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Pubblichiamo la relazione sul libro di Alessio Taormina “Il sonno del cane” da me tenuta la sera del 19 ottobre 2009, nell’ambito della manifestazione Ottobre Piovono Libri presso il palazzo Ducale di Palma Montechiaro.  IL SONNO DEL CANE (II^ RECENSIONE) DI ALESSIO TAORMINA

palma-palazzo-ducaleGentili Signore e Signori, l’incarico di relazionare sul libro del giovane Alessio Taormina “Il sonno del cane”, mi ha profondamente inorgoglito, ma allo stesso tempo mi ha creato un grave stato d’ansia perché non è facile parlare dell’opera prima di un autore più che ventenne e parlarne in una prestigiosa cornice rappresentata dal Palazzo Ducale dei Tomasi a Palma di Montechiaro.

Io avevo letto il libro e avevo scritto una breve recensione che è pubblicata su questo sito. Avevo presentato il libro nella mia trasmissione “Un libro…per amico” mandata in onda dalla emittente agrigentina TVA e quindi avrei potuto leggere quella vecchia recensione e assolvere egregiamente al mio compito.

Invece ho voluto rileggere interamente e con molta attenzione il libro per scoprirne nuovi contenuti, nuovi significati e recondite bellezze che a prima lettura non si notano.

E infatti se la prima volta sono rimasto veramente favorevolmente impressionato dal fatto che un ragazzo alla sua prima esperienza avesse potuto scrivere un libro così bello sotto il profilo letterario e così intenso sotto il profilo dei contenuti, oggi sono rimasto incantato dalla bellezza letteraria del libro che, a mio avviso, diventa uno dei fenomeni più importanti della nostra vita letteraria.

Ma prima di dire le cose che penso del libro voglio premettere che conduco una trasmissione letteraria da ben sei anni e che quindi questo mi costringe a leggere e recensire una massa enorme di libri di letteratura, che ho incominciato le mia prime letture circa sessanta anni addietro, che ho avuto frequentazioni con letterati quali Sciascia,Bufalino, Consolo, Collura, Savatteri, Magris, Tahar Ben Jelloun e tantissimi altri, per cui posso affermare di avere una certa dimestichezza con l’arte della critica letteraria. Non oso chiamarmi critico letterario perché sono un semplice maestro elementare ma credo di avere acquisito i ferri del mestiere.

Questa breve premessa l’ho voluta fare perché oggi voglio assumermi tutta la responsabilità sulle cose che dirò sul libro di Alessio Taormina nella certezza che non ho subito alcun plagio esterno se non il condizionamento, in positivo, del fatto che quando Alessio scrisse questo libro avrà avuto circa 22 anni.

Detto questo entro subito in argomento e vi annunzio che io ho voluto vedere il libro sotto il profilo letterario, lasciando ad altri il compito di entrare nella tematica dell’opera di cui stiamo trattando.

Il libro visto sotto il profilo letterario è veramente sorprendente perché ci mostra un autore consumato, che ha mestiere e che scrive con i pennelli di un pittore o con una cinepresa guidata da mani esperte e questo ci sorprende perché, data l’età di Alessio, difficilmente lo stesso avrà potuto leggere tantissimi libri. Quindi, se sono vere le sensazioni che noi abbiamo ricevuto dalla lettura, dobbiamo ammettere che ci troviamo dinanzi a uno scrittore che porta in sé i germi del narratore, dello straordinario “descrittore”, dello scrittore che attraverso la parola ci fa vedere la scena filmica tutta intera.

Ma io non voglio aggiungere altro perché la mia potrebbe sembrare una piaggeria e allora leggiamo alcune frasi del libro e vediamo assieme se quello che io affermo viene condiviso da tutti coloro che mi ascoltano e che avranno modo di effettuare una verifica più attenta leggendo il libro con calma e tranquillità nelle proprie case.

il-sonno-del-cane-alessio-taormina-2-edizioneIl libro si apre con una descrizione che sa di magia:

“La matita scivolò lungo il piano ricurvo di vecchiaia dello scrittoio di ciliegio, rotolando.

Intorno non vera alcun rumore a depistarne il lento, continuo rullare.

Superata la linea d’equilibrio entro la quale sarebbe rimasta su quel tavolo, cadde in terra.

E continuò a rotolare. Sino al muso del cane, che non si curò di nulla.

I respiri lenti e profondi dondolavano il cilindrico pezzo di legno avanti e indietro sull’unico mattone di quella stanza fissato alla buona, figurando una lenta risacca”.

Questa più che una descrizione è una sequenza cinematografica.

Ed ancora una descrizione che assume il significato di una mini sinfonia:

“Si sedette, stappò la bottiglia di vetro verde sistemata al centro di quel tavolo, collassò la schiena sulla spalliera della sedia e versò lentamente dell’acqua, assaporandone il suono, il gorgoglio, mentre cadeva e mulinava dentro a quel bicchiere”.

E poi la fotografia di un ambiente tipico delle nostre antiche case:

“Salirono le scale lunghe e dai gradini alti. Un’unica rampa intramezzata da un piccolo pianerottolo al lato del quale stava una camera da letto.

Salirono ancora, sino alla fine della rampa. Alla destra di questa una vecchia cucina intrisa di vecchio fumo attaccato alle pareti e agli stipiti”.

E’ la cucina della mia vecchia nonna morta da tanti decenni, ma è la cucina per eccellenza della mia vita.

E la vicenda si svolge in un paese della nostra terra. La sera tardi con i suoi silenzi:

“Essendo gran parte della strada illuminata e attraversata appena- a quell’ora della notte- da qualche contadino di ritorno dalle campagne morbide che cingevano il paese, prese ad incamminarcisi.

L’aria era fresca. L’umidità in minuscole ed innumerevoli gocce confinava la luce giallastra intorno ai lampioni distanti in egual misura l’uno dall’altro lungo quella via e nelle altre a seguire sin nei pressi della sua vecchia casa.

PASSEGGIO’. LA QUIETE ERA SCANDITA DAL SOLO RUMORE DEI SUOI PASSI LENTI SUL PAVE’. IL SUONO ECHEGGIAVA SULLE PARETI DELLE CASE A DESTRA E A SINISTRA DI QUELLA STRADA”.

E una metafora di morte…forse bianca…dell’onorevole:

“L’uomo scomparve oltre il portone e oltre la via”.

Una pennellata magistrale per dire tutta una storia lunga e complicata di misteri, di mafia, di morti ammazzati, di funzionari promossi o rimossi.

E tutta la storia, che è di mafia, di speculazioni sull’acqua è costellata di quadretti come appesi alle pareti di questa costruzione letteraria:

“Entrò dunque nell’ufficio dove l’uomo parlava sorridente al telefono.

Portandosi un indice lungo il naso lo pregò di pazientare e, distendendo il braccio avanti a sé, gli fece cenno di accomodarsi all’unica sedia di fronte alla grande scrivania”.

“Il vecchio trasse da una tasca un fazzoletto che passò sulle labbra, poi sulla fronte, e ripose nei calzoni, Perciò parlò”.

“….e il cappotto, quella mattina lo aveva lasciato riverso a dormire sulla poltrona del salotto, ed era uscito, facendo attenzione a non destarlo.

Una forte spinta del vento quasi gli impedì di muovere un passo, e per poco non lo gettò in terra, facendogli del tutto perdere equilibrio. Ma finì. Fu un solo duro colpo di vento che subito dopo ritornò ad alitare tenue e freddo”.

“L’uomo si accostò alla scrivania del maresciallo, levò dal capo il berretto grigio dall’interno del quale traspariva un artigianale rivestimento in carta sottile ed ormai gialla.

Sulla testa, i capelli all’incirca del medesimo colore del berretto appena tolto erano schiacciati ma ben allineati, lisci e piegati verso sinistra”. Questo è il tipico berretto dei nostri nonni o dei nostri genitori.

Questi bozzetti, questi fotogrammi, questi quadri danno l’idea di uno scrittore consumato nell’arte della scrittura da anni di studio e invece sono il frutto di un alberello appena cresciuto e che dà i suoi primi frutti.

Ma il nostro scrittore non dimentica, tra tanti delitti, di farci conoscere il paesaggio dove si svolge la storia:

“ dal punto in cui adesso osservava quanto aveva dinanzi, poteva scorgere l’intera vallata, lontana quasi all’orizzonte.

In uno spazio infinitesimo dell’immensa vista, scorse, mimetizzato nel monocromatico paesaggio, il paese di Capo Carnara, in cima ad una delle due estremità della baia”.

Ed altro paesaggio, metaforico e quindi tipico della mafia rurale:

“Dopo tre quarti d’ora era ai piedi del declivio in cima al quale si ergeva alta e imponente la masseria:

Le alti pareti e i vetri delle finestre del primo piano e del secondo piano brillavano per via del sottile strato di brina stagnatovi sopra e per via del sole, sorto da poco oltre le colline lontane ad est.

Il declivio luccicava di un lieve velo di brina che ricopriva l’erba, verde e ancora bassa.

Tutt’intorno si destavano via via gli smisurati campi di qualunque tipo di coltura, arance, limoni, filari di fichi d’india, le vigne, ulivi, verdure di cui si discernevano soltanto cromature più o meno scure e chiare di verde, delicatamente cangianti, da un punto ad un altro”.

E forse solamente la bellezza della natura ci può fare dimenticare il dramma terribile della nostra terra:

“Maresciallo, maresciallo…guardate che meraviglia. Chi sciavuru di terra, maresciallo. E tirò un profondo respiro a mimare la bontà dell’odore appena accennato.

La frescura della mattina. Sentite gli uccelli? Li sentite? La gioia del risveglio sono, maresciallo. Del risveglio, proprio così”.

Ma non è solo l’odore della terra a distrarre il maresciallo dalle sue inchieste di mafia e morte. Il maresciallo è anche uomo e sente anche il profumo dei cornetti e della donna che lo stordisce.

“Il bar al quale si recava a tempo perso, lungo il corso in fondo al quale abitava,

quella mattina emanava l’odore dei caldi cornetti impastati dalle appetibili mani della proprietaria.

Si trattava di pura meccanica l’aver collegato i cornetti caldi del bar alle mani, al corpo e al mare mosso di capelli di quella sensuale donna…

….Di sfuggita, muovendo verso l’ingresso, notò, sbirciando oltre la porta della cucina, la splendida donna scostarsi alcune ciocche di capelli caduti sul volto, agitando con veemenza il lungo collo luccicante di sudore.

E si trovò incantato dal lieve strofinio del dorso della mano destra sul mento a toglier la polvere di farina, a tratti velata sulle labbra, e adesso sul petto abbondante e ansimante a ogni respiro e coperto da un chiaro grembiule su un vestito scuro, e lentamente, giù, sino ai fianchi larghi…

….La visione di quell’immagine furtiva gli si reiterò nella mente per l’intero giorno con trasporto. E discrezione.

Tutta questa cornice altamente poetica, descritta con la maestria di un vecchio, si fa per dire, scrittore, avvolge una storia di pozzi d’acqua, di mafia dell’acqua che ci conduce a “La grande sete di Antonio Russello”, di scomparse, di morti ammazzati ma soprattutto di funzionari capaci promossi e trasferiti mentre stanno per venire a capo degli intrecci tra mafia affari e politica.

L a storia raccontata da Alessio è terribile e sconvolgente e può sembrare esagerata ma non lo è perché ancora la Sicilia resta ultima a causa di questo cancro che non si riesce ad estirpare. L’acqua…quante storie. A New York ci fu un disastro che distrusse tutto. Restò solo un pozzo d’acqua e il proprietario per via del pozzo diventò il padrone di New York. Da noi l’acqua è stata venduta ai privati per trenta anni.

Ed in ultimo in questo libro c’è un occasionale grande protagonista e cioè il suo prefatore, il Prefetto Sodano, che aveva capito, ne voleva sapere di più e fu avvicendato.

Finchè ci saranno queste storie che rimarranno senza risposta l’irredimibilità di Tomasi di Lampedusa, di Sciascia, di Bufalino, di Consolo ritornerà viva e ritorna con la storia e la letteratura di Alessio Taormina a cui siamo profondamente grati per averci regalato un gioiello letterario e sociologico di grande spessore .

Agrigento,lì 15.10.2009