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Il Giorno della Civetta, riduzione Teatrale di Gaetano Aronica

August 30, 2009
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Dall’omonimo romanzo di Sciascia, riduzione teatrale di Gaetano Aronica.

L’estate agrigentina del 2004  è stata impreziosita da un evento teatrale di notevole spessore culturale e dal sapore tutto nostrano. Ci riferiamo al romanzo “Il giorno della Civetta”, di Leonardo Sciascia, che Gaetano Aronica ha ridotto in testo teatrale con risultati assai apprezzabili.

Non era facile dare unità di luogo, di tempo e di azione a un libro così complesso che, tra l’altro, era diventato film (e un film di successo)  per la regia di Damiano Damiani.

Gli aspetti da cogliere erano tanti: la mafia, il rapporto tra mafia, politica e mondo degli appalti, il problema della giustizia (che con la mano destra aiuta i potenti e con la sinistra colpisce i deboli), la  piaga dell’omertà e la difficoltà dell’essere siciliano.

Il libro è stato pubblicato nel 1961 dalla casa editrice Einaudi e, a distanza di più di quarant’anni, la sua tematica e i suoi contenuti sono di palpitante attualità, come dimostrano la varie inchieste della magistratura, l’arresto di tanti politici, alcuni dei quali di grande rilievo, i sempre frequenti delitti di mafia, il sequestro di beni ai mafiosi per cifre da capogiro.

Non era facile manipolare una materia così incandescente: si correva il rischio di cadere nell’ovvietà o nella banale cronaca di ogni giorno; o magari d’essere tacciati di parzialità (come inevitabilmente comporta ogni scelta, in particolare il denunciare le illegalità e le collusioni di una parte politica anziché di un’altra…) E poi c’era la possibilità di allontanarsi dal testo di Sciascia fino a tradirlo per farne un’altra cosa.

Ma Aronica, “infedelmente fedele” a Sciascia, ha messo sapientemente in scena tutte le sue tematiche, mantenendone sempre alte la tensione morale e il rigore.

E’ facile oggi parlar male dei politici che “sanno mettere una parola in culo all’altra e tutte le parole nel culo dell’umanità…Un bosco di corna, l’umanità, più fitto del bosco della ficuzza quand’era bosco davvero. E sai chi se la spassa a passeggiare sulla corna? Primo, tienilo in mente: i preti; secondo: i politici, che tanto più dicono di essere col popolo, tanto più gli calcano i piedi sulle corna; terzo quelli come me e come te”… e cioè i mafiosi.

Aronica, queste considerazioni sciasciane le ha saputo cogliere facendole diventare materiale vivo di un teatro attuale e palpitante che vuole incidere nella realtà in cui viviamo per denunziarne i guasti e  le brutture;  ha saputo cogliere anche il concetto che Sciascia aveva dell’umanità formata da “uomini, mezz’uomini, ominicchi, (con rispetto parlando)  piglianculo e  quaquaraquà”.

Abbiamo potuto vedere un capitano Bellodi che, assieme al maresciallo dei carabinieri, uno del nord, l’altro del sud, si battono per far trionfare la giustizia. Come dire: anche tra gli uomini della legge, ci sono elementi che sanno fare il loro dovere.

Ma, si sa, il potere è terribile ed è capace di schiacciare tutto e tutti. Cos’è il potere? La politica, le sue connessioni con il mondo degli affari, la mafia  degli Zecchinetta e dei Pizzuco e quella dei colletti banchi, dei deputati, dei ministri che cercano il consenso a tutti i costi, anche con i compromessi  con un mondo da cui la moglie di Cesare dovrebbe stare lontana.

E’ stato assassinato un piccolo imprenditore di provincia, Colasberna; certamente l’assassino è Zecchinetta e il mandante Pizzuco, dietro i quali c’è il mondo della politica. Tutto è chiaro al Capitano Bellodi, ma il maresciallo dei carabinieri, un uomo vissuto e che conosce bene la Sicilia, sa che non è così che il giallo si risolverà e che la verità a poco a poco si appannerà fino a diventerà opaca, fino a sfumare. E la realtà diventerà un’altra: è il giallo sciasciano, un giallo alla rovescia in cui si conosce la verità che nel corso dell’opera s’ingarbuglia e si trasforma.

Il libro è veramente terribile e mette a nudo una Sicilia irredimibile, una Sicilia che ancora oggi non riesce a decollare e a diventare una regione normale e moderna, proprio per quel cancro che la divora implacabilmente, senza darle possibilità di guarigione.Gaetano Aronica questo lo ha capito e lo ha evidenziato, come era suo dovere, ma ha aperto spazi alla speranza e ha saputo dare una dimensione nuova alla vedova Nicolosi,  che vuole sperare per sé e per i propri figli:  in un mondo omertoso, dove non parla l’autista dell’autobus dove è stato ucciso Colasberna, non parla il fratello di Colasberna, non parla il venditore di panelle, non parla nessuno… questa donna riesce a dire la verità e ad accendere una luce in un mondo che altrimenti resterebbe  totalmente al buio.

Anche in questo Aronica ha interpretato il pensiero di Sciascia, che sarebbe stato felice di assistere a questo spettacolo teatrale.

Un giorno abbiamo chiesto a Sciascia di parlarci del suo profondo pessimismo e Lui  ha risposto che sì, era un pessimista,  ma per il fatto stesso di scrivere qualche speranza doveva pure averla… ed è la speranza di Rosa Nicolosi, colta così bene da Aronica, uomo di teatro che probabilmente, con questa messa in scena,  ha aperto dinanzi a sé nuovi orizzonti.

L’opera – lo abbiamo detto all’inizio – è indubbiamente di sapore nostrano: siciliano è Sciascia; siciliano è Aronica; siciliani il produttore Francesco Bellomo, il regista Fabrizio Catalano (nipote di Sciascia), gli attori Nino Bellomo, Pippo Montalbano, Paolo Macedonio e lo stesso Aronica, che interpreta la parte del maresciallo dei carabinieri.

Accanto a questi personaggi il regista Catalano ha schierato Giulio Base nella parte del capitano Bellodi, Milena Miconi nella parte di Rosa Nicolosi, Vanni Materassi, Roberto Posse e Roberto Negri. Un cast d’eccezione che ha saputo rendere corale l’azione scenica.

I siciliani hanno capito l’importanza dell’operazione culturale ed hanno riempito per tre sere il teatro del Caos di Agrigento, la piazza di Racalmuto e l’anfiteatro di Zafferana Etnea, dove l’opera è stata finora rappresentata, e noi ci auguriamo che questo spettacolo possa essere proposto in ogni parte d’Italia e all’estero. Il teatro siciliano ha  profonde e solide radici nella Magna Grecia e in tutta una lunga tradizione che ha avuto il suo massimo splendore in Pirandello.

Agrigento, 6.7.2004

Questa Recensione è Contenuta nel mio Libro“Narrativa in Tv, Un Libro Per Amico

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