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A Solagna (VI) Serata In Ricordo Di Antonio Russello, Mar.15.Dic.’09 Ore 21


dicembre 12, 2009
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Terrò una conferenza Mar.15.Dic.’09 Ore 21 a Solagna, Provincia di Vicenza, sullo Scrittore Antonio Russello, presso la sala cinema teatro Valbrenta.

“Gaspare Agnello, autore e conduttore di una piccola emittente siciliana, dedica ad Antonio Russello una serie di puntate della rubrica televisiva “Un libro per amico“.
La proiezione di alcune sequenze tratte da questa rubrica e un reading suggestivo curato da Alessandro Cocco ricorderanno la terra d’origine dello scrittore scomparso a Castelfranco Veneto nel maggio 2001.”

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La mia relazione:

Gentile signore e Signori Buonasera,
il fatto che, io siciliano dell’estrema periferia italiana, più vicina a Gheddafi che a Roma, sia stato invitato in un paese veneto, più vicino all’Austria che a Roma, mi riempie di orgoglio e di grande responsabilità.

Questo miracolo avviene per via del mio grande amore per uno scrittore siculo-veneto Antonio Russello, “siciliano di nascita e veneto nel cuore” a differenza del suo amico Sergio Marano “mantovano di nascita e siciliano di adozione”.
E tra la Sicilia ed il Veneto Antonio Russello ha lanciato un ponte culturale più grande di quello che il Cavaliere vuole costruire tra la Calabria e la Sicilia con due libri quali “La Danza delle acque a Venezia” e “Finestre sul Canal Grande” dove il Veneto e la Sicilia competono e trovano allo stesso tempo punti di incontro molto forti e di questo parleremo più oltre se ne avremo tempo e dico se ne avremo tempo perché vorrei parlare a voi per giornate intere di questo scrittore così significativo del secondo novecento italiano che, in vita, ebbe pochi riconoscimenti.
“Vicenda assai singola la mia, dunque, in tempo di affannoso presenzialismo questa di un autore pervicacemente appartato, entrato presto in urto con leggi e riti del mercato editoriale, e nondimeno ostinato nel continuare a trasferire il suo mondo in pagine scritte soltanto per la costituzione di un privato archivio memoriale. Ben gli si attaglierebbe perciò la definizione di scrittore “postumo in vita” di testimone di una sparizione, del Sé dal mondo, ma anche del mondo a se stesso”.
Ma, come dice lo stesso Russello, nel libro “Giangiacomo e Giambattista” che Santi Quaranta ha ripubblicato con il titolo “L’Isola innocente”,“è destino delle grandi opere di perdersi sì, ma il cielo le salva e le fa arrivare in porto”.
I libri di Antonio Russello, grazie a Mazzariol raffinato e colto titolare delle Santi Quaranta e a una critica italiana molto attenta, “ si salvano dal rogo dove arderà il povero precettore: ‘i libri, per essere rimasti tanto tempo bagnati, stentavano a bruciare’ ed uno dei suoi allievi li trae in salvo così, ‘Giangiacomo, prima che le fiamme gli prendessero il viso, fu contento di vedere salvi i libri nelle mani dell’amico’ ed erano gli stessi libri che si erano salvati dal diluvio assieme ad una bibbia. ‘Tutti i fiumi, dice l’autore, scorrono a mare e tutti i libri ritornano ai maestri”.
I libri di Russello si salvano, arrivano in cielo e la critica fa ammenda per non avere scoperto prima questo scrittore.
Matteo Collura sulle pagine del “Corriere della Sera” del 15.marzo. 2003, in un suo elzeviro di grande valenza scrive così: “…chiudiamo con il rammarico di non avere parlato di questo libro (scrittore) mentre il suo autore era in vita. Ma così è la letteratura: una serie infinita di riconoscimenti postumi, di ingiuste graduatorie fomentate dai cantori e cultori del nulla di cui siamo tutti vittime e, nel nostro caso, anche involontari complici”.
E Franco Miracco su “Il Riformista” scrive: “Antonio Russello, che seppe volare benissimo sulla ‘giostra delle fantasie’, ma che, fermato a suo tempo dagli ingranaggi dell’industria culturale, non ha ancora conosciuto la metamorfosi da persona a fantasma, uno di quei fantasmi familiari della letteratura italiana, essendo stati i suoi sogni romanzeschi tutt’altro che effimeri. E scrivono di Antonio Russello il Prof. Salvatore Ferlia dell’Università di Palermo, su le pagine culturali di Repubblica, il sottoscritto su le pagine culturali de “La Sicilia”, Giuseppe Quatriglio su le pagine culturali del “Giornale di Sicilia”, Luca Desiato il quale dice che la letteratura di Russello, è di quella che si vorrebbe leggere più spesso nei nostri tempi di disimpegno.
“La risposta, a questo silenzio, dice Isabella Panfido, forse risiede nelle complesse logiche editoriali, nella necessità di offrire “carne fresca” ad un pubblico di lettori anoressico, di mettere sul mercato un prodotto veloce, da consumarsi nella fretta di una lettura di informazione più che di conoscenza, e, perché non dirlo, nella miope trascuratezza di buona parte della critica, preda anch’essa delle feroci leggi del mercato”.
Anch’io mi sento in colpa perché, essendo stato componente della giuria del premio letterario Racalmare Città di Grotte con Presidente Leonardo Sciascia, non mi sono accorto di Antonio Russello ma forse Antonio Russello ha avuto la colpa di non aprire un dialogo con Leonardo Sciascia e su questo rapporto difficile avremmo da dire qualche cosa e di muovere qualche appunto a Russello.
Tutto quanto sta avvenendo dopo la morte, Russello lo ha previsto perfettamente nel suo libro “Giangiacomo e Giambattista” che è un piccolo grande capolavoro o forse il suo capolavoro, finalista al Campiello nel 1970. Ecco cosa scrive sul suo personaggio Giambattista, la cui opera, in vita lui, non ebbe alcun riconoscimento: “Quando si sparse la voce della sua morte a Napoli, tutti gli accademici si mossero a corteo dall’Università, in cappa magna e per onorare il morto, portavano sopra su un cuscino rosso il manoscritto della sua opera. Un valletto, sopra un altro cuscino portava, l’uniforme di accademico con la quale dovevano vestire Giambattista, al quale avevano conferito seduta stante, la nomina ad ordinario di diritto, “honoris causa” in quell’Università. Si mossero dentro i loro cappucci, tutti gli uomini della varie confraternite cittadine… Chi gliel’avrebbe detto a Giambattista Greco che queste cose gli dovevano capità da muorto?”
Eppure la sua vicenda editoriale ebbe un inizio veramente brillantissimo: un libro che Russello aveva scritto nel 1953 in provincia di Padova,La Luna si mangia i morti, viene pubblicato nel 1960 da Elio Vittorini nella mitica collana “La Medusa degli italiani” della Mondadori.
E’ lo stesso Vittorini che non aveva voluto pubblicare nella sua collana “Il Gattopardo”, che aveva pubblicato “La miniera occupata” di Angelo Petyx. Erano gli ultimi ruggiti della letteratura neo realista prima dell’avvento dell’era pasoliniana dove, nella letteratura, ai proletari subentravano i sottoproletari delle periferie urbane che poi si dovevano suicidare, uccidendo il loro stesso cantore.
“La luna si mangia i morti” è considerato il capolavoro di Russello anche se io affermo che è la pietra miliare da cui parte, per darsi poi una dimensione di scrittore europeo a cui lui tendeva fortemente e che certamente raggiunse con le opere successive e soprattutto con “Giangiacomo e Giambattista”, con La grande sete e con i libri su Venezia quali “Venezia zero” e “Finestre sul Canal Grande” e con gli altri che speriamo rivedano la luce quali “Lo sfascismo” e “Rovesciano” che non è stato mai pubblicato
E’ chiaro però che ne “La luna si mangia i morti” c’è tutto Russello e questo lo notò perfettamente il grande Leonardo Sciascia che, con alcuni colpi di penna, sul giornale siciliano “L’Ora” del 2 marzo 1961, tratteggiò la Sicilia di Russello, Scrive Sciascia: “Ed ecco ora un romanzo, scritto da un favarese e che si svolge a Favara: “La luna si mangia i morti” di Antonio Russello (Milano, Mondadori 1960). Una Favara trasfigurata, favolosa, di incantata memoria; eppure, così mitica e favolosa e lontana, una Favara più vicina a quella delle cronache giudiziarie e del libro di Renato Candida che a quella delle ultime pagine de I vecchi e i giovani di Pirandello: il paese, insomma, della mafia e dei banditi e non quello della protesta sociale.
In una breve premessa, Antonio Russello dice: ‘questo libro è stato scritto nel 1953 in provincia di Padova e il paese a cui mi riferisco è Favara di Agrigento…Ora io penso che si può essere fedeli a se stessi, solo quando l’ispirazione ci riporti sempre alla stessa terra, ci schiacci sempre sotto quell’urgere di terra e cielo e sangue i quali, come destino, vogliono essere placati come spiriti cattivi, con l’evocarli’; parole in cui è già l’essenza di favolosa ‘superstitio’, di ballata evocativa, del romanzo. Si può anzi dire che bastino le parole ‘sangue’ e ‘destino’ a far da chiave al libro, alla leggendaria Sicilia che ci viene incontro dalle sue pagine. Una Sicilia che vive nella dimensione della pittura dei carretti, e dei carretti e dei teloni dei cantastorie: vivida di colori, fitta di personaggi, schematicamente drammatica, appena sfiorata dalla storia. E’ la Sicilia di una ‘gitaneria’ senza tempo, che anarchicamente ( ma di una anarchia da sottoproletariato: come appunto quelli dei gitani di Lorca) si oppone al carabiniere, alla guardia civile. Insomma: uno mondo, questo evocato da Russello, che ha i suoi precedenti in Lorca e non, come qualcuno ha detto, in Verga. Versi come: ‘spegni le tue verdi luci/ che arriva la benemerita…Vengono avanti a due a due/ nella città della festa…Si allontanano i carabinieri/ dentro un tunnel di silenzio…’ che appartengono alla Romanza della Guardia Civile spagnola, ci affiorano nella memoria, a riscontro delle pagine di Russello più immediatamente che le pagine di Gramigna di Verga. E presto o tardi si doveva arrivare, combinandosi una nativa vena di ‘gitaneria’ siciliana agli influssi del lorchismo, a questa accesa rutilante favola della Sicilia.”
Ed in questo Sciascia vide bene perché Lorca è stato uno degli scrittori preferiti dal nostro autore.
Sciascia vede nel libro di Russello una Sicilia, mitica, favolosa e lontana.
La Sicilia greca è in tutte le opere di Russello e del resto un professore che insegnava lettere non poteva non essere influenzato dai poemi omerici. Il libro sesto dell’Iliade, quando Andromaca porta il figlio Astianatte alle porte Scee per farlo vedere al padre Ettore che andava a sicura morte contro il prode Achille, risuona nel La luna si mangia i morti, quando le donne, in una cesta portano il figlio appena nato, nel campo di battaglia dove Verdone aveva un conflitto a fuoco con i carabinieri e nel libro La grande sete, i templi dorici della Valle dei Templi dominano il racconto come veri e propri personaggi e la battaglia per l’acqua tra l’uomo e il mulo ci riporta all’epopea: certamente i libri di Russello sono, sotto certi naspetti libri epici, che descrivono la grande epica di un popolo, figlio della Grecia e diventato subalterno per via di duemila anni di dominazioni varie che ne hanno cambiato il volto e la natura originaria, facendolo diventare un popolo figlio di tante culture da quella greca a quella latina, a quella araba, a quella normanna, Francese, spagnola e così via.
In Russello troviamo la Sicilia favolosa dai mille profumi: “da Casagrande ci chiamavano per il pranzo, e prima di metterci a tavola, andavo a rovistare tutti gli angoli di sotto e di sopra: e risentivo certi sapori di quel camerino che la nonna riempiva di frutta stagionata, una gran fragranza di fichi, melagrane, melacotogne, pistacchi, lazzeruole, mandorle, noci, col sole della piana che ci vedevo, il venticello che ci sentivo e c’indovinavo sopra”.
“Bello che zia Anna preparava di mattino i vasi di garofani, di basilico e menta, bello che metteva la tovaglia bianca sulla tavola per pranzo…
…ed Anna detto pronto, era una corsa tutti per la scala che si faceva, per andare a metterci a tavola, sul fumo della pastasciutta col basilico odoroso spezzettatoci sopra”.
…era nonna Rosa che sfaccendava fino dall’alba; preparava nelle valigie, certi pani spaccati nel mezzo, con grani dentro, odorosi, pan buffetto, manciate di mandorle, di noci, prese dal camerino di sopra, dove andavo a riscoprirle assieme a melloni e lazzeruole, granati, melacotogne e agli strumenti della banda, odorosi d’ottone, appesi insieme, come grandi melloni gialli donde usciva tutta una fanfara”.
“…..Prima mangiamo la ricotta, poi ci andiamo disse Pasquale.
Scendemmo alla masseria ed entrammo.
C’era un ragazzo che preparava una caldaia nel fuoco. Intorno alle pareti di canna c’eran graticci appesi con caci, ricotta, pani, pelli essiccate di lepri e una grande concola nel mezzo.
Pasquale tirò fuori una grande pane di sotto una mantella, un coltello di tasca e affettando,, cominciò a mangiare pane dentro la concola. Poi ci versò sopra, dalla caldaia bollente, siero, che inzuppò tutt’il pane, e la ricotta, molle, tenerella, odorosa, rimase tutta sopra come una neve morbida…Allegri infilammo i cucchiai pescando pane e ricotta”.
“ Se c’era tanta musica, ballare, ridere, la sera di nonno Peppe, di nonna Rosa, di Carmine, di Gilillo, d’Angelina, d’Anna…”
Abbiamo voluto riportare questi brani per farvi conoscere, i profumi, e il ‘sapore né molto amaro, né molto dolce delle solite cose che non sanno di niente, ma hanno un sapore buono, come quello dell’acqua che è sempre stessa cosa, come quello del pane, che è sempre quotidiano’, abbiamo voluto presentarvi lo stuolo enorme di personaggi che sono i personaggi del coro delle tragedie greche.
Ma i libri di Russello vanno oltre queste cose quotidiane che servono a descrivere perfettamente la cornice del racconto. E sempre ritornando a “La luna si mangia i morti” dobbiamo notare che, a nostro modesto parere, questo libro completa la trilogia della grande letteratura siciliana che va da “I Vicerè” di De Roberto a “I vecchi e i giovani” di Pirandello a “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. Senza aver letto questi tre grandi capolavori non si può comprendere appieno il libro di Russello. I tre libri precedenti a quello di Russello parlano dell’epopea garibaldina, del grande inganno del Risorgimento che, per i siciliani, si concluse con l’occupazione manu militari da parte dei piemontesi, della nostra isola, alla quale furono imposte leggi di uno Stato lontano più di duemila chilometri: fu istituita la leva militare che sottraeva i giovani alla famiglia e alla produzione agricola per quattro anni, furono imposte tasse, funzionari piemontesi e la capitale che era a Torino, era sentita molto lontana, anzi non era avvertita; per cui il potere reale restò in mano ai baroni e si cambiò tutto per non cambiar nulla.
La giustizia restò nelle mani dei feudatari che durarono ancora fino alla fine delle seconda guerra mondiale.
E così i cosiddetti banditi poterono liberamente amministrare giustizia, la giustizia dei banditi che governavano con il fucile che poi diventò lupara.
Tomasi di Lampedusa, con il suo libro arrivò al 1910, Russello descrisse la Sicilia degli anni venti dove le teste erano guaste e dove nessuno poteva avere speranza per via della ‘irredimibilità’ del Lampedusa. E allora bisognava andar via dalla Sicilia “basta volere e uscire di qui e ricchi si diventa, mentre a rimanerci, il guaio è che noi di Sicilia, il più misero sogno che facciamo è quello di diventare re”.
E Antonio Russello dalla Sicilia uscì aprendo nel suo cuore una conflittualità che traspose nelle sue opere.
Subì l’antimeridionalismo degli anni ’50 e ’60 e lo rese benissimo e con tanta ironia nella premessa al libro ‘Siciliani prepotenti’. Russello, in un momento di grande migrazione di contadini siciliani verso il Nord, che creò le condizioni indispensabili del boom economico, immagina che i siciliani occupano l’Italia e fanno Palermo Capitale d’Italia, senza che i nordisti possano far nulla perché tutte le leve di comando sono in mano ai siciliani. E da lì l’occupazione si espande verso il Nord dell’Europa da dove sono venuti i vecchi conquistatori della Sicilia, con un marcia alla rovescia. Ma in questo divertimento certamente c’era una grande amarezza per il fatto che i meridionali non erano bene accetti e venivano guardati di malocchio, insomma venivano definiti spregiativamente terroni.
Ma lui che era siciliano di nascita stava diventando veneto nel cuore e quindi i due amori lo tormentavano, ma cercava di vedere le cose nella giusta dimensione e non si lasciò prender la mano da false nostalgie o da posizioni campanilistiche e seppe scrivere le cose che sentiva dentro, anche quelle brutte che gli avrebbero potuto causare l’avversione degli uomini della sua terra. Nel racconto “Gesù è nato in Sicilia” Russello immagina che Gesù, dovendo scegliere un luogo dove nascere viene in Sicilia e arriva a Favara dove constata che la faida è regola di vita e causa di morti per cui decide di chiedere al padre di non farlo nascere in Sicilia. “Salì alla montagnella di Favara, venne in mezzo agli ulivi ch’era il tramonto e si buttò in ginocchio…e con gli occhi, cercando il padre singhiozzò: ‘Padre, aiutami, qui impazzisco, è troppo il sangue qui che ho avuto, è troppo il senso che m’anno dato, è troppa la carne di cui mi hanno rivestito; aiutami padre, bevo il calice del dolore, ma tu svestimi, spogliami di tanta carne e senso e riducimi a frutta agresta, a melograna agresta. Tutta, tutta da rifare la mia passione, Padre!’ E il Padre: ‘non ti preoccupare, non avevo capito che per te era troppo forte questa terra, ma una copia della Sicilia meno forte c’è. La Palestina se vuoi…’ ‘Sì’, disse Gesù purché sia meridione e non settentrione, il più meridione possibile. Gesù va verso la marina di Agrigento a San Leone per andare in Palestina e “ Mi ricorderò” gridava nel vento. “ Mi farò crocifiggere sul carrubbo” e salutava col fazzoletto, e il cuore gli si spaccava a lasciare quell’isola, e con le lacrime agli occhi balbettava: “PECCATO, PECCATO”. Chissà quante volte, mentre Antonio prendeva il trenino di Favara, sventolando il fazzoletto per salutare la ciurma di amici e cugini che numerosi lo accompagnavano, avrà detto ‘peccato, peccato’. Forse per questo Favara e la Sicilia ancora non l’accoglie con le dovute onoranze per porlo accanto a Pirandello, Verga, Sciascia., Bufalino, Consolo con i quali può competere allo stesso livello. Però in questi giorni gli intellettuali di Favara hanno costituito una associazione culturale che ha l’intendimento di divulgare l’opera di Antonio Russello e ne hanno fatto Presidente onorario il figlio Alessandro che si sta battendo da leone per portare “in cielo” le opere del padre, Presidente Rosario Manganella e Direttore scientifico, molto immeritatamente, il sottoscritto.
Vero che Gesù non volle nascere in Sicilia, vero che mormorò ‘peccato, peccato’ ma Antonio Russello, pur avendo vissuto la maggior parte della sua vita nel Veneto, pur divenendo veneto nel cuore, restò, come disse a Palma di Montechiaro Isabella Panfido, scrittore siciliano, con una dimensione europea, aggiungiamo noi, che si rivela nel libro Giangiacomo e Giambattista. E quindi la Sicilia ritorna sempre e lo tiene stretto fino al punto che fa dire al commissario Righi, che muore assassinato, davanti la stazione di Agrigento, mentre ammira la mitica valle dei Templi: “La Sicilia,vedi? Che doveva finire con oggi. Invece me la sono portata tutta nel sangue, all’infinito”. E nel grande capolavoro “La grande sete” Antonio Russello ci dipinge la Sicilia greca, i siciliani con la loro grecità, il fenomeno della mafia, i soprusi mafiosi che la Sicilia subisce dai governi centrali. Russello descrive la sete di Giustizia, di Cultura, di Acqua e soprattutto di Donne. Il commissario Righi arriva ad Agrigento da Mantova, il paese dell’amico di Russello, Sergio Marano, e cerca di capire gli intrecci mafiosi che lega i tanti delitti del circondario, ma la gente nota poco l’arrivo del Commissario, quella che sconvolge la città è la moglie del Commissario Maria Gloria Righi che sconvolge la via Atenea e diventa oggetto di attenzione da parte del Professore Augenti che la vuole conquistare con la cultura e del Barone Don Mimì Lo Bue che la vuole conquistare con la potenza del danaro. Il libro ha due registri: quello in cui si descrive la Sicilia antica del contadino Calogero Sardella che lotta per dividersi l’acqua con il mulo, che vive avvolto dallo scirocco in una terra lontana dal mare 18 chilometri e che, assoldato dalla mafia, uccide per una manciata di soldi e quella della città che corteggia Maria Gloria. In questa parte il libro diventa sfacciatamente brancatiano. Nel libro rive “Do Giovanni in Sicilia” e alla via Etnea di Catania subentra la via Atenea di Agrigento, Ninetta ovvero Maria Antonietta dei Marconelli, diventa Maria Gloria, Giovanni Percolla si incarna nel Prof. Augenti e nel Barone don Mimì Lo Bue. Il romanzo raggiunge toni di rara bellezza. Le descrizioni del paesaggio sono struggenti e mostrano veramente una Sicilia “rutilante”…. “c’era un sole splendidissimo e s’era sorpreso, in quel primo velo di silenzio mattutino, ad osservare tutte le terre in giro, le zone. C’era un paesaggio stupefatto dal sole che vi accendeva mille barbagli. Il paesaggio confinava col mare che vi batteva e vi si attaccava con una striscia smeraldina; più in là la striscia era azzurra, viola…Da San Leone a Porto Empedocle, la terra cambiava. S’accendevano su per le pietraie color arancione, le luminosità dei mandorli fioriti, dei fichi, degli ulivi d’argento, che gli facevano ricordare il Vecchio testamento…”
E la notte d’ amore tra Don Mimì e Maria Righi( tra la cultura e i soldi hanno vinto i soldi) è una della pagine più belle della letteratura italiana del ‘900. E’ una pagina delicata, eterea, di un amore sublime accompagnato dal “ Preludio d’amore e morte di Isotta” nell’esecuzione dell’orchestra della Scala diretta da Arturo Toscanini. La musica è in ogni libro di Antonio Russello che dice: “ non ho scritto mai un libro che non fosse nato da una suggestione musicale”.
Nel libro l’Autore torna ancora sul destino della Sicilia e sulla mafia che ne impedisce lo sviluppo: anticipando il discorso di piano San Gregorio di Giovanni Paolo II, che invitava i mafiosi a pentirsi perché un giorno verrà il giudizio di Dio, Russello immagina che Cristo compare sulla Rupe Atenea e arringa gli agrigentini come nel Discorso della Montagna: Gesù sopra e sotto i contadini e gli zolfatari. “…….”voi avete già una vostra legge. Ma d’ora in poi vi dico che dovete accettare un’altra legge più giusta”. Voi dovete denunziare chi si macchia di delitti. ‘I nomi da bravi, su!. ‘Macchè!’ ‘Commissario’. ‘Noi non facciamo la spia, non ci sporchiamo’. Gesù dai sassi libera un fiume d’acqua fresca e dice: ‘Dissetatevi avete una gran sete’. Tutti si chinano con le mani a bere Gesù dice loro’ ma attenti a quale acqua vi dissetate…Se non avete sete di quest’acqua…’ E poi aggiunge nuovamente ‘ quinto: non ammazzare’. Ma, per i siciliani il quinto comandamento non si può attuare e quindi la sete continua imperitura e Cristo continua inutilmente a morire sulla croce. La soluzione per una nuova Sicilia è facile: quinto non ammazzare. Forse converrebbe che Cristo scendesse dalla croce dove sta immobile per vedere esso stesso di cambiare questo mondo che va verso una fine sicura per via di tanti uomini che non vogliono attuare il quinto comandamento e continuano a costruire armi atomiche, a seminare odio e morte. Con questo vogliamo dire che Russello, a differenza di altri scrittori siciliani come Lampedusa, Sciascia, Consolo che teorizzano la irredimibilità della Sicilia, Russello dà una chiave capace di cambiare il volto della nostra terra. Bisogna fare in modo che questa chiave entri nel cuore degli uomini per cambiarli. Ma sarà difficile perché, come dice il Papa Benedetto XVI nell’ultima enciclica ‘Caritas in Veritate, l’uomo è incline al male perché è stato colpito dal peccato originale.
A questo punto, trovandomi in Veneto, dovrei parlare di due sinfonie mozartiane quali sono “La Danza delle acque. A Venezia” e “Finestre sul Canal Grande”. Ma il tempo è tiranno e ne dovrei fare a meno ma non posso perché queste due opere sono fondamentali per capire e vedere il ponte che da Venezia va a Palermo e viceversa e per vedere quante affinità esistono tra Veneto e Sicilia e come queste due regioni di frontiera, si contendono il cuore e l’intelligenza di Russello che amò Venezia perché Venezia è arte, pittura, architettura, mosaico, perché ce l’ho nel subcosciente, perché Venezia è musica, per l’arte vetraria muranese.E perché nelle calli risuonano le sinfonie mozartiane, le musiche di Albinoni, la sinfonie di Bach che dalla Fenice si irradiano in tutto il territorio, E Venezia ha anche caratteristiche simili alla Sicilia: in Sicilia le persone si conoscono con le ‘ngiurie mentre a Venezia con i nomignoli, in Sicilia le donne stanno fuori l’uscio della porte a sparlare mentre a Venezia stanno a ciaculare. Ma Venezia è un incanto per Russello: ‘Offendeva le altre città che il suo splendore non ce l’hanno’. I due siciliani, sbarcati a Venezia per lavoro, scrivono alle loro fidanzate rimaste a Paternò ad aspettarli che Venezia è come i loro ricami: ‘come voi passate dal punto a croce al punto a filza e al punto a occhiello, qui a Venezia, nei palazzi sul Canal Grande passa dallo stile longobardico allo stile bizantino e al romanico e al gotico e a quello rinascimetale e a quello barocco. Vogliamo dire che è l’architettura dei palazzi che è come un ricamo. E tutto nasce per un miracolo dell’acqua come del liquido amniotico in cui nuota un bambino che deve nascere’. ‘Non avete l’idea di come la notte qui si coglie la gestazione. Come un ventre materno che può Avere la rottura delle acque’. E le donne hanno paura della magaria di Venezia che è capace di incantare. Venezia è la terra dei lotofagi o della dimenticanza
Anzi, la maga Circe che trasforma e avvince. Venezia è viaggio di nozze? E’ luna di miele? E’ invece peccato, peccato mortale e Gregorio, uno dei due siciliani approdati a Venezia, dice all’amico: ‘ Non ti sembra di sentir nella pietra che si scioglie nell’acqua una sensualità, un orgasmo che è il tuffo del remo? Non ti sembra di accoglierla in te e farla tua?
Ma questo non fa dimenticare la magaria della Sicilia che lega i suoi figli con un cordone ombelicale che non si spezza mai e Russello, veneto a tutti gli effetti, vi resta avvinto e può essere definito siciliano di scoglio pur essendone stato fuori per tutta la vita. Anzi è un favarese atipico che è nato a Favara per caso, che non vi ha mai abito se non nei soggiorni estivi e che ne ha bevuto tutti i sapori, gli umori nel bene e nel male.
Descrive Paternò, che potrebbe essere un qualsisi paese della Sicilia di Antonio Russelo,con una precisone e una passione impressionante: ‘il paese sembrava scivolare dalle pendici dell’Etna, le cui linee solcate da striature di neve come gli spacchi bianchi che ci sono nella verde buccia dei fichi, non avevano più bella vista di tutti i punti dell’orizzonte di come ce l’avevano di qua, attorno a quel diavolo d’ un vulcano. Era caduta la neve e faceva tutt’uno con quella caduta ai fianchi del gigante in riposo e senza eruzione; essa scendeva e scivolava dai tegoli d’una casa a quella d’un’altra. Ed erano case alte messe su quelle basse, dimodoché nell’intaglio di una rocca di basalto dentro cui Paternò si sviluppa, di sotto al pieno di case, sopra di esse, c’era il leggero di neve, aereo, trapunto come merletto. Una corona di fichidindia collegava le case e le aggirava messa in mezzo tra l’una e l’altra casa, a unirle e a dividerle al tempo stesso come altre siepi tra muriccioli. Per le facciate delle case senza intonaco, appesi ai graticci per stagionare, v’erano trecce d’aglio, di peperoni, di melloni, di melograni,, di melacotogne e di pale di ficodindia con intorno il frutto verde-celeste. Niente luceva d’acqua il fiume Simeto laggiù, lucevano solo i ciottoli asciutti e levigati, più che dell’acqua, dal sole. Con tutta le neve c’era caldo; c’era un’afa che si alzava e invadeva la neve, la cancellava, un’afa alta che saliva; certe volte era scirocco che durava tre giorno, entrava nelle case, ci si doveva tappare dentro e si sentiva d’esser portati fuori da questo vento africano e d’andarsi a rinfrescare nel Simeto che pure era mucchio di ciottoli infuocati’ E’ lo scirocco de La grande sete.
E ancora: ‘com’era bello ora a Paternò, di mattina presto vedere passare i caprai con le misure di latta da litro e mezzolitro infilate nelle dita indice e il medio della mano, a dare il latte, porta per porta delle case; e avevano verghe di ontano messe di traverso dietro la nuca e appendirvisi con le braccia e poi lasciarle cadere a nerbate sulle capre se si sbrancavano e metterle in fila. Caterina ed Agata dalle loro case vedevano come i bambini ed i vecchi si afferravano con la bocca ai capezzoli penduli delle mammelle delle capre e poi passarla la bocca nella cìcara allungata dalle mani delle madri al capraio che vi versava il latte dalla misura. E sembrava essere tanto grande allora il capraio sui bambini e diventare figura antica, chissà da dove scesa ed era immersa nel tempo che di caprai e pastori una volta fu pieno; e scavando in quei posti di pietre, nelle grotte si troverebbero i loro antichissimi progenitori e primitivi percorritori di selve e di monti; a cominciare dal primo che si disse pastore metà uomo e metà capra, e fu il Dio Pan che suonava sulla zampogna’.
Ed infine il nostro discorso si chiude con la questione del linguaggio che per Russello è stato un rovello continuo fino al punto di dire nella sua vita ‘che ancora fino a 70 anni e oltre, macinavo e uscivo sempre in nuovi stili e tematiche ch’io stesso n’ero stupito’ e nella stessa ‘Vita postuma’ Russello parlando della scrittura del libro La luna si mangia i morti dice chè la sua è una scrittura ‘impervia’ e noi la definiamo ‘eccezionale, ricercata e frutto di una grande cultura umanistica vissuta sui banchi di scuola e assimilata nell’aria che si respira in terra greca. In lui prevale il linguaggio figurato, la construtio ad sensum, i latinismi con i verbi all’ultimo o costruzione inversa, le metafore ( gli feci la faccia di sangue), gli anacoluti ( quegli ulivi, spiegò, ce n’hanno ammazzati tre), i pleonasmi, l’anafora o il cosiddetto uso della ripetizione o del raddoppiamento. Molto usata è l’ellissi del soggetto o del predicato; troviamo la virgola sotto forma di disgiunzione e questo per raggiungere un effetto particolare o per mettere in rilievo i personaggi che più gli interessavano nell’economia del racconto ( Verdone, gli altri, andarono in cerchio il velo sopra la cesta, a guardare quel miracolo di bellezza).
C’è poi il linguaggio parlato che ci riporta al verismo verghiano: la rama, la pampina, erano felici come la pasqua, è inutile che ti pettini e ti lisci il conto che ti fai non ti riesce, il boiacane che sentiamo pronunziare molto spesso.’
La nostra lingua, scrive nel libro, Venezia zero, ci appartiene e al tempo stesso non ci appartiene più: la rifacciamo continuamente nell’usarla.
Questa lingua evidentemente contrasta con quella veneta che, come dice l’autore, è tutta acquatica e vocalica: ( tuto el mondo se moe el vive, i osei canta, le aquile le svola, ecco che i cani i baia), che viene da lontano dei secoli e non s’è mai cambiata. Tutto all’opposto della lingua siciliana di Antonio Russello che, come dice lui stesso è ‘lingua forte e non vocalica e molle d’acqua, con i verbi messi all’ultimo della frase, come radici che reggessero in alto le proporzioni che sono il tronco, i rami, le foglie’
E il problema della lingua lo tormentò, riuscendo a raggiungere vette altissime e sapendo superare il linguaggio ‘impervio’ per approdare a una parlata più snella e più sciolta ma sempre legata alle radici e ai tronchi della lingua figlia della culture greca e latina e perché no: araba, francese, spagnola, che hanno fatto del dialetto siciliano una lingua con diverse matrici.
Scrittore grande Antonio Russello, complicato nel linguaggio, tormentato dall’incontro di due culture tanto distanti e con tanti punti di contatto essendo ambedue terre di mare, terre di frontiera, terre di migrazioni e di immigrazioni, terre che hanno vissuto momento di grandezza epica.
Divenne certamente veneto, andò via dalla Sicilia per aprirsi verso spazi e cieli più ampi, si aggirò tra ilo scorre di fiumi quali l’Adige, Il Bacchiglione, il Brenta, il Sile ed il Piave, ma ogni estate voleva andare a Fiume Naro, una zona della marina agrigentina o favarese per sentire i profumi, il caldo, lo scirocco della Sicilia che: “ vedi? Doveva finire con oggi. Invece me la sono portata tutta nel sangue, all’infinito”.
SONO IL SANGUE E LA MORTE , RILEVATI DA SCIASCIA NELLA LETTERATURA DI ANTONIO RUSSELLO
Solagna (VI) sala cinema-teatro Valbrenta, addì 15.12.2009

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