fantasticate o immaginate, di un”Continente” dove tutto è lecito, dove le donne sono madonne e dove le avventure non si contano.
Perché nessuno le può controllare. E’ la satira, l’umorismo, la messa alla berlina di una sete di donne atavica, la descrizione di una gioventù che si attarda ancora a vivere nei circoli di paese dove certi uomini segneranno il loro passaggio dalla vita, lasciando uno sprofondamento nella poltrona del circolo.
E il circolo diventerà luogo emblematico della letteratura siciliana con Leonardo Sciascia ne “Le parrocchie di Regalpetra” e con Antonio Castelli scrittore sfortunato che scrisse solo due libri e che chiuse la sua vita lanciandosi dalla tromba della scala della sua abitazione palermitana. In un suo libro “Entromondo” Antonio Castelli raccolse alcune lettere di un emigrato in Germania, lettere che sono struggenti e chedi per sè diventano opera d’arte. Lo stesso ha fatto lo scrittore veneto Sergio Piovesan.
A questo punto mi sorge il dubbio che Antonio Castelli abbia conosciuto il libro del vostro compaesano. Sarebbe bello fare una ricerca in tal senso per vedere se lo scrittore siciliano abbia tratto l’idea del suo libro da quello di Piovesan.
Ancora una volta notiamo come le varie culture regionali ( ed europee) si intrecciano a vicenda e l’intreccio diventerà sempre più fitto fino a confondersi in una unica cultura italiana che indica come il tempo abbia contribuito a fare “gli italiani” di cui parlava Massimo D’Azeglio quando disse “abbiamo fatto l’Italia ora dobbiamo fare gli italiani”.
Finalmente si ha la caduta del Fascismo e lo sbarco, in Sicilia, degli americani e questa volta la guerra cambiò veramente tutto. Le bombe costruite, come dice Tomasi di Lampedusa, a Pittsburg, abbattono anche gli dei immortali, abbattono vecchi miti, fanno arrivare la grande letteratura americana che Vittorini fa conoscere agli italiani con le sue traduzioni e con la sua attività di editore dittatore che orientò buona parte della cultura italiana del dopoguerra compreso il vostro Mario Rigoni Stern.
Il dopoguerra produce il fenomeno del neorealismo nella cinematografia e del realismo nel mondo della letteratura. Protagonisti della letteratura sono ancora gli zolfatari, i braccianti, gli emigranti che vanno in Belgio in cambio di carbone, la mafia che sbarca con gli americani e che trova terreno fertile nel sistema democratico e nei partiti di governo che cercano voti e consensi a qualsiasi costo.
Viene fuori la grande letteratura di Vittorini con il suo capolavoro “Conversazioni in Sicilia” in cui parla del “mondo offeso” che ci fa soffrire “Dunque, dice Vittorini, noi soffriamo per il dolore del mondo offeso…per il dolore del genere umano offeso”
Ma il Gran Lombardo ci dice che ci sono “altri doveri” e ci esorta a non piangere…
“Un uomo fiero è il gran lombardo e pensa ad altri doveri, quando è uomo. Per questo egli è più uomo. E per questo, forse, la sua malattia è morte e resurrezione.”
Vittorini nel dopoguerra, diventa l’anima nera della Mondadori e ne condiziona le scelte nella direzione della sua formazione marxista che, però, non gli impedisce di rompere con il Partito Comunista e di aprire una grossa polemica con Togliatti sul ruolo dell’intellettuale e sulla funzione della letteratura. Vittorini sostenne l’autonomia dell’intellettuale, e restò un uomo libero con orientamenti di sinistra. E del resto tutta la letteratura del dopoguerra fu una letteratura di Sinistra che fu influenzata dalla pubblicazione di grandi opere quali le lettere dal Carcere e i quaderni del Carcere di Antonio Gramsci che rimane certamente un dei più grandi giganti della letteratura italiana ed europea del novecento italiano.
Mentre Vittorini negava la pubblicazione de “Il Gattopardo”, che vide la luce con la Feltrinelli e con il placet convinto di Giorgio Bassani, pubblicava “La miniera occupata” di Angelo Petix, scrittore di Montedoro, in quel di Caltanissetta, “La luna si mangia i morti” dello scrittore di Favara Antonio Russello che incontrò il favore di Leonardo Sciascia che lo recensì positivamente su il giornale di Palermo “L’Ora”. E a Petyx inviò l’invito di andare a Milano per frequentare gli ambienti letterari e quindi scrivere. Petyx rifiutò l’invito e restò a Cuneo, dove si sposò e continuò a insegnare. Forse scattò la molla del siciliano che cerca il posto fisso e non ama il rischio della scommessa.
Nello stesso periodo escono “Le parrocchie di Regalpetra” di Leonardo Sciascia per i tipi della casa editrice La Terza.
Io ho avuto modo di comprare il libro per mille lire, dagli amici di Sciascia che lo vendevano porta a porta a noi insegnanti colleghi del Maestro di Regalpetra. Allora non avevo gli elementi culturali e critici per giudicare la valenza di quell’opera, ma dissi a me stesso: questo è un vero scrittore che conosce il mestiere della scrittura e che si affermerà. Fu facile la mia profezia se è vero che Sciascia diventò uno dei più grandi scrittori del novecento europeo, la coscienza critica del nostro paese, il coagulo di un mondo culturale di primordine quali Consolo e Bufalino.
Questa fu una triade che caratterizzò e monopolizzò la vita culturale siciliana e italiana degli ultimi decenni del novecento.
Sciascia, diventò un grande narratore, un critico letterario di primordine che seppe leggere e capire Pirandello, che trasse dall’oblio grandi scrittori siciliani di cui nessuno parlava più, diventò coscienza critica del paese e pose all’attenzione del paese tutto il problema della mafia che rendeva e rende irredimibile la Sicilia.
Sciascia capì che se non si debellava la mafia la Sicilia non sarebbe potuta diventare una regione normale.
“Il giorno della civetta”, “ A ciascuno il suo” sono rimasti libri fondamentali per capire la Sicilia e i siciliani e rappresentano un nuovo tipo di giallo in cui all’inizio si conosce il nome del morto, il nome dell’assassino e alla fine le indagini complicano tutto e il nome dell’assassino scompare del tutto.
Le leggi, dice il Capitano Bellodi, vanno assottigliandosi attraverso i gradi di giudizio del nostro ordinamento, fino a raggiungere quella trasparenza formale in cui il merito, cioè l’umano peso dei fatti, non conta più; e, abolita l’immagine dell’uomo, la legge nella legge si specchia.
La Sicilia di Sciascia è “tutta una fantastica dimensione”; “ e come ci si può star dentro senza fantasia?”
Terra di amore e sangue, di gioia e dolore, misteriosa, implacabile, vendicativa e bellissima, terra di dissolutezza e di gelosia, terra da “Cavalleria rusticana”.
“Da quando, dice Sciascia, nell’improvviso silenzio del golfo dell’orchestra, il grido “hanno ammazzato cumpari Turiddu” aveva per la prima volta abbrividito il filo della schiena agli appassionati del teatro d’opera, nelle statistiche criminali relative alla Sicilia e nelle combinazioni del gioco del lotto, tra corna e morti ammazzati si è istituito un più frequente rapporto. L’omicidio passionale si scopre subito: ed entra dunque nell’indice attivo della polizia; l’omicidio passionale si paga poco; ed entra perciò nell’indice attivo della mafia”.
La mafia, questo cancro della Sicilia, cos’è la mafia; esiste o meno. Mai vista direbbe il Cardinale di Palermo Ernesto Ruffini.
L’On. Li Vigni, scrive ancora Sciascia, circondato della mafia locale, in un comizio dice: “ mi si accusa di tenere rapporti coi mafiosi e quindi con la mafia: ma io vi dico che non sono finora riuscito a capire cosa è la mafia , e se esiste;e posso in perfetta coscienza di cattolico e di cittadino giurarvi che in vita mia non ho mai conosciuto un mafioso. Al che una voce dal fondo della piazza gridò: e questi che sono accanto a Lei che sono seminaristi?
E il mafioso don Mariano Arena dice: “che cos’è la mafia?…una voce anche la mafia: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa…Voce, voce che vaga: e rintrona le teste deboli, lasciatemelo dire…”
E i mafiosi hanno una certa concezione del popolo e della democrazia che usano secondo i loro interessi:
“Il popolo-sogghignò il vecchio- il popolo…il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l’appenda da sé, del colore che gli piace, alle propria corna…Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall’antichità, una generazione appresso all’altra.”
“…il popolo, la democrazia…sono belle invenzioni: cose inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all’altra e tutte le parole nel culo all’umanità, con rispetto parlando…Un bosco di corna, l’umanità, più fitto del bosco della Ficuzza quand’era bosco davvero. E sai chi se la spassa a passeggiare sulle corna? Primo, tienilo bene in mente: i preti; secondo: i politici e tanto più dicono di essere col popolo, di volere il bene del popolo, tanto più gli calcano i piedi sulle corna; terzo: quelli come te…”
“….Io, continua don Mariano, ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempie la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezzuomini, gli ominicchi, i ( con rispetto parlando) piglianculo e i quaquarraquà…Pochissimi gli uomini; i mezzuomini pochi, che mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezzuomini…E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse cose dei grandi…E ancora più in giù: i piglianculo, che vanno diventando un esercito…E infine i quaquaraquà…che dovrebbero vivere come le anatre…Lei ( commissario Bellodi), anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, Lei è un uomo.”
Però attenzione che il capitano Bellodi, di Parma, aferrma: Forse l’Italia va diventando Sicilia…Gli scenziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno…La linea della palma…Io invece dico la linea del caffè concentrato…E sale come l’ago del mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma.
Ma il capitano Bellodi di Parma sa di amare la Sicilia e che sarebbe tornato in questa terra “misteriosa, implacabile, vendicativa,bellissima” “ e mi ci romperò la testa” ripeté a voce alta, forse per tentare di debellare la mafia che, se non affrontata, infetterà l’Italia e il mondo.
Ma mentre Bellodi ci si romperà la testa, in Sicilia, il commissario Righi di Mantova, del libro di Antonio Russello “La grande sete”, ci lascia la vita in Sicilia, mentre tenta di capire la mafia e alla bellissima moglie, mentre dà gli ultimi respiri dice: “La Sicilia, vedi? Che doveva finire con oggi. Invece me la sono portata tutta nel sangue, all’infinito.”
Dopo avere citato questi brani dalle opere di Sciascia per dare un assaggio della sua letteratura, che non è solo questo, diciamo che il suo rovello è diventato anche il problema della giustizia e quindi della legalità con la quale si deve combattere l’illegalità. E in questa direzione dimostrò di guardare “oltre la siepe”.
Fu contro le leggi speciali ed era convinto che l’Italia e la Sicilia potevano lottare la mafia e la corruzione politica con le leggi esistenti.
Nella scrittura raggiunse vette veramente manzoniane perché seppe curare uno stile linguistico asciutto, essenziale ma incisivo e che aveva quindi i connota ti della essenzialità della lingua latina e di certo dialetto siciliano che dal latino trasse linfa vitale.
Divenne amico di Consolo anche se questi è stato scrittore diverso e con un linguaggio che propendeva verso la poesia, scoprì Bufalino che è stato tra i più raffinati scrittori italiani dell’ultimo novecento.
Lui stesso definì la sua scrittura barocca “scrittura umida” mentre quella di Sciascia scrittura “secca”.
Tre personaggi diversi, tutti profondamente Pascaliani, con caratteri e stili di vita diversi, divennero amici e si ritrovarono spesso nella terrazza di contrada Noce che divenne l’Agorà della cultura italiana.
Io ebbi la ventura, per via del premio Racalmare, di essere un assiduo frequentatore di questa Agorà e di conoscere e frequentare questi personaggi socratici che vissero la loro vita religiosamente pur non aderendo a nessuna religione.
Con questi tre personaggi si chiude il novecento siciliano sapendo che per parlare di questo secolo siciliano occorrerebbero libri interi perché non si possono dimenticare personaggi come D’Arrigo con il suo Orcinus Orca, Quasimodo che fu il secondo premio nobel per la letteratura del novecento siciliano e la cui poesia descrive il bello e la grecità della Sicilia.
Non si può dimenticare lo scrittore siculo Veneto Antonio Russello su cui mi piacerebbe fare qui o Castelfranco Veneto, dove riposano le sue spoglie mortali, una conferenza sulla sua opera letteraria che indubbiamente è tra le più significative del secondo novecento perché Russello seppe creare un ponte ideale tra la Sicilia e il Veneto che è più lungo di quello che vorrebbe fare il governo Berlusconi- Bossi
La Venezia di Russello è veramente eccezionale e stupefacente.
Ho scelto Venezia come sede, dice il bancario Antonio Russello,perché mi piace arte pittura architettura mosaico, insomma mi piace Venezia perché ce l’ho nel subcosciente, ho scelto Venezia perché è musica, ho scelto Venezia per l’arte vetraria muranese
Venezia è una città che offende. Offende le altre città che il suo splendore non ce l’hanno. Venezia è viaggio di nozze.
Non avete idea di come la notte qui si coglie meglio la gestazione: perché Venezia è un ventre materno che può evere la frottura delle acque.
Venezia è internazionale, aristocratica e nobile, alla fine scenda dal suo trono e si fa familiare, confidenziale e lascia il parlare aulico e trova le parole più adatte al popolo
Venezia è una magaria che incanta…
…una fuga di Bach.
Il suo dialetto è vocalico, acquatico (tuto el mondo se moe, el vive, i osei canta, le aquie le svola, eco che i cani i baia.)
Mentre il dialetto siciliano è tutto consonanti, tutto robusto e latino, con i verbi messi all’ultimo della frase, come radici che reggessero in alto le proposizioni che sono il tronco, i rami, le foglie.
Questi scrittori di fine novecento, di cui abbiamo parlato, così grandi, così significativi per tutta la cultura europea, che probabilmente sono un tappo per l’emersione di altre personalità
La loro uscita di scena determinò nuovi fenomeni anch’essi di dimensione eccezionali quali il fenomeno Camilleri e il fenomeno della Baronessa Simonetta Agnello Hornby ha cui ho dichiarato profondo amore che purtroppo è destinato a rimanere incompreso per ragioni di censo: lei Baronessa di Siculiana, io proletario di Grotte. Ma la speranza è l’ultima a morire. L’importante è amare “ amor che a nulla amato amar perdona”.
Ma non possiamo chiudere questo incontro senza parlare di un libro scritto da un semianalfabeta Vincenzo Rabìto “Terra matta”. In lingua siciliana ed esattamente nel dialetto di Chiaramonte Gulfi. Io non so se un veneto potrà leggere e comprendere quel libro scritto in quella lingua ma se non potrà farlo sarà un grande peccato perché Rabìto, nel suo libro, cavalca tutta la storia italiana del novecento da protagonista e ci regala un libro di stile manzoniano, con le debite proporzioni, che forse, per me, è uno dei più grandi capolavori della letteratura italiana del novecento. Grazie Don Vincenzo Rabito, di lei ce ne ricorderemo sempre.. al’infinito.
QUASIMODO
STRADA DI AGRIGENTUM
LA’ DURA UN VENTO CHE RICORDO ACCESO
NELLE CRINIERE DEI CAVALLI OBBLIQUI
IN CORSA LUNGO LE PIANURE, VENTO
CHE MACCHIA E RODE L’ARENARIA E IL CUORE
DEI TELAMONI LUGUBRI, RIVERSI
SOPRA L’ERBA. ANIMA ANTICA, GRIGIA
DI RANCORI, TORNI A QUEL VENTO, ANNUSI
IL DELICATO MUSCHIO CHE RIVESTE
I GIGANTI SOSPINTI GIU’ DAL CIELO.
COME SOLA ALLO SPAZIO CHE TI RESTA!
E PIU’ T’ACCORI S’ODI ANCORA IL SUONO
CHE S’ALLONTANA LARGO VERSO IL MARE
DOVE ESPERO GIA’ STRISCIA MATTUTINO:
IL MARRANZANO TRISTEMENTE VIBRA
NELLA GOLA AL CARRAIO CHE RISALE
IL COLLE NITIDO DI LUNA, LENTO
TRA IL MURMURE D’ULIVI SARACENI.
ED E’ SUBITO SERA
OGNUNO STA SOLO SUL CUOR DELLA TERRA
TRAFITTO DA UN RAGGIO DI SOLE:
ED E’ SUBITO SERA.
Agrigento,lì 8.6.2009





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