Preg.mo Dottor Sgarbi, Le invio, a seguito della telefonata da Palma di Montechiaro, il mio piccolo lavoro sul Gattopardo “Dalla parte di Sedàra”. Unitamente le invio le mie recensioni raccolte nel volumetto “ Narrativa in TV” , che nascono da una mia trasmissione televisiva chiamata “Un libro per…amico”.

In questo ultimo libro ci sono molte cose di poco conto che hanno solo valore televisivo altre cose più corpose che nascono dal fatto che sono stato strettissimo collaboratore di Sciascia in cinque edizioni del premio letterario Racalmare Città di Grotte di cui Sciascia era presidente. E poi in questa raccolta ci sono le recensioni di alcuni scrittori poco noti ma molto significativi nel panorama letterario italiano quali Petyx, Marano, mantovano di nascita e siciliano di adozione che ha scritto alcuni racconti ambientati nel trapanese che sono capolavori e che non si trovano più in commercio; li volevo far ripubblicare dalla provincia di Trapani ma non ci sono riuscito e poi Antonio Russello che viene ripubblicato dalla casa editrice di Treviso Santi Quaranta.
Russello, a mio avviso, è uno dei più significativi scrittori del secondo novecento italiano: è nato a Favara e vissuto nel triveneto, rimanendo scrittore siciliano con una grande dimensione europea. “La luna si mangia i morti”, “La grande sete”, Giangiacomo e Giambattista, ripubblicato con il titolo “L’isola innocente”, sono veri capolavori. E poi ha scritto due volumetti su Venezia che sono due sinfonie mozartiane.
Io mi sono caricato l’onere di farlo riscoprire ma la mia dimensione al massimo è regionale e quindi non ho la forza di far conoscere agli italiani questo grande talento letterario. Ci hanno provato Collura, Ferlita e tanti altri ma i risultati non sono all’altezza dello scrittore.
Per quanto riguarda Sedàra voglio dirLe che, da vecchio e incallito socialista sinistrorso lombardi ano, pertiniano, volevo difendere il nuovo che avanzava nella Sicilia risorgimentale.
La storia passata di duemila anni di occupazioni non ha contribuirto a formare una borghesia vera capace di fare crescere la Sicilia, per cui ci siamo dovuti accontentare dei Sedàra e importare qualche buon borghese quali i Florio, i Witacher.
I frutti sono quelli che Lei vede e può toccare con mano nella qualità di Sindaco di Salemi.
Veda io sono arrabbiato con Lei per la pervicace battaglia che ha fatto contro i magistrati e contro il pentitismo, ho plaudito al ragazzo di Campobello di Licata che poi è morto in maniera tragica in un incidente di lavoro e che Lei farebbe bene a ricordare.
Voglio anche dirle che io sono stato per poco tempo e per mia disgrazia amministratore della USL agrigentina e sono incappato in tangentopoli con due processi lunghi, defatiganti, con Procuratori pressappochisti che hanno fatto brillanti carriere e quindi avrei potuto condividere la sua battaglia contro i magistrati. Ma non è stato così perché io venivo da una scuola di buona amministrazione dei tempi eroici degli ideali socialisti, cattolici, comunisti. Allora si amministrava nell’interesse della collettività. Poi mi sono accorto che il basso impero arrivò nella pubblica amministrazione per amministrare per conto dei partiti e per i conti propri e quindi una grossa pulizia era assolutamente necessaria, anche se la pulizia è stata a senso unico.
Infatti nessuno poi si preoccupò di approvare leggi capaci di fermare la corruzione che oggi assume caratteristiche più raffinate e organiche.
Veda Lei ha tanti difetti ma noi della sinistra certe volte siamo intossicati dagli ideologismi. Le porto un esempio: un giorno davanti alla fondazione Sciascia a Racalmuto un gruppo di giovani lo hanno aggredito per la sua battaglia contro i pentiti mentre loro, che avevano subito drammi terribili e stragi di mafia, difendevano il pentitismo che ha consentito di debellare, almeno in parte, la mafia di Racalmuto.
Io in questi giorni, nella ricorrenza del ventesimo anniversario della morte di Leonardo Sciascia, sto rileggendo “Il cavaliere e la morte” che io considero l’ultima vera opera del grande maestro, il suo testamento, l’annunzio della sua morte.
In quel libro ho ritrovato i discorsi sul fumo che io e Sciascia facevamo sulla terrzza di contrada Noce e tante cose mi si chiariscono a distanza di venti anni.
Il Vice è affetto da cancro e si avvia a morire e pur tuttavia continua a fumare. Il capo lo incita a smettere di fumare dicendogli che lui già aveva smesso e che quindi probabilmente non morirà per via del fumo, come il cognato morto qualche mese prima per via del fumo.
Però “la memoria del proprio fumare gli era come di una paradiso perduto”.
A me che avevo smesso di fumare e che lo torturavo mi ripeteva sempre questa frase.
E dall’avere abbandonato il viizio del fumo, alla conversione, al pentitismo, il passo,per Sciascia, era breve.
Il Vice, morente come Sciascia, dice al capo: “Lei sa che sono stati ngli ebrei convertiti a inventare in Spagna l’inquisizione cattolica”.
Non lo sapeva, rispose il capo. E dunque: “non ho mai avuto simpatia per gli ebrei, a dirla tra noi”…
…”Convertiti o no, prosegue il capo, nessuna simpatia. Lei invece…”
“Io, invece, ebrei o no, non ho simpatia per i convertiti: ci si converte sempre al peggio, anche quando sembra il meglio. Il peggio, in chi è capace di conversione, diventa sempre il peggio del peggio.”
“Ma il convertirsi a non fumare, ribatte il capo, non c’entra per niente: ammesso che il convertirsi sia generalmente un’abiezione”.
C’entra, c’entra, dice il Vice: dal momento che si diventa persecutori di coloro che ancora fumano”.
Ecco queste pagine che io ho estrapolato dal libro di Sciascia ci dicono di certe nefandezze del pentitismo in Sicilia, anche se il pentitismo, preso con le pinze ha contribuito a sferrare un duro colpo alla mafia.
Il pentitismo molto spesso è stato strumento di lotta interna alla mafia e strumento di delegittimazione politica.
Nel mondo politico il pentitismo porta a carriere molto brillanti specie di ex comunisti, di ex socialisti. Il cicchittismo è l’emblema del pentitismo o del trasformismo massonico.
Nella vita sociale in cui operiamo oggi si affermano i professionisti dell’antimafia per cui vediamo tanti speculatori che hanno fatto grandi fortune economiche sotto la protezione della mafia,che oggi si sono pentiti, ricevono protezione, scorte, macchine blindate dallo Stato e vengono additati come “industriali” (si fa per dire) da additare all’opinione pubblica come esempi di persone da imitare.
Ma non si sono pentiti un quarto d’ora che si pentissero i mafiosi che stavano facendo i loro nomi?
La verità la conoscono tutti ma fingiamo tutti.
Le racconto un fatto capitatomi qualche hanno addietro: mi trovavo al ristorante Kokalos dii Agrigento a cena con Vincenzo Consolo e la moglie, reduci del premio Racalmare città di Grotte.
Si avvicina al nostro tavolo un certo Mannino, Presidente del cosiddetto Parlamento della legalità, e vuole regalare un libro di una manifestazione antimafia tenuta a Grotte, alla signora Consolo.
La stessa chiede a Mannino: ma se lei non è consulente del Presidente della regione siciliana Cuffaro?
Se così è faccia a meno di darmi il suo libro.
La scena per me è stata molto dura. Però…Giudichi Lei Onorevole Sgarbi.
Veda Lei non è siciliano, ma il caso lo ha portato a operare in Sicilia e non so quali sono le sue riflessioni, le sue sensazioni, le sue esperienze.
Io alla mia veneranda età sto vedendo cose orribili: veda al comune di Leontopoli, dove regna la trasparenza, si apre un contenzioso per la costruzione di un palazzo in una zona bellissima della città con deturpazioni paesaggistica e dissesto idrogeologico: si arriva a un contenzioso lungo e costoso, si appura che il palazzo ha due piani in più e la commissione edilizia decide, non di abbattere i due piani superiori come direbbe la scienza ingegneristica ma di oscurare i primi due piani con un riempimento di migliaia di metri cubi di terra e questo ad opera di persone che presiedono alla manifestazioni antimafia. Se sapesse quali interessi si muovono allora capirebbe:
E termino sempre con un pensiero di Sciascia tratto sempre da “Il cavaliere e la morte:
“Non so se lei conosce quella pagine di Lawrence sul Mastro don Gesualdo di Verga. Ad un certo punto dice: ma Gesualdo è siciliano, e qui salta fuori la difficoltà…”
“La difficoltà…Già, forse è da quel lato che viene la mia difficoltà di vivere”.
Con tanta cordialità dalla Sicilia irredimibile.
Agrigento,lì 27.10.2009




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