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Giovanna Giordano, nata a Milano ma siciliana di Messina, non finisce di stupirci. L’avevamo conosciuta in casa Sciascia come giornalista de La Stampa e ci aveva impressionato la disinvoltura con la quale si rivolgeva al grande scrittore e il fatto che “osava” registrare tutte le chiacchierate con Leonardo Sciascia.

foto: G. Agnello e Giovanna Giordano con "Il Mistero di Lithian" al Premio Racalmare di Grotte (AG) nel Set.'05

Ci sorprese nel 1996 con la sua opera prima Trentaseimila giorni (edita da Marsilio) a cui il preside-sindaco Antonio Cimino assegnò la X edizione del Premio Racalmare Leonardo Sciascia, che noi – in verità – avremmo voluto assegnare a Coelho.

Oggi, a distanza di otto anni, ci ammalia con un romanzo stupefacente, Il mistero di Lithian, ovvero“Jérusalem , edito anch’esso da Marsilio.

Diciamo che il libro ci colpisce perché Giovanna Giordano esce dal comune, non  racconta una storia “normale” come se ne trovano in tanti romanzi, ma ci porta su una cavallo alato, “novello pegaso”, verso un mondo di sogni e ci fa vivere una favola strabiliante, mettendo a frutto una fantasia che non conosce limiti.

Attraverso la sua dolce follia razionale ci conduce, lungo il mare nostrum, in una “Odissea” antica e omerica, moderna e reale, in un mondo di lune, di mare rosso colore del vino, di fondali marini meravigliosi dove non si fanno le guerre, di profumi di gelsomini, di vulcani che eruttano e creano mille nuove isole fantastiche, di bellezze di marmo che parlano e ti rubano il cuore, come la statua di Motia, di paesi pieni di arte, di porte bronzee, di marinai ignoti dal sorriso enigmatico.

Con il suo Samuel, sbattuto dalle onde a Katania, Giovanna Giordano intraprende un viaggio mitico verso Jérusalem, la patria di Samuel e verso la scoperta del mistero di Lithian; il viaggio si snoda nei luoghi della Sicilia di Ulisse, di Enea, di Sciascia, di Consolo, di Collura, nella Tunizia e nei luoghi  di tutta la Magna Graecia per approdare quindi nella terra promessa, dove aspri sono i contrasti tra gli ebrei di Samuel e i mameluchi, contrasti che hanno insanguinato il Mediterraneo da duemila anni e che Giovanna vorrebbe risolvere in maniera fantasiosa con una coabitazione sulla spianata di Gerusalemme tra ebrei e mameluchi: gli uni dovrebbero abitarla durante il risplendere del sole, gli altri durante il risplendere della luna.

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Durante questo fantastico viaggio compiuto a bordo di barche “scancariate”, di carretti, di mongolfiere, di asini focosi che fanno l’amore tutti i giorni, (a differenza di Giovanna che non lo fa mai), la scrittrice compie un percorso sentimentale attraverso Taormina, Gesso che viene definita la piccola Gerusalemme, le isole Eolie, l’Etna che erutta e crea nuove isole, Motia, Palermo, Cefalù, la Gibellina di Corrao… e lungo questi percorsi incontra costantemente le scritte del cabalista Abulafia che dà ai viaggiatori ammonimenti e li incita a raggiungere Lithian.

Cos’è Lithian? Un mistero, una chimera, forse niente, forse il quid che i viaggiatori inseguono e mai riescono a trovare, forse il senso della vita, se la vita ha un senso.

Non è facile dare un senso alle cose della vita. Che senso ha in Sicilia l’amore se chi ama uccide  per amore e chi parla muore?

Che senso ha che Giovanna si innamora di un uomo che viene sbattuto dalle onde sulle coste di Katania. E’ il senso della follia, l’inseguire il “miraggio”.

E poi seguire quest’uomo nel suo lungo viaggio verso Gerusalemme e verso la scoperta del mistero: è  “una pazza, una pazza da catena”, (che non fa mai l’amore col suo uomo, come i personaggi di quasi tutti i maggiori scrittori siciliani, che sono sessuofobi). E in questa pazzia vengono coinvolti il cuoco Karamell e l’archeologa Agatella, oltre al cinese Kop Giak Yung che definisce i suoi amici  “gente pazza che va su e giù per il mondo in cerca di parole senza capire niente”.

Però bisogna dire che la follia dei personaggi è molto spesso fantasia, amore del bello, amore della giustizia e della pace. Scorrendo il libro si trovano considerazioni molto profonde, che ci svelano una scrittrice  pensosa e attenta ai problemi dell’umanità, che Lei forse vorrebbe risolvere sognando.

La scrittrice si accorge che le foreste sono diventate città e le città foreste, ci dice che senza Dio non si può andare da nessuna parte, ma nello stesso tempo  ci parla dei tanti “Dio” degli uomini, della religione come strumento di potere e di oppressione, delle tantissime guerre che si fanno in nome di Dio, del potere  che uccide e che è sanguinario.

Il libro della Giordano ha la fantasia senza briglie della giovane e bella scrittrice ma ci regala anche le riflessioni di una donna vissuta “trentaseimila giorni” .

La scrittura è tra le più belle che si possano gustare; la narrazione è infarcita di significative parole della lingua siciliana che rendono il libro più vero e più gustoso:

L’aria ciauriava di Zolfo”, “ I palazzi infatti luciavano”, “Le torri sdirrupate”, ”Si era scantato da morire”, “I ricordi che gli rumuliavano il cervello”, “I due ciuciuliavano a voce bassa”, “Mentre Samuel ancora si lastimia”, “Chi me lo doveva dire che oggi incontravo gente così scunchiuduta?”, Le ulive impassulute”, “I murmuriamenti”, “La munnizza”, “La fame ci rumuliava il cervello”, “La barca si cassaria sulle onde”, “L’ulivo più vecchio e inturciuniatuo”…

Oggi molti scrivono in dialetto e molto spesso in un dialetto inventato che Consolo definisce italiano collassato, mentre le parole siciliane della Giordano sono perle dialettali inserite in una lingua bella e asciutta che viene resa più vera proprio da queste parole dialettali.

Per quanto riguarda le ascendenze della Giordano, dobbiamo dire che la scrittrice rende un omaggio dovuto a Sciascia e a Consolo, ma la sua prosa, il suo stile ed il suo mondo sono diversi dal mondo dei due scrittori siciliani che la Giordano ama immensamente e che certamente hanno contribuito a farla diventare “grande”.

I dialoghi ci riportano un po’ a Moravia, alla magia, a Coelho, ai riti africani; e alcune riflessioni su Dio e la guerra, allo scrittore marocchino Jelloun.

Queste considerazioni ci sgorgano dal cuore e non hanno la pretesa d’essere una recensione letteraria; e forse non hanno saputo rendere appieno la bellezza e la diversità di questo libro di Giovanna Giordano, ma ciascuno – leggendolo – può  provare sensazioni nuove che difficilmente riuscirà a dimenticare.

Dialoghi tratti dal libro di Giovanna Giordano “Il Mistero di Lithian”:

“Giovanna noi siamo qui a presentare il tuo libro e questo mi sembra assurdo perché chi vuole conoscere il tuo libro lo può comprare e se lo può leggere ricavando le sensazioni personali che ognuno trae dalle sue letture.
Io voglio dirti che questo è una perdita di tempo.
Vorrei guardarti come il sultano con l’occhio di miele per dirti:
Madama, la tua bellezza è simile alla bellezza della luna
Non me l’ha detto mai nessuno.
La tua bellezza è come la tua intelligenza?
Non lo so.
Mi sembri un po’ tonta
E’ vero
Almeno sei gentile?
sono gentile
La gentilezza calma anche i leoni.
Veramente l’amore calma tutti, uomini e bestie feroci.
Hai visto che sei intelligente?
………….
Sultano qui il saggio sei tu.
No, piccola gazzella, è solo la vecchiaia che  liscia il ragionamento.
Allora mi piace la vecchiaia.
E allora
che te ne fai di un uomo così inutile? Vieni via con me bella bruna con i capelli lunghi
Vivi sempre di favole, vero?
Non hai voglia di scappare?
Scappare come?
C’è sempre un modo per scappare.
L’amore è ridicolo
Che bello essere ridicoli.
Non ho nessuna intenzione di innamorarmi.
Prima o poi si innamorano tutti
Io no
Tu si.
Sarebbe bello vivere una favola
Lo sai che quando un adulto entra dentro una favola, poi non vuole uscirne più?…
Scappiamo. C’è sempre un modo per scappare per vivere sotto il mare dove non c’è la guerra  dove c’è il silenzio assoluto per riflettere ed i pesci fanno l’amore senza fare peccato.

Agrigento, 23.1.2005
Gaspare Agnello
Questa Recensione è Contenuta nel mio LibroNarrativa in Tv, Un Libro Per Amico

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