(articolo letto 4.583 volte)

Il “Carretto”, il nuovo libro di Gaetano Allotta. Ed. Centro Studi Pastore-Agrigento-

Gaetano Allotta è uno studioso poliedrico che ha dato alle stampe una serie enorme di pubblicazioni. Ha curato più di sessanta volumi nascenti dai convegni internazionali “Mare e Territorio” organizzati dalla Lega Navale Italiana di Agrigento; ha pubblicato altri  libri sempre su questioni marinare, su questioni giuridiche e finanziarie, essendo stato Intendente di Finanza in molte province siciliane e poi ha indirizzato la sua ricerca sulla microstoria siciliana.

Ha pubblicato libri pregiati di filatelia e di numismatica, un bellissimo volume sull’isola Ferdinandea, sull’acqua, sulle leggi comunitarie, sulla confisca dei beni patrimoniali alla mafia, sulla archeologia marina sul virus della burocrazia e su tanti altri argomenti. Maria Pia Farinella, in una inchiesta sulla editoria siciliana, si è  ampiamente interessata di tutte le pubblicazioni di Allotta che si trovano in tutte le maggiori biblioteche italiane e anche estere.

Chi volesse fare una tesi di laurea sulla problematiche marinare deve certamente fare riferimento alle numerosissime pubblicazioni di Gaetano Allotta. Ultimamente ha pubblicato un libro sugli antichi mestieri in Sicilia, mentre oggi pubblica, con il centro studi Giulio Pastore di Agrigento, il volume “IL CARRETTO” e si intende che quando si parla di carretto si allude al “CARRETTO SICILIANO”! che ha caratteristiche particolari rispetto ad altri tipi di carretti costruiti in altre regioni d’Italia e in altre parti del mondo.

Diciamo subito, a scanso di equivoci, che il libro di Allotta ha valore divulgativo ed ha forma giornalista. Si adatterebbe bene ad essere distribuito nelle scuole per fare conoscere ai nostri giovani il senso di una cultura recente ma ormai passata, che è stata parte della nostra vita e anzi radice fondante del nostro essere, almeno del mio.

Detto questo facciamo presente che il carretto siciliano  è assurto a simbolo della Sicilia per via delle sue decorazioni e per la fioritura di tanta letteratura che si sviluppò intorno alla cultura del carretto e del carrettiere. Dobbiamo subito dire che il libro di Gaetano Allotta presenta tutta una serie di fotografie che, da sole, rendono il libro prezioso. Allotta ha attinto al suo archivio personale, al Museo Civico di Agrigento, al Museo Pitrè di Palermo, all’Istituto per l’incremento ippico di Catania e a tante altre personalità che sono state prodighe nei confronti del nostro scrittore. Dalle fotografie, dai quadri, dai disegni di pittori e incisori famosi, di cui molti stranieri, che furono protagonisti dei grandi viaggi del ‘700 e dell’’800, già ci si forma una idea immediata di cosa abbia rappresentato il carretto per la cultura siciliana e per lo sviluppo economico dell’isola.

L’Autore certamente avrà consultato e attinto al libro di Giuseppe Capitò “Il carretto Siciliano” con introduzione di A. Buttitta edito dalla casa editrice  Sellerio che, a nostro avviso, è la pubblicazione più completa sui carretti siciliani  e che merita una menzione particolare.

Poi Allotta nel suo libro riporta alcune pagine dello scrittore e disegnatore francese Gaston Vuillier che, dopo un viaggio in Sicilia, pubblicò il libro “La Sicilia- Impressioni di viaggio”  che, da sole, danno pregnanza e spessore al testo di Allotta perché ci fa conoscere  un personaggio che, venendo in contatto con il Pitrè, capì la Sicilia e poté gustare l’arte dei pittori dei carretto. Vuillier nelle pitture dei carretti trovò la storia della Francia con i suoi paladini e i cavalieri della tavola rotonda spiegandoci che certamente questo amore per le cose di Francia non poteva non venire che dalla dominazione Normanna in Sicilia

E poi certamente avrà influito alla conoscenza delle cose francesi, dice Vuillier, la leggenda secondo cui  la protettrice di Palermo Santa Rosalia sia stata discendente in linea retta da Carlo Magno. Allotta riporta nella sua pubblicazione alcun disegni di carretti  di Vuillier che sono straordinari e che arricchiscono la pubblicazione e ci fanno meglio conoscere la Sicilia di fine ottocento vista con gli occhi curiosi e attenti di un visitatore francese.

Vuillier ci fa dimostra che conosce anche i termini tecnici degli elementi del carretto e  dei finimenti che i carrettieri usavano per bardare gli animali e lo stesso carretto e ci parla, anche se per bocca del Pitrè, di lu “rutuni””, della “brusca”, della “strigghia”, di lu “scutiddaru” e di tutti i finimenti: “la bardatura della bestia era straordinaria, non ne avevo mai vista un’altra così originale : sul basto, sul pettorale, dal sottopancia, dappertutto, pendevano e scintillavano specchietti, campanelle, rosoni, nastri, placche smerli e galloni d’argento, chiodi di rame e frange e ornamenti di ogni genere. Sulla testa un gran mazzo di penne, e nel mezzo al dorso s’innalzava un ricco cimiero ornato di campanelluzzi e sormontato da una nappa di seta intrecciato con penne. Al più piccolo movimento dell’animale, le campanelluzze cominciavano a tintinnare, i pennacchi si agitavano- e nembi di mosche spaventate si levavano scappando in tutte le direzioni. Il sole scintillava su tutta quella bardatura luccicante e multicolore di grande effetto”.

A questo punto noi ci vogliamo allontanare dalla pubblicazione di Allotta che ha valore giornalistico e divulgativo, ma tenendoci sempre nella sua traccia, per fare una storia del carretto in Sicilia.

Come prima cosa dobbiamo dire che l’elemento essenziale del carretto è la ruota la cui invenzione  si perde nella notte dei tempi. Si pensa che la ruota sia stata inventata circa 5000 anni prima della venuta di Cristo. E’ chiaro che nel mondo agricolo il carro ha una storia antica ma noi che viviamo nella terra greca non possiamo non pensare ai crateri greci del museo archeologico di Agrigento dove troviamo dipinte le bighe e le quadrighe che venivano usate in guerra e anche nelle competizioni  sportive. Tra i ruderi della valle dei templi ci sono strade rotabili e se poi si pensa alle strade consolari romane non si può non pensare ai carri come strumenti di trasporto dei romani che avevano necessità di collegarsi con i vasti possedimenti sparsi in tutta Europa. L’Italia medievale e specialmente la Sicilia non furono munite di strade carrabili per cui i grandi personaggi, come dice lo stesso Allotta, dovevano muoversi attraverso le lettighe portate a mano dai servi. Bisognò aspettare il 1700, allorché con alcuni finanziamenti si pensò di cominciare a sistemare alcune trazzere di campagna, per potere avere i primi carri come mezzo di trasporto di uomini e cose. Ma già nel ‘700 incominciavano a comparire i calessi per il trasporto della nobiltà benestante almeno all’interno delle città o per potere accedere alla ville viciniore alla città. Terribile è la descrizione del Principe di Salina che da Palermo si recava a Donnafugata con un viaggio che durava diversi giorni e che era una vera e propria avventura anche sotto il profilo della sicurezza per via dei briganti che infestavano le campagne: “Il viaggio era durato tre giorni ed era stato orrendo. Le strade, le famose strade siciliane, per causa delle quali il principe di Satriano aveva perduto la Luogotenenza, erano delle vaghe tracce irte di buche e zeppe di polvere”. E qui siamo già agli inizi degli anni ’60 del 1800.

La carrozza del senato palermitano, la cui immagine è riportata nel libro di Allotta e che si trova nel palazzo reale di Palermo e che risale al XVIII secolo, è una chiara testimonianza di come questo mezzo di trasporto si andasse affermando e di come la nobiltà ne curasse l’eleganza con pitture e sculture che la rendevano oggetto di distinzione.

Nell’ottocento i signori di Palermo facevano sfoggio di carrozze lungo la marina e di questo ne sono testimonianze alcune stampe di cui qualcuna si trova nel libro del nostro autore.

Con l’incremento dei commerci, con la costruzione di nuove strade e dei porti, nell’ottocento, i carretti diventarono elementi essenziali dello sviluppo economico. Evidentemente nella campagne il carretto restò un carro magari molto largo, qualche volta trainato dai buoi e di questo strumento i contadini si servirono da diverso tempo, ma nelle strade urbane ed extraurbane il carretto andò assumendo la dimensione che noi conosciamo e nella seconda metà dell’ottocento si arrivò al carretto dipinto e anche scolpito. La pittura che, prima si effettuava per proteggere il legno dalla forte calura  e dalla pioggia, a poco a poco si trasformò in una vera e propria opera di decorazione. Sorsero in tutta la Sicilia vere e proprie scuole e ne fa testimonianza la stesso Renato Guttuso che, la prima scuola di pittura che poté frequentare, è stata quella di un mastro carradore a Bagheria. Lo stesso Gesualdo Bufalino da ragazzo andò a bottega da un pittore carradore nella sua Comiso dove fiorivano tantissime botteghe di carradori nelle quali si rifornivano anche i carrettieri dell’agrigentino e del nisseno. Sorsero opifici per la costruzione di carretti a Palermo, nel trapanese,a Bagheria, come abbiamo detto, a Catania e nel ragusano.

La pittura si impossessa dei carretti e i carrettieri fanno a gara per avere il carretto più bello nelle sfide che avvenivano tra carrettieri per vedere chi aveva il carretto più bello e il mulo o il cavallo più forte.

Per quanto attiene le pitture “ raccontano, come riferisce il Pitrè  a Vuillier, la Storia universale. Cominciano come vi ho detto dalle scene leggendarie dei paladini francesi; poi viene la Gerusalemme Liberata, del Tasso; poi le pagine della bibbia, Giuditta e Oloferne, Gesù che scaccia i mercanti dal Tempio, la pesca miracolosa, la toeletta di Ester ecc. Finalmente la storia di Guglielmo Tell con gli episodi più gloriosi; i furori di Camilla, Malek Edel, Cristoforo Colombo. Ma i nostri pittori popolari, continua il Pitrè, non hanno dimenticato la Sicilia; vedrete Ruggero il Normanno abbattere i Saraceni, Ruggero che riceve le chiavi del Senato palermitano; l’incoronazione di Ruggero. Ma non finirei più se dovessi dirvi tutto, dalle scene bibliche fino al passaggio del ponte di Arcole, fino a Sedan, fino all’assedio di Parigi.”

Zizolfo di Carini era uno di questi grandi pittori di carretti che Pitrè presento al pittore francese Vuillier.

E’ chiaro che questa della pittura dei carretti diventò una vera e propria arte che oggi si ritrova in tanti musei siciliani e i carretti  sono diventati il simbolo della Sicilia e elemento di attrazione folkloristica di grande richiamo. Tale usanza si protrasse fino agli anni ’50 del ‘900 allorché si dipinsero anche i mezzi motorizzati a tre ruote che servivano per il trasporto locale o per vendere mercanzie nelle città siciliane.

Testimonianze delle pitture dei carretti si trovano negli ex voto che si trovano in varie chiese siciliane e, come dice Allota, anche in quelle maltese.

Noi, a questo punto, a mo’ di ricordo e a futura memoria, vogliamo citare i nomi siciliani degli elementi del carretto che oggi sono sconosciuti alle nuove generazioni. Il carretto era formato dai seguenti elementi. La ruota, i cerchioni, i raggi, li masciddara, lu purtieddru, le aste, lu rutuni, la ucciula ( che era una grossa vite che teneva attaccata la ruota al fuso), il cassone, e poi gli armiggi o (armici in certi comuni) erano costituiti da la tistera, lu capizzuni, lu pitturali, lu suttapanza, lu sidduni, la cudera, li rietini, la zotta, poi c’era lu scutiddaru, lu lumi a petrolio, la striglia di ferro, la brusca o spazzola e tanti ammennicoli, quali ciancianeddri, specchietti, borchie, pennacchi e così via di seguito. Il carrettiere doveva avere la “ncirata” o tela cerata per evitare che se pioveva la merce trasportata si bagnasse, un grosso ombrello e una serie di corde per legare la merce trasportata.

Tutti questi armamentari incisero anche nel linguaggio comune per cui quando si aveva una casa dove potevano accedere i mezzi di trasporto  si diceva che la casa era  “ A PUOSTU DI CARRETTU” ed era un grande pregio perché la casa si differenziava da quelle site nelle vaneddre dove il carretto non poteva accedere  e bisognava andare a dorso di mulo. Quando un uomo non voleva più lavorare si diceva che “si jttà darrieri la cudera”; quando si diventava vecchi e quindi inservibili si diceva “arrutà”, come avveniva per il vecchio carretto.

E’ chiaro che il carretto tra l’ottocento i primi cinquanta anni del’900 diventò l’elemento preponderante dello sviluppo commerciale dell’Isola e che tutta la vita commerciale si svolse attorno al carrettiere che diventò soggetto centrale della storia siciliana tant’è che tanta parte della nostra letteratura si interessò del carretto e del carrettiere che aveva diversi connotati.

Infatti c’era il carrettiere che aveva il carretto per uso agricolo e quello era una cosa diversa, c’era chi aveva il carretto per lavorare a giornata per conto terzi, c’era chi aveva il carretto che usava per conto proprio essendo quindi il carrettiere un piccolo imprenditore.

Ai carri, scrive E. Navarro della Miraglia, in  “Storielle siciliane”, il più delle volte, è attaccato un mulo. Sono piccoli, alti, a due ruote. La sala è di ferro lavorato, a trafori, a ghirigori, a filigrane rozze. La cassa è dipinta di giallo, ornata di figure strane: soldati, frati, monache, madonne, dragoni alati e Cristi grondanti sangue”.

Il carrettiere che lavorava per conto terzi a giornata molto spesso era poverissimo. Ce lo ricorda Angelo Petyx nel suo meraviglioso libro “La miniera occupata” edito da Sciascia.Bacaranu è un carrettiere filosofo, che pratica la filosofia del senso comune del popolo, è poverissimo ed ha una figlia ammalata di tisi. Parla con Paolo e gli dice: la tisi “e’ una malattia brutta e se non le facciamo le cure che il medico dice, non c’è più speranza. Ma come fare se non mi riesce di guadagnarle il semplice pane? Prima col carretto qualcosa mi facevano fare, ma ora non so più da quando non faccio un viaggio alla stazione.”

Io dissi: E’ il camion che ha rovinato il carrettiere.”

E lui:”sono stato al municipio con le ricette e il Sindaco m’ha fatto un buono straordinario per ritirare un po’ di medicine dal farmacista. Intanto il medico dice che ci vuole la montagna, il mangiare come si deve e non so che altro, per salvarla.”

Allora vidi Bacaranu contrarre gli angoli della bocca e sbottò a piangere come un bambino. “ Come dirti quello che ho sofferto e soffro? Come dirtelo? E non sapeva trattenere il pianto di cui davanti a me si vergognava.

“Lo so” dissi “ che la fame  che ha sofferto il nostro paese quest’inverno è stata una cosa da non immaginarsi, e particolarmente famiglie come la tua. Ma che aveva un pezzo di pane da dare agli altri? E’ stato  un diluvio e ognuno ha pensato al proprio salvataggio.”

“Eppure la notte partivano camion e camion di grano di contrabbando” obiettò Bacaranu.

“E’ vero ma che cosa si poteva fare per impedirlo se tutti fingevano di non vedere e capire?”

“Loro si facevano i milioni e i miei bambini piangevano giorno e notte perché la fame non li lasciava dormire. Ora Margherita ha la tisi e non piange più, perché non ha più la forza di piangere” diss’egli, e io sentii dei brividi scorrermi lungo il dorso.

Il mulo andava nello stradone bianco a testa bassa, le orecchie ciondoloni, lento e incerto come un ubriaco.Ubriaco però doveva essere, di sole e di fame, perché la paglia lo aveva denutrito, stecchito. Non girava la testa in qua e in là,non drizzava le orecchie, ma andava nella polvere bianca e nella calura crudele del meriggio senza vento, il muso in terra come chi mediti sulla propria sventura, senza un gesto d’impazienza.

Bacaranu è povero e la sua povertà ha colpito la mogli, i figli e il mulo, pensai.

Disse: “Credi che se fossi Dio farei soffrire la fame alla gente? Non la farei soffrire no, perché non sono quell’uomo cattivo che credi.”

“Dio allora è cattivo che fa soffrire la fame alla gente?” diss’io.

“Io non so niente. Tutto quello che so è che se fossi Dio non farei soffrire la fame alagente e non la farei ammalare. Forse che mi costerebbe un centesimo?” Pensò e soggiunse. “Nemmeno al mio mulo la farei soffrire, la fame. Perché gliela farei soffrire? Sarebbe una crudeltà lo stesso, perché le bestie soffrono come soffriamo noi. Io lo so.”

“Ci sono cose che la nostra intelligenza non può capire” io dissi.

“ Ma io non cerco di capire le cose che la nostra intelligenza non può capire, ma quello che farei se fossi Dio.”

Questo il carrettiere povero a giornata poi, come abbiamo detto, c’era il carrettiere che lavorava per conto proprio e che era un piccolo commerciante Quest’ultimo tipo di carrettiere era considerato ceto medio e si distanziava di molto dal contadino perché poteva avere una condizione economica molto buona e poi il fatto che aveva rapporti con diversi paesi lo faceva più evoluto rispetto a chi restava sempre chiuso nel proprio paese.

Una canzone dice: mamma carritteri lu vogliu lu maritu pirchì lu carrettieri mi fa la vesta di sita”.

Ma il carrettiere di quel tempo era il padrone della strada e a questo punto viene di pensare quale fosse il suo rapporto con i banditi che a ridosso delle due guerre mondiali infestavano le nostre strade e si mittivanu “ a lu passu” per derubare i passanti di tutto quello che trasportavano.

Intanto per la mia conoscenza personale non mi risulta che ci sia mai stato un accordo tra carrettieri e mafia e posso dire che tanti carrettieri hanno subito rapine molto importanti. I carrettieri avevano paura della curva “dell’omo morto” tra Siculiana e Montallegro, dove i briganti solitamente si appostavano.

La nobiltà decadente guardava di malocchio il carrettiere e lo considerava appartenente a una classe infima. A tal proposito vale la pena citare il Dannunzio che nel libro “Il piacere” parla di carrettieri biechi e “attossicati”; ma bisogna entrare nel mondo nobile, raffinato, dedito all’ozio del “Vate” per comprendere il disprezzo nei confronti di coloro che vivevano di lavoro, lavoro che certamente doveva essere considerato dal D’Annunzio attività avvilente.

Invece Antonio Gramsci, che per noi è uno dei più grandi intellettuali del ‘900 italiano, quando gli assegnarono il tema “Che cosa faresti nella vita?” rispose: “ questione ardua che io risolvetti la prima volta a otto anni, fissando la mia scelta nella professione del carrettiere. Avevo trovato che il carrettiere univa tutte le caratteristiche dell’utile e del dilettevole: schioccava la frusta e  guidava i cavalli, ma nello stesso tempo compiva un lavoro che nobilita l’uomo e gli procura il pane quotidiano. Sono rimasto fedele a questo indirizzo anche l’anno successivo, ma per ragioni direi estrinseche”.

E Chopin il 26 agosto 1825 scrive ai genitori da Szafarnia, dove era ospite di amici, “quasi ogni giorno vado in carretto. I libri dormono perché il tempo è molto bello”.

E nella musica di Chopin, se si fa attenzione, si trova il ritmo del cavallo quando stancamente traina il carretto.

La letteratura siciliana, la pittura, il teatro, l’opera lirica non possono fare a meno di parlare dei carretti e dei carrettieri perché furono protagonisti di quel tempo. Ne parla Pirandello. Quasimodo nella poesia “Strada di Agrigentrum” che è una meravigliosa poesia scrive:

“Il marranzano tristemente vibra

Nella gola al carraio che risale

Il colle nitido di luna, lento

Tra il murmure d’ulivi saraceni”.

E Mario Gori nella sua bellissima poesia”Lettera dal Sud:

“Io sono un ragazzo del sud

Un siciliano di paese,

uno dei tanti che ridono e piangono

in questa mia terra malata

d’amore e nostalgia.

Sono il ragazzo della zolfara

Che mastica silenzio e pane nero,

il carrettiere che canta la notte

e pensa al tradimento,

il pastore che insegue le nuvole

e suona lo zufolo ai venti.

Questo sono ed ho

Il cuore triste d’ognuno

Dentro il mio cuore”.

E ancora nella stessa poesia Mario Gori scrive:

“La mia gente non sogna e prega ancora

Per l’acqua e il sole. Un asino che muore

Qui si tira una casa…”

Il poeta Paolo Messina nel 1954 scrisse la poesia “Carrettu sicilianu” pubblicata nel libro “Poesie siciliane del 1985 che noi riportiamo interamente per la sua bellezza:

Tuttu roti, spinciutu di la rua

S’adduma ni lu suli

Di cianciani e di giumma.

 

Scrusciu supra du roti

Arruzzòlu baggianu di culura

Supra la munta dura

Di ‘na canzuna.

 

E d’appressu

Occhi nivuri

Ummuri di manu tradituri

Friddi riccami

Dintra petti addumati.

 

Abbrazzata di l’asti

La jumenta

Attenta di cianciani a la canzuna

Muta comu la terra

E ciara l’umbri.

E i librettisti  di “Cavalleria Rusticana” Giovanni Targioni Tozzetti e Guido Menaschi  scrivono:

Alfio

Il cavallo scalpita,

i sonagli squillano,

schiocca la frusta – Hai là-

Soffi il vento gelido,

cada l’acqua e nevichi,

a me che cosa fa?

Coro

O che bel mestiere

Fare il carrettiere

Andar di qua di là!

Alfio:

M’aspetta a casa Lola

Che m’ama e mi consola,

ch’è tutta fedeltà.

Il cavallo scalpiti,

i sonagli squillino,

è Pasqua ed io son qua!

Coro

O che bel mestiere

Fare il carrettiere

Andar di qua di là!

E da quando il carrettiere Alfio ha ucciso per gelosia compare Turiddu venne fuori nel mondo letterario la figura di un carrettiere geloso e violento: quel grido : “Hanno ammazzatu cumpari Turiddu” de “La cavalleria rusticana”, che è risuonato in tutti i più grandi teatri del mondo, ha contribuito a dare una immagine della Sicilia  violenta e regredita  che fino ad un certo periodo poteva anche essere reale.

La storia letteraria e forse anche quella reale dei carretti si chiude con il racconto “Lo sfiatatoio” di Antonio Russello, che è compreso nel libro “Siciliani Prepotenti”.

In questo racconto Antonio Russello immagina che gli americani sbarcati a Palermo si lanciano alla visita della città, noleggiando carrozzelle e trascurando i taxì che, presi da invidia, muovono guerra ai cocchieri i quali a loro volta organizzano la battaglia avendo come forze di rincalzo tutti i carrettieri di Palermo.

Alla marina di Palermo si scatena una lotta furibonda:

“Tutti i carretti siciliani si mossero d’un colpo con tutti i paladini che c’erano dipinti sui laterali, e Camarda a vederli, si sentì affluire sangue antico nelle vene, sangue di famiglia di quando accompagnavano la spada nella mano di Orlando e di Rinaldo, come s’accompagna il cucchiaio in bocca ad un bambino. Allora la sferza nella mano, gli divenne spada lucente, e si lanciò coi carretti sul fianco scoperto dei taxì, che già sfondavano la fronte delle carrozze disorientate. Nella mischia spaventosa, si videro volare nel sole, parafanghi, fanali, balestre, balze, bandelloni, cosciali, frustre, monopole e stanghe.

I taxì, ormai assembravano verso la balaustra, tutte le carrozze per buttarle a mare, e sul loro ripiegamento gli autisti s’alzavano con la tromba delle mani a scoreggiarle.

Molte carrozze erano scoperchiate, sbilanciate e senza ruota, altre giacevano riverse a terra con le stanghe prive di cavallo.

Molte cavalle agonizzavano a terra con un lungo singulto, e un fiotto di sangue colava dalle narici, mentre la loro testa, s’andava a poco a poco ripiegando sul selciato come un cuscino.

Si notò schiacciata a terra la carrozza del capo dei cocchieri Camarda e la figura del Marchese Caramella che il Camarda aveva voluto a cassetta nella dura battaglia tra il moderno e l’antico.

La sconfitta dei carrettieri alla marina di Palermo chiude un’epoca e il progresso trionfa sull’antico. Ai carretti e alle carrozze si sostituisce il più moderno taxì. E’ l’ineluttabilità del progresso e, noi diciamo, per nostra fortuna.

Il carretto muore ma non può morire, in me, il ricordo di mio padre piccolo commerciante-carrettiere che usciva la mattina alle quattro per tornare la sera a fine giornata ed io ero felice quando sentivo il rumore delle ruote del mio carretto perché finalmente si poteva apparecchiare la tavola e si ricomponeva la famiglia composta da mio padre, mia madre e altri due fratelli che non ci sono più. Ad essi dedico questo mio scritto e la bellissima poesia del grande poeta di Raffadali Domenico Alvise Galletto:

Di cca, quannu la notti

Di cca, quannu la notti

Si stenni ’ncapu  ‘i tetti di li casi

E arrisedi li cosi,

mi pari d’ascuntari

comu sintìa ‘na vota

‘a rota d’un carrettu ‘ncapu i giachi

E un cantu dunci dunci

D’un carritteri amaru

Ca si pirdia nna neglia da matina

E turnava cu scuru.

Agrigento,lì 7.2.2010

Gaspare Agnello