(articolo letto 4.534 volte)

Gentili Signore e Signori, il fatto che voi mi abbiate chiamato per illustrare le poesie del cantastorie agrigentino Gian Campione mi ha commosso e turbato profondamente perchè a tarda età, mentre mi accorgo sempre più di essere un grande ignorante, mi capita di essere chiamato per dire la mia su fatti letterari.

cantastorie-agrigentino-gian-campione-2

L’Università di Messina mi ha chiamato per chiudere la manifestazione di consegna della laurea Honoris Causa a Leonardo Sciascia e per la prima volta in vita mia, davanti a tanti ermellini, ho avuto le gambe che mi tremavano e mi cedevano.

Oggi non sono dinanzi agli ermellini ma mi trovo dinanzi a tanti giovani belli e colti e ho la paura di non essere all’altezza del compito che mi avete assegnato.

E poi, devo dire la verità, il fatto di essere stato chiamato per presentare le poesie di un poeta-cantante, di un poeta popolare che si potrebbe definire poeta d’appendice o un cantastorie le cui canzoni vengono cantate nei quartieri popolari a volume spiegato, ma ha lasciato qualche dubbio, fino al punto che ne ho parlato con la vostra Presidente alla quale ho detto che avrei fatto a meno di presentare questo poeta con il quale, lui in vita, non ho avuto dimistichezza.

Ma poi ho pensato, con un pizzico di ambizione, che se le donne e i giovani rotariani mi hanno invitato vuol dire che un minimo di fascino lo hanno trovato in me e per questo mi sono messo a leggere e a rileggere le poesie di Gian Campione “Cunti e canti di Sicilia.”

Partivo dal fatto di avere visto nelle televisioni locali agrigentine dei filmati su Gian Campione che sono molto riduttivi e che sarebbe giusto ritirare perché non rendono merito alle capacità artistiche e poetiche di Gian Campione.

cantastorie-agrigentino-gian-campione

Mi sono quindi messo di buzzo buono e ho iniziato a leggere il libro pubblicato, per conto del comune di Agrigento, dall’editore Massimo Lombardo e qui ho avuto un’altra delusione in quanto devo dire con molta franchezza che l’Editore non ha curato, come dovuto, il libro tanto che vi si trovano errori imperdonabili che certamente non sono dell’autore ma di chi ha curato la pubblicazione: E del resto nelle edizioni di Massimo Lombardo queste imperfezioni le ho trovate anche nel libro di La Gaipa “Il mostro in casa”. E queste cose le voglio sottolineare perché gli autori vanni rispettati e l’editore, anche se piccolo, prima di stampare un libro, lo deve affidare a mani esperte per le pulizie doverose.

Ma detto questo, che non ha nulla a che vedere con il nostro autore, devo dire che la prima lettura mi ha fatto scoprire un personaggio diverso da quello che conoscevo, un poeta che sa scavare nel cuore dell’uomo, un poeta, che vive il dramma della società in cui opera, un poeta ironico e sarcastico, un poeta che ha cuore e che conosce il cuore e i sentimenti degli uomini, un poeta che apprezza la bellezza della natura, un poeta che sa poetare e le cui poesie sono già di per sé musica, con una rima a volte baciata, a volte alternata, a volte sciolta ma sempre musicale e del resto credo che Gian Campione scrivesse le sue poesie per poi musicarle e forse mentre le scriveva le cantava e assemblava le rime che senza musica già sono musicali. E, a mio avviso, quando le pensava aveva bisogno immediato di trascriverle su carta per non perdere il ritmo e la musicalità della sua poesia e faceva a meno anche della punteggiatura.

Gian Campione non usa mai la virgola, non usa il punto e virgola, qualche volta usa solo il punto, ma questo molto spesso lo elimina: e ciò a mio avviso dà più musicalità alla sua poesia che sembra la poesia degli improvvisatori che nelle feste di paese, tra un bicchiere di vino e l’altro, poetavano e rendevano allegre le feste.

Guardate la poesia “Jetta la riti”: la canzone è una cosa , la poesia senza musica è un’altra cosa e questo è una scoperta per chi legge le poesie del nostro Gian Campione.

Foto: Gian Campione

Foto: Gian Campione

Nella poesia voi vedete il calar del sole, i pescatori che si preparano ad uscire per andare a pescare e le barche che si avviano lentamente accompagnate dalla luna. Questi versi non sono solo poesia ma sono pittura: voi vedete e toccate un quadro, il quadro della nostra marina, e c’è nella poesia un altro quadro: il ritorno, il sole che sorge, la gente, vecchi e bambini che aspettano il ritorno dei marinai che remano con forza perché hanno voglia di tornare alle loro case e di riabbracciare i loro cari e di consumare con loro un pasto attorno al quale si riunisce la famiglia, quella di una volta che era il segno di una società diversa, bucolica e che oggi purtroppo non esiste più.

Sentiamo questa bella poesia e facciamo accarezzare le nostre orecchie da questi versi così leggeri e musicali.(pag.44)

Il nostro poeta gode della bellezza del paesaggio, descrive la durezza del lavoro e la gioia del ritorno.

La durezza del lavoro Gian Campione la vive intensamente perché è nato in un quartiere popolare e quindi la sente sulla sua pelle e la fa diventare oggetto del suo poetare. La poesia “La viddanu” descrive il dramma del contadino che lavora notte e giorno e non riesce, col suo lavoro, a portare avanti la famiglia. E’ il dramma di sempre dei nostri contadini che anelano a cambiar lavoro “chi vita amara fazzu pi campari” “a truvari quarchi travagliu ca ni fa mangiari”- a fari lu viddanu nun ci staiu.” (pag.76 )

Conosceva Gian Campione la vita dei pescatori, conosceva la vita dei contadini e di loro si faceva cantore, come Alessio Di Giovanni, come Navarro della Miraglia, come Russello, Sciascia, ma conosceva anche la vita dei minatori e di loro cantò il dramma della morte dentro le zolfare come fece Angelo Petyx di Montedoro.

La poesia “Du Iornu di frivaru” mi riporta al mio paese quando da bambino ho visto le madri, le mogli, le sorelle, i figli correre verso la miniera Quattro –finaiti, dove il grisù aveva ucciso: “curriti fimmini…’inchiusi ristaru li vostri mariti.”

(Pag.32)-
Nella poesia torna ai problemi sociali di chi non ha ereditato niente dagli antenati e si trova in questa terra solo e povero mentre ci sono gli altri che senza far nulla si trovano ricchi per eredità.

Tutti facciamo parte di sta terra ma non tutti abbiamo gli stessi diritti e le stesse opportunità.(L’Antinati pag.49)

Con queste poesie già ci allontaniamo di molto dallo stereotipo che ci hanno dato di Gian Campione e troviamo un poeta di profondo sentire, un uomo che denunzia le ingiustizie sociali e che quindi si ribella e chiede una società più giusta. Ma chissà se anche lui appartiene alla schiera dei letterati siciliani che definiscono irredimibile questa nostra terra di Sicilia!

Forse Gian Campione non appartiene a questa schiera di letterati che, nella maggior parte, erano figli della piccola e media borghesia o addirittura della nobiltà; Gian Campione era uno del popolo e nacque in mezzo al popolo che è più positivo: basta che ni “la vaneddra” s’affaccia la sua bella che “è festa granni”…”si nun ti susi a matinata la to’ vanedda resta addurmisciuta”.

….La barca del pescatore, REGINA DI LU MARI, esce dal porto, spinta dal una leggera brezza, va per il mare, va a sentire i pesci che cantano e poi ritorna e riporta alla sua casa il suo padrone.

Se si ha fede, se si ha speranza, se si ha voglia e si crede nei giusti valori la barca della vita, dice Gian Campione, ci riporta a casa, nella casa giusta dove non ci si sperde.(pag.47)

E la casa è anche molto bella, piena di fiori, di segni di antiche civiltà…è la valle dei templi che è il sole, la vita, la storia infinita dell’umanità (36)

E la vita dice Gian Campione bisogna pigliarla con allegria, burlarla come fa il pescivendolo che grida alle donne “chi l’haiu viva chi l’haiu frisca mi griddulia, dintra la cascia.”

Lo stesso fa “Lu ricuttaru” : “Eccu la za Tana s’affaccia voli la cchiu grossa in virità idda si ‘nintendi di cavagni boni picchi idda canusci la mè qualità.”

Il doppio senso nella canzone ironica di Gian Campione fa sempre capolino e del resto questo è tipico del nostro popolo.

Ma soprattutto in Gian Campione trionfa l’amore che è tormento, che è gioia di vivere, che è desiderio di possedere e di essere posseduti, che è amore dei bambini a cui facciamo voca voca.

E’ la Madonna che sacrifica il suo figlio per l’umanità, è il padre nostro che ci ha fatti bianchi e neri e che ha buttato una perla per fare il mondo ed il mare per la gioia di tutti noi.

Dopo questa breve scorribanda nella poesia di Gian Campione ci preme di capire che tipo di letteratura ha fatto il nostro autore: si tratta di letteratura d’appendice? di letteratura minore? O delle improvvisazioni dei contadini che morivano nel momento stesso in cui venivano recitate?.

Certo dobbiamo dire che queste poesie venivano scritte per essere poi musicate e quindi dovevano ubbidire a delle logiche ritmiche e quindi potrebbero essere avvicinate ai libretti del melodramma italiano dell’ottocento. Ma in quei libretti c’era molto romanticismo o (scusate il termine) romanticume per cui i sentimenti venivano calcati al massimo per diventare melodramma musicale. Qui invece ci troviamo in una poesia diversa che molto spesso assume contorni sociali tipici del realismo e del neorealismo siciliano.

La potremmo definire “letteratura per gli umili”, ma questo, dice Gramsci, è l’atteggiamento tradizionale degli intellettuali italiani verso il popolo.

E allora può definirsi letteratura popolare? “Per essere tale, dice Gramsci, oltre alla bellezza ci vuole un determinato contenuto intellettuale e morale che sia l’espressione elaborata e compiuta delle aspirazioni più profonde di un determinato pubblico, cioè della nazione-popolo in una certa fase del suo sviluppo storico. La letteratura deve essere nello stesso tempo elemento attuale di civiltà e opera d’arte, altrimenti alla letteratura d’arte viene preferita la letteratura d’appendice…”

Se nella poesia di Gian Campione troviamo questi elementi descritti da Gramsci, come certamente li troviamo a piene mani, potremmo ascrivere la poesia del nostro autore alla letteratura nazional-popolare

E Sciascia, a proposito della radice popolare della poesia di Ignazio Buttita, dice :” D’altra parte,questa è, peculiarmente, la radice popolare e contadina della sua poesia: la poesia che è parola-voce, il poetare che coincide con l’esistere, estemporaneamente e quasi fisiologicamente. Non c’è momento dell’esistenza- il più duro lavoro o il riposo, la gioia o l’affanno, il miele o il fiele, il lutto o la festa- che non possa essere calato in ritmi e rime, liberarsi cioè in un fatto mnemonico, diventare insomma, pura memoria ( la Memoria che era madre alle muse)”.

E questo concetto, espresso da Sciascia per Buttitta, vale a misura per il nostro Gian Campione.

Buttita e Gian Campione: due poeti siciliani che vivono nello stesso periodo e che scrivono tutti e due in dialetto siciliano.

E perché? Forse perché non ne erano capaci? E il fatto di avere scritto in lingua siciliana può influire sul fatto di classificare questi personaggi come autori minori o di appendice?

Noi invece dobbiamo subito affermare che la maggiore peculiarità di Buttita e di Gian Campione nasce dal fatto di avere gli stessi adottato per i loro componimenti la corrusca e fiammeggiante lingua siciliana. Ed a favore di questa nostra interpretazione ci soccorrono Alessio Di Giovanni di Cianciana ed il sardo Antonio Gramsci.

Alessio di Giovanni, il grande cantore dei minatori, amico di Carducci e uomo di grande valore letterario, ebbe a scrivere: “ Quelli dei miei lettori, intanto, che mi han seguito fin oggi nella mia costante e più che trentennale fatica di felibre siciliano…comprenderanno senz’altro perché ho scritto anche questo romanzo in siciliano: non perché non ami e non conosca e non apprezzi la nostra gloriosa e duttile e perfetta lingua nazionale (che da quarant’ anni a questa parte, studio con sempre vivo, appassionato amore), ma per un istintivo, irresistibile bisogno di rendere l’intima anima della mia terra, con quella semplicità spontanea e con quella sicura immediatezza che si possono ottenere interamente adoperando il vermiglio linguaggio dell’isola, perché soltanto con il suo corrusco fiammeggiare e con la sua armonia accorata, si può dare un’impronta schiettamente paesana alla narrazione…”

Antonio Gramsci scrivendo alla sua sorella Teresina dice testualmente: “Devi scrivermi a lungo intorno ai tuoi bambini, se hai tempo, o almeno fammi scrivere da Carlo e da Grazietta. Franco mi pare molto vispo e intelligente: penso che parli già correntemente. In che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in Sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. E’ stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente il sardo. Ciò ha nociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore coi tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sé, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile…Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà d’impaccio per il loro avvenire, tutt’altro”.

Io non so se il nostro poeta conoscesse le idee di Gramsci e Di Giovanni in materia dell’uso del dialetto ma certamente ne attuò i concetti forse inconsciamente ma sapendo certamente che i sentimenti, i dolori, le gioie del nostro popolo si possono rendere più incisivamente nella corrusca e fiammeggiante lingua siciliana che è la lingua delle nostre mamme, delle nostre strade, dei nostri quartieri. E poi più specificatamente Gian Campione uso la parlata girgintana che Pirandello usò in Liolà che solo Gramsci seppe apprezzare alla sua prima rappresentazione a Torino: “a me pare scrive il critico sardo, che Pirandello sia artista proprio quando è “dialettale” e Liolà mi pare il suo capolavoro…”

Gian Campione è poeta, come abbiamo detto nazional-popolare, nel senso che interpreta i sentimenti universali del popolo: “il senso comune”, ed “il senso comune”, scrive ancora Gramsci, è il folclore della filosofia e sta sempre di mezzo tra il folclore vero e proprio (cioè come è comunemente inteso) e la filosofia, la scienza, l’economia degli scenziati. Il senso comune crea il futuro folclore, cioè una fase relativamente irrigidita delle conoscenze popolari di un certo tempo e luogo…Il folclore continua Gramsci, non deve esser concepito come bizzaria, una stranezza o un elemento pittoresco, ma come una cosa che è molto seria e da prendere sul serio. Solo così l’insegnamento sarà più efficiente e determinerà realmente la nascita di una nuova cultura nelle grandi masse popolari, cioè sparirà il distacco tra cultura moderna e cultura popolare o folclore.

Alla luce di questi concetti possiamo affermare che la poesia di Gian Campione deve uscire dal limbo di una letteratura considerata minore per entrare a pieno titolo nella letteratura italiana caratterizzata da elementi popolari, di senso comune e di folclore che connotano i popoli di tutte le regioni del mondo, ognuno con il loro passato di memorie e di tradizioni.

Le poesie di Gian Campione devono entrare nella antologie delle nostre scuole per fare gustare la freschezza dell’acqua di fonte che scende dalle montagne piene di boschi, di luce e di aria.

Concludo scusandomi se vi ho annoiato più del dovuto ma in compenso, con Gian Campione, rivolgo un pensiero alle belle ragazze che mi hanno ascoltato dicendo:

Ni stu paisi è veru li fimmini
Sunnu fatti di zuccaru e di meli
Hanno li facci beddi comu lu suli
Chistu l’hauiu a diri

Ma idda comu a tutti li fimmini
avi un cori ca la fa parpitari
speriamu ca si degna di taliari
la pirsuna mia.

Idda quannu passia sta fimmina
A li vecchi fa puru firriari
Li fa puru sturdiri cu st’annacata
Tutta originali.

Agrigento,lì 30.1.2008

gaspareagnello@virgilio.it