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Antonio Russello “La Luna si Mangia i Morti”

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“E’ destino delle grandi opere di perdersi si, ma il cielo le salva e le fa arrivare in porto”.

Così scriveva Antonio Russello nella sua opera “Giangiacomo e Giambattista” ed oggi noi dobbiamo prendere atto di quanto sia vera questa affermazione che il nostro autore sentiva bruciargli sulla propria carne allorché ha dovuto constatare che le sue opere pubblicate e, ad un passo del grande successo, venivano poi poste nel dimenticatoio più assoluto sapendo egli che il cielo le avrebbe salvate e fatte arrivare in porto.

Oggi entra nel grande porto della cultura italiana ed europea, grazie al coraggio di una piccola casa editrice di Treviso, la Santi Quaranta diretta egregiamente dal sensibile Ferruccio Mazzariol, il Romanzo “La Luna si mangia i morti”. Ed è bene che il battesimo di questa grande operazione culturale sia avvenuto nel paese di nascita di Russello e nel paese dove è ambientato il libro Favara perché così sarebbe piaciuto all’autore il quale scrisse nella premessa al libro, in contrapposizione a Vittorini:

“non credo che i manoscritti vangano trovati in una bottiglia, non credo cioè che una vicenda possa essere indifferentemente posta in un paese come in un altro.” “C’è una fedeltà al di fuori della quale se l’autore si mette, rischia di essere orfano, rischia che la sua terra gli diventi matrigna. Noi ci portiamo appresso non solo lembi di terra cielo e sangue di chi ci fece, ma anche il peso di una data, della quale bisogna che uno scrittore assuma la piena responsabilità. E anche la data è una patria temporale in cui egli si è sentito rivivere, ha sentito risalire il latte di quella nutrizione, il dolore di quella dentizione”.

La terra matrigna, a distanza di più di quaranta anni tenta di riconoscere il figlio abbandonato e di alzarlo al cielo per mostrarlo orgogliosa a tutte le genti.

La Luna si mangia i morti è stato scritto, come dice lo stesso autore, nel 1953 in Provincia di Padova e pubblicato nel 1960 da Mondadori nella collana La Medusa degli italiani.

Elio Vittorini che aveva respinto il manoscritto di Tomasi di Lampedusa volle pubblicare il libro di Russello che certamente lo avrà colpito positivamente come ha colpito noi che lo abbiamo letto e siamo restati stupefatti per la bellezza della narrazione e per la prosa di cui parleremo a parte.

Lo stesso Sciascia che, oltre ad essere scrittore vero e sanguigno, è stato un profondo ed accorto critico letterario capace di trarre dai più profondi meandri della dimenticanza autori e letterati di grande valore, notò e recensì il libro di Russello definendolo una ballata evocativa. “Si può anzi dire, dice Sciascia, che bastano le parole “sangue” e “destino” a far da chiave al libro, alla leggendaria Sicilia che ci viene incontro dalle sue pagine. Una Sicilia che vive nella dimensione delle pitture dei carretti, e dei carretti e dei teloni dei cantastorie: vivida di colori, fitta di personaggi, schematicamente drammatica, appena sfiorata dalla storia. E’ la Sicilia di una “gitaneria” senza tempo, che anarchicamente (ma di una anarchia da sottoproletariato:come appunto quella dei gitani di Lorca) si oppone al carabiniere, alla guardia civile. Insomma: un mondo, questo evocato da Russello, che ha i suoi precedenti in Lorca e non, come qualcuno ha detto, in Verga….e presto o tardi si doveva arrivare, combinandosi una nativa vena di “gitaneria” siciliana agli influssi del lorchismo, a questa accesa RUTILANTE favola della Sicilia. E ci impressiona positivamente questa definizione sciasciana di una Sicilia ROSSO SPELENDENTE” che si intravede nel libro di Russello. Sciascia con questa sua recensione pubblicata sul giornale “L’Ora” di Palermo del 2.3.1961 mostra di avere compreso il valore dell’opera di Russello apprezzandone la validità ma pensiamo che avrebbe potuto fare di più per assicurarne il successo anche se allora il nome di Sciascia non era quello che noi oggi tutti conosciamo. E ci stranizza come, a seguito di questo incontro letterario, non siano continuati i rapporti tra Sciascia e Russello e non abbiano dato altri frutti positivi. Ma questo è un tema tutto da esplorare e da studiare perché probabilmente la ritrosia ed il carattere di Russello lo hanno portato a non cercare incontri più continui con l’autore racalmutese che nella sua terrazza di contrada Noce non disdegnava di ricevere tutti gli amici che lo andavano a trovare nei caldi pomeriggi di estate.

Anche Vincenzo Consolo notò il romanzo e lo ascrisse a “quel filone allora in voga che si diceva neorealismo” Il libro, dice Consolo, è ambientato in un paese di zolfo, dove imperversa la mafia. Ed è l’educazione sentimentale ( e civile) di un fanciullo, a cui hanno ucciso il padre, che passa dalla tutela di uno zio, zolfataro, ribelle e un po’ fuorilegge, a quella del patrigno, un brigadiere dei carabinieri. Come si vede il libro non è passato inosservato dagli uomini di palato fine.

Ciò premesso dobbiamo dire che il romanzo, è scritto in prima persona, narra la storia di un ragazzo il cui padre bandito viene ucciso mentre la madre è incinta dello stesso per cui la morte di Verdone lascia il figlio orfano e la madre vedova.

Il ragazzo vive intensamente la vita del proprio paese e in special modo quella di casagrande dove abita la madre con i nonni, gli zii, e tanti amici che attorno a quella casa orbitano.

Qui si sviluppa e si muove un mondo tutto particolare tipico degli anni venti della nostra martoriata Sicilia. Il paese è presidiato dai carabinieri che cercano di debellare la maffia, come la chiama Russello, e la delinquenza comune, e vive la presenza dei carabinieri come una specie di occupazione manu militari per cui cresce l’odio contro le forze dell’ordine “meglio carogne che sbirri”, come risponde Belgiovine alla nonna che lo incitava a farsi carabiniere per trovare un lavoro. Ma il mondo non si può mai dividere in maniera manichea e gli uomini, oltre che a guerreggiarsi sono portati ad unirsi e a vivere assieme anche se di razze diverse come ci vuole dimostrare lo scrittore israelianoYehoshua che nei suoi libri ci parla di amori tra israeliani e palestinesi. Infatti l’appuntato Lo Bianco, mentre frequenta casagrande per sorvegliare gli uomini e svolgere il suo compito, si innamora di Angelina la vedova di Verdone e la conduce a nozze anche se i familiari sarebbero stati restii a dare in sposa la loro parente a uno sbirro che, in fondo, come dice la nonna, “è un uomo in gamba, un’autorità, la farebbe signorona, e voi chi siete?” Ed il nonno Peppe schierandosi con la moglie dice che quelli hanno paghe sicure che arricchiscono la casa.

Antonio Russello

Antonio Russello

Così il nostro giovane diventa il figliastro di Lo Bianco, lo sbirro, ma in vero, è figlio di Verdone il bandito. E qui si sviluppa tutta la capacità narrativa di Russello che da una parte ama descrivere la mentalità favarese di quel tempo che vede in Verdone un eroe, un bell’uomo sul cavallo bianco, “era bello come un arcangelo”, il guardiano della piana ed infatti si usava cantare una canzone a lui dedicata che dice “ passa lu guardianu della piana”. E lo zio Nardo rivolgendosi al figlio di Verdone gli dice: tuo padre spuntava di lì nel cavallo bianco che pareva l’Arcangelo!

Mentre la moglie dice al figlio che Verdone era un delinquente e che di lui doveva provare vergogna anche in considerazione che ormai era diventato il figlio di un uomo di legge che gli avrebbe certamente assicurato un destino diverso da quanti erano costretti a rimanere inchiodati alla piana. Ma il figlio di Verdone è legato alla piana, al suo paese, ai profumi della sua terra, ai carrubi, ai mandorli fioriti, al mare di San Leone che vede da lontano, insomma a quella terra che di sotto è piena di zolfo e di sopra dà frutti abbondanti. La sua felicità sono Gilillo, Giugiù il cugino falegname, Vento, Laurè specializzato nell’uso della fionda, Belgiòvine personaggio inquieto e frutto tipico della mentalità dei luoghi che ne assorbirà i profumi, i costumi, e tutto quanto di peggio abbia potuto produrre quel luogo. Con essi gira in lungo ed in largo i luoghi che furono il teatro delle gesta del padre e a poco a poco tenta di ricostruirne la figura apprendendo a spicchi la storia della sua vita che gli amici e i conoscenti gli vanno sussurrando con molta circospezione perché è ancora pericoloso parlare delle gesta di Verdone che amministrava giustizia che non si faceva fare e non faceva fare soperchierie a chicchessia, in un mondo dove la giustizia è stata da sempre assente e lo Stato assume l’aspetto del predone, dell’esattore, della lunga leva. Ed in queste condizioni è la mafia che prende il sopravvento anche se con la scusa di amministrare giustizia. Cos’è la mafia chiede il nostro giovane al nonno Peppe. Ed il nonno: “Quando uno passa alle massarie e gli danno uova, cacio, pane, frutta, zitto e gli mettono sul cavallo un agnello sano, e non si dice nulla, e si saluta solo. Questo.” La Mafia è anche rispetto della religione infatti in una notte di luna come questa, perché si costruisse la chiesina del convento sopra i carrubi, e i ricchi del paese, tirchi, non volevano mettere un soldo, Verdone aveva rapito un grosso proprietario, Marano, e l’aveva sorpreso a Trerocche, solo….In questo modo si potè costruire la cappella del convento-per una grossa elemosina data da mano ignota, si disse, e del sequestro di Marano, tutti furono contenti. Anche Dio aggiungiamo noi. Non si scandalizzi nessuno se affermiamo che prima dell’anatema del Papa sotto il tempio della Concordia di Agrigento e prima dell’assassinio di Don Pino Puglisi, la Chiesa non ha mai disdegnato contatti organici con la onorata società ed è a tutti noto che nel dopoguerra i deputati di Governo si facevano nelle sagrestie con riunione di politici, preti e mafiosi.

Il figlio di Verdone vive la contraddizione di un padre mitico come il Guerrino di Re Carlo o di un padre che era un bandito, un uomo senza cuore, un delinguente come diceva nonna Rosa. Il patrigno lo stacca dalla piana e lo porta in città a studiare per diventare altro e potere legittimamente aspirare a guardare Rosalba nella villa Fanara. Ma il suo cuore e la sua testa rimangono sempre a Casagrande, alla piana ai suoi amici.

E’ bello tornare qui e stare insieme, perché lontani ci si sente sperduti. La città è un luogo di estraniazione perché non ci sono i carrubi, le grandi piane con gli alberi fioriti, non ci sono stradoni dove si può uscire liberamente con la comitiva in cerca di nidi o di esperienze di un mondo “rutilante”

In città è come essere un “destierro” come direbbe Leonardo Sciascia.

Per cui i mesi di scuola del figlio di Angelina passano in attesa della partenza e dell’arrivo festoso, con il vecchio trenino di montagna, alla stazione dove si trovano sempre Laurè con la sua fionda, Giugiù, Belgiovine, Vento, Gilillo, nonno Peppe, nonna Rosa. E via per i campi alla scoperta della natura ed in tal senso dobbiamo dire che il Russello fu uno scrittore ambientalista ante litteram come si può vedere anche dalla lettura di altre opere come l’Isola innocente e dalla descrizione minuziosa dei luoghi della sua infanzia ai quali dà sacralità e testimonianza della sua fede. Troviamo nel libro, all’atto del suo ritorno dal nord, il dolore per non avere più ritrovato gli oleandri, i carrubi e quindi un cambiamento in senso negativo della natura che può essere modificata e mai abbattuta come gli alberi del bosco di Giangiacomo.

La piana che dolcemente scende da Favara, in un tripudio di colori, di balze, di alberi di tanti tipi, di ulivi che hanno visto tanti morti quanti frutti hanno maturato, di calcheroni che hanno “squagliato” zolfo e corpi di “ infami” e “traditori” e che arriva a sedici chilometri di distanza, alla distesa azzurra del mare aspro africano che il nostro protagonista può solo vedere, sognare perché sedici chilometri sono una distanza impossibile per quei tempi, è la scena fiammeggiante di questa storia che è storia corale, intreccio di storie, di drammi, di delitti “dovuti”,di cavallerie rusticane che lasciano sangue e morte. Ed infatti lo stesso autore dice “ che si può essere fedeli a se stessi, solo quando l’ispirazione ci riporti sempre alla stessa terra, ci schiacci sempre sotto quell’urgere di terra e cielo e SANGUE, come DESTINO, perciostesso che continuamente premono, vogliono essere placati come spiriti cattivi, con l’evocarli”. Ed è per questo, a nostro avviso, che il protagonista del nostro libro si riporta alla stessa terra e c’è in lui quell’urgere di terra e cielo e sangue, come destino.

Inconsciamente cerca il suo destino di figlio del bandito giustiziere Verdone e figliastro del Brigadiere Lo Bianco che gli dà la carta vincente della sua salvezza con la fuga da una terra senza speranza. Infatti nonno Peppe dall’alto della sua esperienza gli dice “Basta volere e uscire di qui, e ricchi si diventa, mentre a rimanerci, il guaio è che noi in Sicilia, il più misero sogno che facciamo è quello di diventare re.”

Ed il giovane che già studia, che incomincia a capire le cose del mondo e a fare le differenze anche se è affascinato dalla favola del cavaliere senza macchia, bello come l’arcangelo, riflette e dice a se stesso: “Ma io pensavo perbacco che non ero ragazzo, che conoscevo le cose, che quella storia era passata, e ora mi faceva da padre un onest’uomo, un uomo di legge, un pezzo grosso della città, e ne andavo fiero, mentre quell’altro era stato un assassino. Era esattamente come diceva la nonna. Per questo avrei voluto subito partire.”

Questa riflessione del figlio di Angelina va rimettendo le carte a posto e ci fa capire anche da che parte sta l’autore e ciò per evitare che i vari Arlacchi di turno possano dire di Russello quello che hanno detto per Sciascia e cioè che Sciascia avesse un certo animo tenero nei confronti della vecchia mafia.

Ed a questo proposito noi vogliamo fare una digressione su quanto è avvenuto in Sicilia negli ultimi 150 anni e perché si sono verificati fenomeni di banditismo che in altre ragioni non hanno avuto ragion d’essere.

Ci sono momenti della storia della Sicilia e del Regno napoletano in cui il confine tra banditismo ed eroismo è stato veramente molto sottile.

Dobbiamo dire con molta chiarezza ed una volta e per sempre che la Sicilia sotto i Borboni aveva iniziato un cammino di sviluppo economico che era in itinere. La flotta dei Borboni era la terza di tutta Europa, le filande avevano una certa consistenza, le miniere venivano sfruttate, le trazzere rendevano accessibili le campagne e pur tuttavia, a differenza di altre regioni dove il Risorgimento non fu un fatto di massa, i siciliani fecero veramente le lotte risorgimentali e consentirono a Mille garibaldini di impossessarsi di tutta la Sicilia in barba ad un esercito borbonico regolarmente organizzato e tutto questo nella certezza che Garibaldi, come promesso, avrebbe diviso le terre ai contadini levando i feudi ai vecchi baroni ed ai vescovi che erano la più grande potenza terriera della Sicilia. Fu proclamata con voto plebiscitario la dittatura garibaldina ma poi a Teano Garibaldi venne proditoriamente fermato da Vittorio Emanuele II, estromesso dal potere ed il regno delle due sicilie fu occupato “manu militari” dai piemontesi che vi istallarono i loro funzionari, che portarono il centro decisionale del potere a più di duemila chilometri di distanza a Torino, che venero a rubare i figli dei contadini per imporre una leva durissima ed infinita che toglieva braccia valide all’agricoltura che era l’unica risorsa, ad imporre tasse e balzelli e non finire.

Le terre espropriate alla Chiesa finirono per pochi soldi ai baroni e ciò aggravò le condizioni dei contadini che le avevano a mezzadria. I siculi picciotti si diedero alla macchia ed impugnarono le armi per difendere i loro diritti e per combattere gli invasori, i baroni si crearono squadre di campirei e quindi è facile immaginare cosa sia successo nelle nostre contrade. Basti pensare che nel regno delle due sicilie nel decennio che va dal 1861 al 1871 sono state giustiziate migliaia di persone.

In questo clima Verdone diventa somministratore di giustizia, eroe mitico della tavola rotonda in una terra dove anche i contadini, che mai avevano visto un libro, tenevano, sul loro tavolo unto di olio e di sporcizia, le storie dei paladini di Francia e questo certamente il Professore Russello lo sapeva benissimo.

Ed il libro di Russello può, sotto certi aspetti, essere inquadrato nel ciclo carolingio perché canta l’epopea di un popolo, forse l’epopea di un popolo straccione, del “sottoproletariato” dei gitani di Lorca come dice Sciascia.

Ma il Professore, detto nel senso più alto e colto della sua accezione, questo mastro Don Gesualdo della parola(riferendoci al grande Gesualdo di Comiso che tanto rassomiglia al nostro), cresciuto e vissuto nella terra della Magna Grecia, con i templi dorici che poteva ammirare costantemente ed in maniera splendida dalla sua piana, quest’uomo che viveva i luoghi dei poemi omerici non poteva non dare al suo libro la dimensione del poema. E con una scena bellissima ci riporta al canto sesto dell’Iliade quando Andromaca corre alle porte Scee con il suo Astianatte per mostrarlo orgogliosa al Suo Ettorre forse per l’ultima volta dato che l’Eroe va a incontrarsi con il feroce Achille.

Belgiòvine, che segue le orme di Verdone, ha cuore e sentimento e racconta al suo nipote che quando è nato la madre ha fatto un sogno. “come due donne bellissime, le fate, che glielo avessero portato in braccio, e le dicessero: Tieni t’è nato, vedi come è bello. Tua madre ti prese, ti portò in alto, al sole, esse ti toccarono con una verga d’oro”. Alla piana Verdone era impegnato con i fratelli in un conflitto a fuoco contro duecento sbirri che sparavano a pancia a terra; era d’Agosto ed il sole infuocava le campagne e la sete prendeva per la gola tutti tanto che anche i carabinieri corsero al fiume a bagnarsi le labbra di acqua. “Da Casagrande, continua Belgiòvine, partì anche Anna con una cesta di bucato, e scendendo per la piana, lungo il ruscello, la passò a quelle donne. Le donne, una dopo l’altra, sotto gli occhi di qualche carabiniere che non vedeva sciogliere i panni in acqua, e seguiva il giro con l’occhio sospettoso. ??????????????

Così ci sparò sopra, ma rispose Verdone dalla colombaia, con una sparatoria infernale; allora l’ultima donna che prese la cesta, si vide correre in mezzo ai due fuochi, alzarla in alto con un bambino dentro e un vagito, e implorò pace con il fardello, che Verdone fece segno agli altri di cessare il fuoco con la mano, sentendosi padre e intenerendosi. E nell’aria restò il vagito, il fumo

della polvere sparata e l’arma puntata in mano a ciascuno, con la bocca fumante; Verdone, gli altri, andarono in cerchio a togliere il velo sopra la cesta, a guardare quel miracolo di bellezza, e la donna dice che è nato con un sogno di fate, e gli racconta come, a Verdone. Il quale prende con le mani il bambino, esce fuori all’aperto, l’alza in alto al sole, come un guerriero, la sua spada lucente.

Il bambino era il frutto dell’amore. Infatti Angelina aveva scelto Verdone tra tanti che aspiravano a lei. Appese fuori la porta in segno di scelta le melagrane che Verdone le aveva regalato e lui venne col cavallo banco e a volo si prese in sella la sposa e galoppò per la piana.

Quell’amore durò poco perché Verdone fu ucciso dai fratelli che gli vollero rubare la terra di Furore. Non morì da eroe come si conviene ad un cavaliere della tavola rotonda, morì da delinquente senza che la luna si potesse mangiare il suo corpo perché il cadavere l’avevano invece chiuso dentro un sacco e portato in uno di quei forni vicini, dove bruciava lo zolfo e colava nella fornace, glielo infilarono e, quando tutto fu arso e sbriciolato, la cenere la dispersero nel vento della Piana, nel sole, che non si trovò più nulla.

Fu il povero corpo di Lucia, invece, ad essere divorato dalla luna. Lucia aveva fatto entrare nella sua casa Bova tornato ricco dall’America e venuto a corteggiare il suo vecchio amore che intanto era diventata la moglie di Belgiòvine. Ma nella profonda Sicilia vigeva la ferrea legge dell’onore e non era consentito alla moglie neanche un ammiccamento. Vigeva la legge islamica ed un uomo d’onore come Belgiòvine non poteva sopportare che la moglie ricevesse pubblicamente un suo vecchio pretendente e magari ne accettasse i fiori. Era la condanna a morte. E ciò anche se siamo certi che Belgiòvine era innamorato fortemente della sua Lucia e pensava ai suoi occhi profondi . E’ lo stesso terribile dramma di Ciampa e di tanti altri personaggi Pirandelliani che sono portati al delitto non per convinzione ma perché così ordina la società ed il pensiero comune.

Belgiòvine uccide la sua donna che porta in grembo il suo bambino e lascia che la luna si mangia la sua Lucia. Belgiòvine sa che la sua vita è finita e che quindi è un altro vinto che si aggiunge alla serie di vinti della letteratura siciliana che è amara ed intrisa di tanto pessimismo e della concezione assoluta della irredimibilità .

E mentre il cuore gli si gonfia pensando che la luna sta ingoiando il dolce corpo della sua amata va a letto e prende a dormire nel suo letto il nipote per dirgli: “Vorrei sollevarti come non ho potuto mai fare con nessuno dei nostri.

Nessuno di noi ha migliorato qui.

Questo vuol dire che c’è un destino qui, una maledizione, che le teste sono guaste, . Io sono uno straccio, la mia vita un fallimento: un anno in carcere, senza famiglia, disoccupazione sempre…Per questo ti dico stai attento, non perdere la testa dietro la prima che ti capita. Io ho l’esperienza, mi fa male che anche voi dovete perdervi. Vedi quella donna? M’ha preso, non c’ero preparato. L’amore! Bah, sciocchezze, è bello sì, ma passa subito, sta attento a me, passa” e questo mentre pensava a quei due grandi occhi neri, lucenti di Lucia.

Queste cose il figlio di Verdone le aveva capite e certamente non voleva diventare un vinto ma voleva vincere.

“Ma cos’era questo vincere? Se non un desiderio di primato che il nonno trasmetteva nelle sfide della banda, Belgiòvine nell’abilità della parola e dei brindisi, e nel vantarsi amico di tutti e che anche in me si tramutava in sogni di vittoria negli altri, d’arrivare ai più ricchi, diventando qualcosa e togliermi una sposa da una di quelle ville, ma che fosse lei a venirsi a umiliare dinanzi a me, tosto che si dicesse: è il figlio di Verdone?”

Rosalba, la figlia dei ricchi e nobili Fanara guarda il giovane e bello figlio di Verdone divenuto studente che riceve da lei una melagrana staccata dall’albero quale simbolo di amore e di felicità.

Con l’arresto di Belgiòvine alla Piana Tutto era finito e finisce la nostra storia amara.

Il protagonista del libro esce fuori dalla piana e si salva, diventa uno stimato professore e gli altri spariscono chi in terra straniera che in mezzo al fuoco della guerra.

Il suo ritorno da grande è triste e sconsolato, alla stazione non trova più nessuno, va a trovare nonno Peppe al Cimitero che gli dà la sua sveglia con su dipinto il cavallo bianco, un uomo e una donna sopra, poi il bosco,-spiegò-ce n’hanno ammazzati tre ma la sveglia non suona più.

Questa immagina del nostro protagonista che cerca il nonno al cimitero ci rimanda immediatamente a “Conversazione in Sicilia” di Vittorini dove Silvestro,(capitolo XLII e seguenti) al cimitero intesse un dialogo terribile e drammatico, con il fratello morto in guerra. Del resto Russello e Vittorini, ambedue figli di ferrovieri, hanno un destino comune che è il “destino” dei libri per i quali forse e certamente sono nati.

Russello con questo libro abbandona i vinti ed impersona una letteratura positiva in cui c’è il riscatto e la consapevolezza dell’errore anche in coloro che ci sembrano senza cuore. Una letteratura nuova che emerge dal silenzio dopo più di quaranta anni ma che certamente aprirà un dibattito nuovo e positivo sugli scrittori siciliani del secondo novecento.

Bisogna emigrare per uscire fuori dalla morta gora e diventare qualcuno ? Probabilmente si. Ma anche Belgiòvine a suo modo si è riscattato ed altri giovani non sono caduti certamente nella rete del male anche se non sappiamo quale sia stato il loro destino anche se sappiamo che per molti di loro c’è stato il destino del sangue di una guerra terribile e cruenta. Sangue e destino sono le chiavi del libro, dice Sciascia, ma un destino, diciamo noi, che non sempre deve essere nero.

Noi non possiamo chiudere queste note sul libro più pregnante e tra i più significativi scritti da Russello, senza parlare della sua prosa che è veramente eccezionale, ricercata e frutto di una grande cultura umanistica vissuta sui banchi di scuola ed assimilata nell’aria che si respira nella terra della magna graecia. In lui prevale il linguaggio figurato, la construtio ad sensum, i latinismi con i verbi all’ultimo o costruzione inversa, le metafore (gli feci la faccia di sangue), gli anacoluti (quegli ulivi, spiegò, ce n’hanno ammazzati tre), i pleonasmi, l’anafora o il cosiddetto uso della ripetizione o del raddoppiamento. Molto usata è l’ellissi del soggetto o del predicato; troviamo la virgola come forma di disgiunzione e questo per raggiungere un effetto particolare o per mettere in rilievo i personaggi che più gli interessavano nella economia del racconto ( Verdone, gli altri, andarono in cerchio a togliere il velo sopra la cesta, a guardare quel miracolo di bellezza).

C’è poi il linguaggio parlato che ci riporta al verismo Verghiano: la rama, la pampina, erano felici come la pasqua, è inutile che ti pettini e ti lisci il conto che ti fai non ti riesce, il boiacane che sentiamo pronunziare molto spesso.

La nostra lingua, scrive Russello nel libro Venezia Zero, ci appartiene e al tempo stesso non ci appartiene più: la rifacciamo continuamente nell’usarla.

Ed egli l’ha rifatta con grande mestiere e grande professionalità.

Ed anche sotto questo aspetto il libro di Russello farà discutere e ci farebbe piacere sentire il giudizio del Professore Gesualdo Bufalino che definiva la parlata sciasciana asciutta e la sua umida.

Anzi ci ricordiamo che sulla scalinata della chiesa del Monte di Racalmuto mentre attendevamo che uscisse la bara del suo caro amico Nanà parlando della sua scrittura si autodefinì scrittore barocco.

Il libro di Russello è precedente all’esplosione letteraria di Bufalino e quindi nessun sospetto può nascere per un accostamento dei due autori ma certamente si tratta di due professori di lettere nelle scuole superiori ed il barocchismo e l’umidità del linguaggio certamente li accomunano.

La realtà è che Russello si appalesa scrittore vero, scrittore nato, scrittore che ha imparato il mestiere attraverso lo studio della lingua, della sintassi. Da lui avremo da imparare e la lingua italiana ne esce bella, fluente e più ricca senza alcun bisogno di esterofilia. Qualche volta la sua lingua diventa “impervia”,come dice lo stesso autore, ma sempre elegante e raffinata segno di un grande mastro di scuole alte che fa diventare “La luna si mangia i morti” una grande rivelazione letteraria postuma

Agrigento, lì 16.10.2003. Gaspare Agnello.     Compra il Libro su IBS

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