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Il Mio Chopin Nel Bicentenario Della Nascita – di Gaspare Agnello

June 19, 2010
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Frédéric Chopin (1810-1849) compositore e pianista polacco, è stato il musicista che più mi ha inquietato con il suo pianoforte che mi strappa continuamente il cuore e che sa trasportarmi verso mondi mitici dove regna il Dio Pan e contemporaneamente in mondi “aristocratici” nel senso di mondi “migliori”, “superiori”, insomma verso un “assoluto” “IL DIVINO” che sicuramente lui non ha mai cercato ma che ha raggiunto con le sue note strazianti che hanno tutto il senso della vita gioiosa ed amara.

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Ero ragazzino, figlio di un piccolo commerciante, e a casa mia negli anni quaranta e cinquanta del novecento non si soffriva la carestia, dovuta alle conseguenze della guerra, però in quella casa non c’era un libro né si conosceva la musica come nella casa di Chopin. Ma quando ogni giorno andavo verso il centro del mio paese, lungo il corso Garibaldi, incrociavo un palazzotto di una famiglia della vecchia nobiltà terriera decaduta e dai balconi di quella casa mi giungevano le note di un pianoforte. Mi fermavo e le ascoltavo e sognavo un mondo altro, fatto di saloni, di feste, di lampadari splendenti, di dame eleganti. Ho dovuto attendere ancora tanti anni per capire il senso di quelle note e di quello strumento magico.

Alle scuole magistrali di Agrigento incontrai uno dei più grandi musicisti siciliani del ‘900 il maestro Michele Lizzi che quando parlava di musica “trasumanava” e che ci ha lasciate tre opere liriche influenzate dallo stile pizzettiano e quindi lontane dalle note romantiche- popolari di cui noi siamo tormentati.

Ma Lizzi mi fece capire che la vera musica non risiede nelle opere liriche in quanto in questo genere di musica l’artista non può esprimere tutta la sua libertà perché è condizionato dai versi, mentre l’artista si esprime pienamente ed interamente nelle composizioni sinfoniche, nelle sonate, insomma in quel genere musicale dove le note non subisco condizionamenti e fluiscono secondo che “il cor gli detta”.

A Chopin tutti chiedevano di scrivere qualche opera lirica, ma lui non poteva subire alcun condizionamento e le sue note dovevano correre sul pianoforte liberamente, come farfalle “piccoli gruppi di note che cadono come goccioline di rugiada iridescente sopra la figura melodica” come ha scritto l’abate Liszt a proposito del “rubato melodico” di origine italiana.

Chopin

Lizzi mi condusse verso i grandi sentieri della vera musica, mi fece conoscere i grandi del melodramma italiano ed europeo, ma soprattutto i grandi compositori sinfonici e quindi l’ottocento italiano ed europeo che certamente fu il secolo in cui fiorì la grande musica che allietava le traballanti corti europee quali quelle di San Pietroburgo, di Parigi, di Vienna, di Berlino, di Varsavia, dei piccoli principati italiani.

In questo clima di grande fervore musicale, due secoli addietro nasce a Varsavia Chopin in una famiglia dove la musica è pane quotidiano. Il padre Nicolas, che tiene un educandato per giovani della nobiltà polacca, suona alcuni strumenti musicali, la madre Takia Justina Krzyranoswschi, dà lezioni di musica, mentre la sorella Ludwika è quella che ha insegnato al giovane Chopin a situare le manine sulla tastiera del pianoforte.

Egli respirò subito il clima musicale della famiglia e si appalesò un grandissimo genio musicale, un fenomeno che a otto anni poté dare un concerto fino al punto da stupire la cantante italiana Angelica Catalani che, quando lo sentì, si sfilò dal polso il suo orologio d’oro per darglielo in dono e lo Zar di tutte le Russie Nicola che, in un concerto di Chopin che aveva dieci anni, si sfilò dal dito il suo anello e glielo regalò.

La sua formazione musicale, come abbiamo detto, è avvenuta immediatamente nella sua famiglia poi ebbe come maestro un certo Zywny che non era nulla di eccezionale e di cui addirittura gli alunni si burlavano e poi il maestro Elsner che capì subito la genialità del suo alunno e che scrisse nella nota di profitto del suo alunno “Attitudine particolare. Genio musicale”. Ed ebbe contatti con il direttore di organo Wurfel che poi incontrò a Vienna nel suo primo viaggio nella capitale dell’impero Austro-Ungarico.

Il maestro Zywny, che si dichiarava “amico e servitore” fece conoscere al giovane Chopin il grande cantore di Lipsia Bach che per lui è stato sempre fonte di ispirazione.

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Certamente la musica italiana ha avuto un importante ruolo nella sua formazione. Carlo Soliva era direttore del teatro di canto di Varsavia, Angelica Catalani cantava a Varsavia, Paganini lo ha stupito e il suo amore giovanile Costancja Gladikowsk gli fece conoscere i nostri musicisti.

E poi, anche se a Varsavia non vi erano geni musicali, c’era un certo fermento musicale. La stessa posizione geografica della città la rendeva cuore dell’Europa e luogo di passaggio per i musicisti che si recavano a San Pietroburgo o in altre grandi città europee.

Nella sua formazione musicale primaria importanza ebbe la natura, la campagna, il contatto con il popolo, i contadini, le canzoni popolari che si cantavano nelle feste di ringraziamento per il raccolto.

La sua infanzia si lega al suo luogo di nascita Zelazowa Wola e al suo paesaggio di Masovia, al percorso calmo dell’Utrata, un piccolo fiume che passa da lì, ai salici della strada, alla pianura dove si innalzano le due torri rotonde della chiesa di Brochow.

Per la sua formazione molto ha influito la terra della madre, la regione del Kujawy. Da sua madre sentì per la prima volta i kujawyak, melodie così polacche, piene di dolce forza interiore e di tristezza, che cantavano la sorte del contadino di certe nostre terre povere, piatte, senza boschi. E’ nel Kujawj che egli passava le vacanze, quelle memorabili vacanze dalle quali tornava con una bella provvista di salute, di buon umore e forse anche di canzoni.

La canzone popolare è alla base della sua musica e queste canzoni li aveva sentite a Zelazowa Wola a Szafarnia dove si recava in estate ospite di amici. Abbiamo detto che il padre teneva a Varsavia un educandato per giovani rampolli di nobile famiglia e d’estate affidava il figlio a queste famiglie per farlo stare in campagna dove la salute gracile del nostro ritrovava ristoro.

Senza questi viaggi nella campagna non avrebbe partecipato alle nozze contadine a Boheniec, né alla festa del raccolto a Oborow e non avrebbe incontrato a Nieszawa la giovanisima “Catalani” che gli cantò per tre soldi la canzone del lupo dietro le montagne.

A Szafarnia incontra la musica popolare che tanto lo attirava; annota melodie e parole e inconsciamente assorbe quei Kujawiak e quelle note tristi, malinconiche della pianura senza boschi. Da qui hanno origine le “melodie del castello” di cui ritroviamo l’eco nella mazurke.

Nel viaggio che fa a Lublino, per trovare il suo grande e indimenticabile amico Titus Woiciehowiski, vede terre che ricordavano le grandi steppe dell’Ucrina tant’è che in alcuni suoli notturni si ha l’impressione di una pianura sconfinata, sonnolenta nel chiaro di luna. In queste terre sente dalle ragazze i “canti della bietola”.

La natura si trova pienamente nella sonata in si bemolle minore. In quest’opera i critici vedono “un verde paesaggio romantico. In fondo le rocce grigie e le cascate, vicino i prati e i licheni color smeraldo e verderame, grandi libellule trasparenti; e quella serenità della parte centrale del largo, che possono sentire solo i cuori addolorati e angosciati. E poi il finale, come una ballata: le nuvole sulle rocce e i prati e l’ultimo grido trionfale di una Walchiria che svetta sulle nuvole”.

Tomba di Chopin

E’ chiaro che, con le sue opere, Chopin vuole creare una musica nazionale polacca e alcuni vogliono vedere i germi della rivolta popolare, dello spirito patriottico che aleggiava in tutta Europa contro gli imperi, per la creazione di stati nazionali. Nel 1830 Varsavia bruciò mentre Chopin era andato via verso Parigi. Ma lui sentì il dramma della sua terra anche se non fu direttamente interessato ai fatti politici e il suo lavoro lo portava ad avere contatti forti con la grande nobiltà europea che incise nella sua formazione in quanto nella sua musica non troviamo solo la musica popolare delle campagne polacche ma troviamo il mondo dorato, il mondo di carta dei grandi saloni con i pavimenti luccicanti, le feste sfarzose di Parigi, la vita dei salotti; troviamo soprattutto l’uomo con le sue gioie e con i suoi grandissimi dolori. Nelle prime composizioni oltre al fascino della natura c’è la serenità della vita vissuta in famiglia con le sorelle Ludwika, Izabella, Emilia, con il rapporto intenso con l’amico Tytus, l’affetto e la stima di Varsavia che apprezzava i suoi concerti ammettendolo in tutti i salotti esclusivi, ci sono i viaggi, Vienna che lo accolse con entusiasmo.

Ma questa felicità viene interrotta dalla morte prematura della sorella Emilia e poi nel 1830 lo sradicamento dalla sua patria e dalla sua famiglia per raggiungere prima Vienna, dove ha tante delusioni, e poi l’agognata Parigi, che è stata sempre la meta della sua vita e poi la malattia che lo ha sempre torturato.

Si pensa che la sua partenza per Parigi sia stata sollecitata dai suoi amici per evitare che potesse venire coinvolto nei moti rivoluzionari che da li a poco dovevano scoppiare. Parte il due novembre, giorno dei morti con nel bagaglio i concerti, i notturni, gli studi. Piccolo, minuto, sciupato, malaticcio, si trascinava in quella notte d’autunno per le dissestate strade polacche, aveva freddo, forse piangeva, ma nel cuore aveva forte e immutabile l’intenzione di crearsi un nuovo mondo.

Siamo nell’epoca del secondo romanticismo, il secolo di Byron, l’epoca dello Sturm und Drang. A Parigi Balzac sta scrivendo “Le illusioni perdute”.

Il successo a Parigi è stato immediato perché certamente Chopin doveva essere accreditato nel mondo della massoneria e nel mondo bancario. Fu accolto da Radziwill, magnate polacco e potente membro della loggia massonica che presentò lo stesso ai Rotschild; viene accolto dalla cantante madame Delphine Patocka. Allacciò amicizia, tramite la massoneria, con il banchiere Léo che lo protesse sempre. Divenne amico del massone Wojcech Grzimala, uomo di fiducia di Georg Sand.

Queste potenti amicizie gli aprirono immediatamente la strada di un grande successo. Incominciò a dare lezioni per venti franchi d’oro all’ora, raggiunse un alto tenore di vita e poté risolvere tutti i suoi problemi economici per il suo soggiorno dorato parigino.

Scrisse: “ mi trovo introdotto nella società mondana, seduto tra ambasciatori, principi, ministri e non so neanche per quale miracolo, perché io non mi sono spinto in alto. Per me è indispensabile, perché “pare” che da lì venga il buon gusto; ti riconoscono più talento se ti hanno sentito all’ambasciata inglese; suoni subito meglio se ti ha raccomandato la duchessa di Vaudemont”.

Però questo è un mondo fittizio, bugiardo che gli procura solitudine e tristezza. Vive senza patria, senza casa, senza donna, senza amici, in un mondo dove regnano l’invidia, gli intrighi, la corsa verso i successi effimeri.

Calco della mano di Chopin dopo la sua morte

Incontra però due grandi amici che lo apprezzeranno moltissimo e sono Heine e il pittore Delacroix.

I suoi concerti sono affollatissimi e si arrivano a contare anche settecento presenze in una serata. Schuman, che Chopin non capì appieno, scrisse, a proposito del nostro grande musicista: “GIU’ IL CAPPELLO, SIGNORI, UN GENIO”.E poi: “SONO RIMASTO ANCORA UN ISTANTE DAL SOMMO MAESTRO”.

A Parigi si incrociano i grandi amori di Chopin che gli diedero gioie e dolori: Delphine Patoka, Georg Sand. Con la Sand va alle isole Baleari in cerca della salute e poi al ritorno si ferma per circa sei anni a Nohant dove vive un certo periodo di serenità e dove può continuare a comporre. Qui si rompe il rapporto con la Sand il cui amore non era mai profondo ma fatto di parole.

La famiglia, che rivedrà per qualche giorno a Carlow Vivary, tenta di organizzargli un matrimonio con Maria Wodzinska ma la cosa non può andare in porto per tante ragioni: prima perché l’amore non si può costruire e poi perché Chopin si rende conto che il corpo lo sta abbandonando.

La situazione economica di Chopin si va facendo molto brutta perché è costretto a tenere un tenore di vita molto alto mentre le entrate incominciano a scarseggiare. Lo soccorre una zitellona Jane Stirling che lo porta con se in Inghilterra e in Scozia dove soffre terribilmente il freddo e i continui spostamenti che le sorelle Stirling gli impongono per presentarlo alla nobiltà del luogo. Sputa sangue, è soggetto continuamente a febbre e a deficienza respiratoria.

Prima di partire per l’Inghilterra, nel 1848, qualche settimana antecedente lo scoppio della rivoluzione, il sedici febbraio tiene il suo ultimo concerto a Parigi. Questo è stato un concerto drammatico, a cui hanno assistito tutti i suoi amici. Alla fine quasi svenne dietro le quinte. Suonò la ninna nanna, la barcarola. E a proposito di questo concerto “La gazzetta musicale” scrive una recensione entusiastica: “E’ più facile raccontarvi la calda accoglienza che ha avuto, gli applausi suscitati che analizzare, divulgare il mistero di una esecuzione che non ha pari sulla terra…”

Torna nella sua Parigi per morirvi in una quasi grande solitudine e nella ristrettezza economica. Lo va a trovare molto spesso Delacroix che fa il suo ritratto e che scrive: “Abbiamo conversazioni interminabili con Chopin che è un uomo fuori dal comune: è l’artista più autentico che abbia incontrato nella mia vita; appartiene a quel piccolo numero di artisti che si possono ammirare e stimare”.

E’ costretto a stare a casa; non si regge più in piedi e qualche volta si trascina a una delle finestre della sua casa per vedere, dal di fuori, la sua Parigi: “ Sono seduto in salotto e ammiro il panorama di Parigi, scrive alla sorella, La Torre, le Tuileries, il Parlamento, St Germain l’Auxerrois, Saint Etienne du Mont, Notre Dame, il Pantéon,, St Sulpice, Val De Grace, les Invalides, da tutte le mie cinque finestre e tra di noi ci sono solo i giardini.

Parigi ormai è lontana e sembra a lui una prigione. In questa città ha conosciuto gloria, amore, successo, illusioni e delusioni ed ora si pone una domanda: “E la mia arte dove è andata a finire?”. E noi a distanza di due secoli gli rispondiamo “NEL CUORE DI TUTTA L’UMANITA’, NEI NOSTRI CUORI CHE BATTONO ALL’UNISONO CON IL TUO CUORE”.

Al suo capezzale accorre Solange, la figlia della Sand che, pur sollecitata, non torna a Parigi per consolare il suo amante morente. Lo assiste la sua sorella prediletta Ludwika e Delphine Patoka si reca a Place Vendome dove, la leggenda vuole, che abbia cantato l’Inno alla Vergine di Stradella che, secondo la leggenda, risana i moribondi.

Si spegne il 17 ottobre del 1839. “EGLI NON C’E’ PIU’ ” scrisse la sorella Ludovica. Al suo funerale Madame Viardot- Garcia cantò il requiem di Mozart, facendosi pagare duemila franchi.

Muore l’uomo ma rimane all’umanità la sua musica che fu l’unica vera realtà della sua tormentata vita. Una musica non frutto di romanticheria ma di un romanticismo che nasceva dal popolo e che si collegava anche all’illuminismo francese di cui il padre era portatore.

Per Chopin la musica, lungi dall’essere puro formalismo, è espressione dei sentimenti; di più: è immagine dei sentimenti. E’ un uomo chiuso e parla attraverso il pianoforte. Riversa nella musica tutti i moti inespressi del suo cuore, quindi del suo patriottismo, del suo amore per la natura, della sua tristezza e della sua disperazione senza fine. Dice del suo secondo adagio, quello del concerto in mi minore: “ Non deve essere forte, è piuttosto romantico, calmo, malinconico; deve dare l’impressione di uno sguardo dolce verso il luogo che rievoca mille cari ricordi. E’ come una fantasticheria di primavera al chiaro di luna”. E il chiaro di luna lo accompagna con “le sordine”, il cui “piccolo tono argentato deve corrispondere ai raggi argentati della luna”.

E la cultura popolare ritorna nella Mazurke dove ha racchiuso tutto il tratto della terra natale, gli echi della festa a Szafarnia, i suoni del basso a una corda, le parole allegre e quelle tristi.

Ha messo in evidenza la poesia del popolo portandola al livello dell’arte attraverso un processo creativo, frutto della sua complessa struttura artistica e della raffinatezza del suo mestiere.

I giudizi dei suoi contemporanei, sia per quanto attiene l’opera, sia per l’esecutore sono strabilianti: “GIU’ IL CAPPELLO, SIGNORI, UN GENIO” dice Schumann. E Balzac: “ questo bellissimo genio è più un’anima sensibile che un musicista” E Stephen Heller: “Era il più strano spettacolo che si potesse vedere, le sue piccole mani che si allungavano e abbracciavano un terzo della tastiera. Erano simili alla testa di un serpente che ingoia un coniglio”.

E noi vogliamo concludere questo nostro tormentato divertimento con le parole di Jaroslaw Jawaszkiewicz che ha scritto il libro “Chopin” a cui abbiamo attinto a pienissime mani e che consideriamo un grandissimo omaggio al polacco Chopin: “…egli non c’è più. Ma resta la sua opera. Essa esiste, penetra sempre più intimamente nella vita della nazione, in essa scopriamo ogni giorno nuove ricchezze e ci diventa sempre più indispensabile. Questa musica vive con noi e lotta con noi. E’ un ponte color arcobaleno tra la Polonia e il mondo.

E’ ornamento e valore di questo mondo e ce lo fa capire, così come ogni grande arte. E’ l’arte di Chopin, è l’arte più grande del nostro paese.

E concludo definitivamente con una nota a margine del libro di Jawaszkiewicz che ho scritto il 3. febbraio 1995: Grazie Chopin per l’affettuosa compagnia che mi hai tenuto nelle notti insonni del gennaio 1995. Quanto ti amo!!!La tua musica è struggente. Viene dal popolo, dalla campagna e tu l’hai fatta ARISTOCRATICA, raffinata, romantica, espressioni di sentimenti struggenti e tanto umani. Una musica che parla al cuore…di sentimenti, di amore, di dolore, di tristezza.

Agrigento,lì 17.6.2010

www.gaspareagnello.it

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