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Il Poeta Alessio Di Giovanni Fu Il Più Grande Cantore In Lingua Siciliana Della Zolfara Del Feudo …

June 6, 2010
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Il poeta Alessio Di Giovanni, grande figlio di Cianciana, che fu il più grande cantore, in lingua siciliana, della zolfara, del feudo e dei conventi che alla vita feudale erano legati, è stato sempre in cima ai nostri pensieri. Non ne abbiamo scritto e parlato, perché ci è mancato lo stimolo. Oggi ce ne dà lo spunto la presenza in Agrigento dello studioso Salvatore Di Marco che viene a presentare il suo saggio “Sopra fiorivano le ginestre” “Alessio Di Giovanni e la Sicilia delle zolfare” edito da Nuova Ipsa.

Alessio Di Giovanni

Un altro stimolo ci viene dato anche dai bellissimi e utili quaderni digiovannei curati dalla Istituzione culturale di studi di poesia e di cultura popolare “Alessio Di Giovanni”, diretta da Domenico Ferraro, ai quali abbiamo attinto a piene mani per queste nostre considerazioni.

Alessio Di Giovanni è nato a Cianciana(Ag) il 6.10.1872. Il padre Gaetano è un notaio di Casteltermini, un uomo colto e raffinato, scrittore, storico. Gaetano Di Giovanni si trasferisce a Cianciana per amministrare i beni che il padre aveva accumulato, ma in seguito alla crisi mineraria, i Di Giovanni si trasferiscono nel 1886 a Palermo quando il giovane Alessio ha 14 anni.

La famiglia ritorna di nuovo a Cianciana ma poi il padre nel 1893 si trasferisce definitivamente a Noto dove eserciterà la professione di Notaio. Vive per lunghi periodi a Palermo e da vecchio va presso i figli a Nicotera e a Ronciglione.

Alessio Di Giovanni

Muore a Palermo il 16.12.1946 ed è seppellito con i cappuccini.

Nonostante tutti questi trasferimenti Di Giovanni restò legato per sempre alla sua terra di nascita, terra di feudi, di miniere, di conventi. Scrisse infatti: “ Passai l’infanzia e la fanciullezza là nella bella valle del Platani, quella valle benedetta sempre presente nel mio cuore anche nella lontananza, come la cosa più cara, la più diletta, la più amata: la mia famiglia a quei tempi possedeva le più ricche zolfare del paese e campagne vaste e bellissime, così i miei primi anni li passai in mezzo ai contadini e agli zolfatari, verso i quali io nutrivo, fin d’allora, un affetto speciale; in mezzo alle colline del mio paese così bello e tranquillo, di una tranquillità malinconica, patriarcale, solenne che ti va dolcemente a al cuore e ti lascia pensoso”.

Noto influenzò non poco la formazione culturale del nostro poeta e non poteva essere diversamente perché quella città, che era stata provincia, era una specie di Atene della cultura siciliana, basti ricordare la poetessa Maria Coffa che riunì attorno a se tanta cultura netina. In quel periodo scriveva in diversi giornali e si firmava molto spesso con lo pseudonimo “Alastor”.
Ebbe grande influsso in lui il dialetto della val di Noto al fine della creazione di una lingua siciliana colta e raffinata capace di assorbire tutto il meglio che essa conteneva.

Alessio Di Giovanni

In dialetto netino scrisse “Fatuzzi razziusi” che è un omaggio a Noto e alle sue belle ragazze.

La famiglia lo voleva avviare allo studio della legge ma lui era preso dalla letteratura, dalla poesia per cui come egli stesso scrive: “Autodidatta e autocritico incontentabile sino alla ferocia, mi sono arrampicato su pel doloroso Calvario dell’arte, di giorno in giorno, tenacemente, in silenzio, e, per molti anni, senza un conforto e senza un fiore”.

Di questo gli dobbiamo essere grati perché Di Giovanni, tra meriti e demeriti, ci lasciò una vasta produzione letteraria e un patrimonio di cultura che ne fa un grande letterato della nostra terra da collocare nel Panteon dei Grandi.

Nel 1896 scrisse “Maju sicilianu che è diviso in tre parti: Amuri rusticanu, Vuci di li cosi, Tipi e sceni paisani, nel 1900 “Lu fattu di Bissana” e l’ode “Cristu”, nel 1902 il poemetto“A lu passu diu Girgenti” nel 1906 scrisse un poemetto “Lu puvireddu amurusu” Del 1910 è “Nni la dispenza di la surfara” e del 1911 “La seggia cu li vrazza”. Nel 1914 scrisse il romanzo “Lu saracinu”, nel 1920 le novelle “La morti di lu patriarca”, Nle 1935 “Il poema di padre Luca”, nel 1936 “Voci del feudo”, nel 1938 “La racina di Sant’Antoniu”.

Alessio Di Giovanni

Un discorso a parte va al teatro di Di Giovanni: Nel 1908 scrisse “Lu scunciuru” che ebbe grande successo e fu rappresentato anche in America dalla compagnia di Giovanni Grasso e Mimì Aguglia. Nel 1910 scrisse “Gabrieli lu carusu” e nel 1915 “Gli ultimi siciliani”.

Occorre dire subito che Di Giovanni ha fatto la scelta del dialetto per la sua letteratura perché ha ritenuto che attraverso il dialetto potesse meglio esprimere i sentimenti e le pulsioni del popolo e per questo si collegò al movimento dei felibristi, che si costituì in Provenza con il poeta Mistral, i quali cercarono di rivalutare i dialetti e tutto quanto rappresentava la cultura locale. Il movimento dei felibristi fu creato il 21 maggio 1854 nel castello di Font-Sègugne presso Valchiusa da Teodoro Aubanel, Giovanni Brunet, Anselmo Mathieu, Federico Mistral, Giuseppe Roumanille, Alfonso Tavan e Paolo Giéra.La parola “felibre” significava dottore o maestro.

Alessio Di Giovanni

Essi cercarono di rendere pura la lingua, alta l’ispirazione, di risvegliare il sentimento religioso e patrio e l’amore al natio linguaggio: “il linguaggio natio è il contrassegno della famiglia, è il sacramento che unisce i nipoti agli avi, l’uomo alla terra, è il filo che trattiene il nido sul ramo”. Ed ecco che egli scrive “nella gagliarda e ardente, armoniosa e soave, ed incisiva lingua di Sicilia”, come afferma il 30 novembre del 1938 nella premessa al libro “La racina di Sant’Antoniu” e nella stessa premessa scrive ancora: “Comprenderanno senz’altro perché ho scritto anche questo romanzo in siciliano: non perché non ami e non conosca e non apprezzi la nostra gloriosa e duttile e perfetta lingua nazionale ( che, da quarant’anni a questa parte, studio con sempre vivo, appassionato amore), ma per istintivo, irresistibile bisogno di rendere l’intima anima della mia terra, con quella semplicità spontanea e con quella sicura immediatezza che si possono ottenere interamente adoperando il vermiglio linguaggio dell’isola, perché soltanto col suo corrusco fiammeggiare e con la sua armonia accorata, si può dare un’impronta schiettamente paesana alla narrazione…” E Di Giovanni cita il Carducci il quale scrisse: “io credo con Dante e con i vari filologi e con i retorici veri che nel fondo dei dialetti, chi sappia cercarlo, trova l’accento e il colorito della gran lingua italiana popolare e classica”.

Alessio Di Giovanni

“Ebbene, aggiunge il nostro poeta, in nessun dialetto d’Italia si trova codesto “accento” e codesto “colorito”, come nel siciliano, il più romano dei parlari italici (romano quanto, per esempio, il rumeno o il provenzale), il più vicino alla lingua parlata di toscana, e quello che, a volte, più di essa mantiene la pronunzia originaria del latino popolare, dal quale proviene”.

“Il dialetto usato dal Di Giovanni, scrive Pietro Mazzamuto, è quello della koiné letteraria regionale, alla quale egli aveva aderito dopo le prime sperimentazioni di tipo locale (il puro agrigentino, in Lu fattu di Bissana, e il puro netino in Fatuzzi razziusi). E’ un dialetto non metafonetico affidato a una struttura nella quale si ritrovano e s’intrecciano strati diversi e ben correlati tra loro( un lessico dotto, piuttosto italianizzante; un lessico tecnico, di tipo specialmente agrario, meteorologico, gastronomico e ornitologico, un lessico alterato e onomatopeico, di tono popolaresco”.

E’ attraverso questo dialetto, frutto di studi profondi della lingua italiana e di quella siciliana, che il Di Giovanni diventa poeta universale di altissimo spessore riuscendo a dare voce e corpo agli ultimi quali i contadini del feudo e gli zolfatari. I suoi versi resteranno indelebili nella storia della letteratura italiana e ci danno l’immagine di una realtà terribile quale quella del feudo e della miniera:

Alessio Di Giovanni

Sudanu li viddana ni la fara

Guardanu li patruna taciturni.
Carnala e no surfara t’hè chiamari

Carnala no di morti ma di vivi.
E vennu a matina: li viditi?

Parinu di la morti accompagnati,

vistuti di scuru, li cunfunniti

mmenzu lu scuru di li vaddunati.
Scinninu a la pirrera e ognunu ‘mmanu

Porta la so’ lumera pi la via

Ca non pi iddi, pi l’ervi di lu chianu

luci lu suli biunnu a la campia.
Sempri di ddassutta veni un cantu

Ca pari di ddu scuru lu lamentu.
E ni la notti funna scunsulatu

Lu carcarini…Supra la muntagna

S’allarga scuru lu celu stiddatu.
Scinninu muti, e quannu ammanu

Scumpariscinu ‘na nfunnu a la scuria,

e si sentinu persi, chianu chianu

preganu a San Giuseppi ed a Maria

Ma doppu, accumincianu a travagghiari

Gridannu, gastimannu a la canina

Ca lu stessu Signuri l’abbannuna.

Oh putissiru, allura abbannunari

Dda vita ‘nfami, dda vita assassina

Comu l’armali ‘nfunnu a li vadduna.

E sopra i calcheroni fiorisce solo una ginestra dal colore giallo sgargiante con un profumo violento che contrasta col paesaggio desolato della miniera.

Come si vede da questi versi, tratti soprattutto dai sonetti e dalle varie composizioni poetiche, il Di Giovanni raggiunge vette inusitate e la sua poesia diventa universale e forse tutti saranno capaci di comprenderle anche se scritti in lingua siciliana.

E’ un peccato se qualcuno non le potesse gustare per via del dialetto ma certamente ci rendiamo conto che il Di Giovanni non poteva scriverle in italiano perché non avrebbe raggiunto questa grande intensità poetica. Questo è il limite e il dramma del dialetto.

Nella poesia del nostro poeta viene fuori il crudo realismo verghiano. Filippo Salvatore Oliveri scrive

che “il dolore silenzioso dei minatori, diventa, nelle sue liriche, indignazione morale e rivendica un cambiamento, capace di livellare i sistemi vessatori della classe egemone, restituendo dignità ai lavoratori, attraverso un più concreto piano promozionale dei diritti universali…

…La sua poesia è essenzialmente sfida e riscatto e vuole dare un nuovo volto umanizzante alla imprenditorialità che non sia soltanto profitto a tutti i costi ma processo innovativo…

…I sonetti sono, per eccellenza l’esperienza poetica più matura del poeta valplatanese, perché convivono in modo tormentoso con la sua vita privata, geloso e possessivo del suo idioma creativo, lacerante testimonianza di un sentimento di scoramento, solitudine e di presagio. Nei sonetti dedicati alla zolfara regna una dottrina mistica che tesse le trame della vocazione letteraria del poeta ed è indicativa per la sua poesia intesa come salvezza delle classi povere e indifese…

…Una poesia, dunque, della riflessione, che prende le distanze dalla borghesia di cui fa parte, in cui passato e presente si integrano; i versi indagano su avvenimenti realmente accaduti, e pertanto, hanno poco della densità allusiva; al contrario, appaiono dolorosi e sostanzialmente discorsivi , spesso vicini, anche nella loro struttura metrica al Mercadante…

…I sonetti rappresentano la forma più alta di autocoscienza e uno dei momenti più significativi della poesia digiovannea matura…”

E tutto questo fa dire a Luigi Russo che Di Giovanni è stato “il più grande cantore degli umili d’Italia dopo il Manzoni”.

Ed a proposito di sonetti non si può tacere quanto detto da Pasolini a proposito de “I fatti di Bissana” che li ha definiti “uno fra i pochi piccoli capolavori del gusto realistico”.

Nei fatti di Bissana il nostro parla di una “Lupa” verghiana in chiave poetica.

E per concludere su Di Giovanni poeta dobbiamo dire che anche i suoi romanzi hanno una rilevanza poetica e quando li leggiamo, noi siciliani e in special modo gli anziani, ci sembra di leggere un testo poetico che rievoca un mondo arcaico, amaro, triste, disumano ma verso cui il poeta nutre una certa nostalgia di un tempo antico migliore, quello dei conventi che erano luoghi di amore, di beneficenza, di religiosità francescana. Invoca qualche volta i bei tempi dei conventi e impreca contro “Canibardi” che li chiuse e nutre grande paura nei confronti dei movimenti rivoluzionari che in quel tempo agitavano la Sicilia, nella speranza di un radicale cambiamento della vita delle classi subalterne. Nella sua famiglia vi erano diversi socialisti e lui chiamava il Partito Socialista lu partitu di “Lu crastu”, riferendosi ad un suo cugino socialista e quindi suo avversario. In questo influiva la posizione dei cattolici italiani e siciliani che avevano grande paura dell’avanzata socialista, dei sommovimenti rivoluzionari e aspiravano a un cambiamento probabilmente “francescano” come il nostro Di Giovanni che forse non sarebbe stato alieno di ritornare all’epoca dei conventi. Si lamenta Di Giovanni che per colpa di Garibaldi i monaci furono espulsi dai conventi e molti si diedero alla malavita infoltendo la nutrita schiera dei mafiosi. Ma nulla impediva ai monaci di restare attorno alla loro chiesa, se sono andati verso una strada diversa e perversa questo deve attribuirsi alla loro natura perversa.

E qui conviene osservare come la questione sociale dia adito a diverse contrastanti interpretazioni ed è facile per Vincenzo Consolo dire che la letteratura digiovannea è regressiva.

Consolo dice che Di Giovanni ci parla di cose viste, vissute: “della zolfara Di Giovanni ci dà un quadro estremamente realistico”…

“…Ma Di Giovanni che pure ha vissuto la nuova cultura portata dai Fasci, esprime ancora questa realtà in modo sentimentale, pietoso, regressivo, Anche a livello linguistico. La scelta del dialetto nei suoi maggiori lavori letterari, come aderenza alla realtà trattata (Di Giovanni rimprovera a Verga d’aver scritto i Malavoglia in italiano), rimane alla fine una scelta sentimentale, una chiusura, e nel sentimento e nel linguaggio, l’uno e l’altro stagnanti, portatori di storture, di vizi, di rassegnazione.

Diverso invece, continua Consolo, il Di Giovanni poeta delle zolfare, poiché la poesia, per sua natura, dovendo ubbidire ad altre leggi che non siano quelle del tempo, dello svolgimento, della struttura logica, della dimostrazione, più sinteticamente, suggestivamente, significativamente e sonoramente può dare il senso di una realtà. “…di questa galera che è la zolfara, il poeta che più intimamente e realmente ne abbia vissuto il travaglio, la tragedia, è senza dubbio Alessio Di Giovanni” scrive Leonardo Sciascia(La corda pazza) e paragona la “verità” della poesia del Di Giovanni alla menzogna, alla retorica di Mario Rapisardi, vate socialista e rivoluzionario, che aveva scritto un ‘canto dei minatori’, aveva dedicato ai contadini ammazzati di Caltavuturo e di Giardinello il suo poema drammatico Leone. Si vede così l’estremo rischio d’essere poeta, scrittore di eventi storici, sociali, politici contemporanei, rischio che consiste nel passare tra i due scogli dell’incomprensione e della retorica”.

Ma per capire bene la posizione del Di Giovanni in relazione alle problematiche del suo tempo bisogna avere presente la dotta e brillantissima prefazione del Professore Pietro Mazzamuto al libro “Lu Saracinu” pubblicato nel 1980 dalla casa editrice “Il Vespro”.

In quella lunga prefazione Mazzamuto ci fa conoscere la formazione cattolico-francescana del nostro scrittore che lo porta ad una posizione anti socialista e a concezioni buoniste, “conventuali”, pietiste.

La sua ideologia, scrive Mazzamuto, “appare tutta fondata su un cattolicesimo patriarcale e rurale, proprio delle agiate classi agrarie, alleate dei ceti ecclesiastici, pronte ad alimentarne, a scopo assistenziale, le strutture specialmente conventuali, sensibili dunque, soprattutto se sollecitate da cultura umanistica, in favore di certe sofferenze socio-economiche e perciò disponibili verso un filantropismo e un riformismo espressi in forme generiche e moderate e perciò restie a veri e propri rivolgimenti dell’ordine sociale”.

Queste concezioni lo portano ad una posizione antisocialista come riflesso della sua incancellabile forma mentis padronale.

Immagina una città francescana: Nun circati ricchizzi…O ricchi, o ricchi dati a cu patisci, amuri e caritati!…Cu si cuntenta di picca è filici…e la “signura” pi li curritura di li spitali gli affritti cunsola. Questa è la concezione pauperista e quindi reazionaria e quindi regressiva del Di Giovanni che noi non condividiamo e che nulla toglie alla grandezza del “poeta”.

Anche lui a suo modo si poteva definire un socialista protestatario di padrone decaduto ma con un esito religioso-francescano-filantropico, rifiutando il socialismo politico di cui forse non aveva contezza, come sostiene il Mazzamuto.

Quindi niente volontà di ribellione, ma rassegnazione, staticità come statico è il paesaggio dello scirocco.

Non a caso loda “l’opera insonne e sapiente di Benito Mussolini” che, con i patti lateranensi porta la pacificazione tra lo Stato e la Chiesa, riconoscendo ad essa il ruolo primario antico che aveva sempre avuto dalla donazione di Costantino.

Da queste brevi considerazioni si capisce subito che Di Giovanni non è stato un rivoluzionario, un progressista, ma un conservatore antiliberale, antisocialista, un nostalgico di tempi andati che certamente non potevano dare dignità ai suoi contadini e ai suoi zolfatari sulle disgrazie dei quali ha versato tante lacrime.

Del resto bisogna considerare che il Di Giovanni apparteneva all’ordine dei terziari francescani e questo spiega chiaramente le sue posizioni.

A questo punto dobbiamo dire che non comprendiamo la polemica portata avanti da Salvatore Di Marco contro quello che scrive “il testardo”, come lo chiama Di Marco, Vincenzo Consolo.

Questa polemica, a nostro avviso, è ingiustificata e ci sembra che sia soprattutto pretestuosa per far dire a Consolo cose che non pensava.

Nessuno pensa di dare a Di Giovanni la tessera dei socialista o la patente di Marxista, o quella di rivoltoso. Bisogna prendere atto che Di Giovanni era un terziario francescano, un cattolico militante, uno che non poteva amare i liberali ottocenteschi anticlericali che avevano scardinato il potere temporale dei Papi, né i socialisti mangiapreti, di ispirazione anarchica.

Ma poi è strano quello che dice il Di Marco che afferma: “Certamente Alessio Di Giovanni non poteva comprendere nel 1894- e non lo capirono allora in tantissimi – che la repressione e la soppressione dei Fasci andava al di là delle circostanze, trattandosi non dell’intero mosaico, ma di un tassello, certo il più eclatante e il più violento e perciò quello emblematico d’una più ampia e sistematica politica della destra di Crispi votata alla “repressione dei bisogni sociali”. Nel 1894 Di Giovani aveva già 22 anni e Cianciana era una paese prettamente minerario e quindi centro dello scontro sociale portato avanti dai fasci.

E poi cosa vuol dire che Consolo, quando parla di rassegnazione della letteratura di Di Giovanni, ribadisce un concetto espresso dal Mazzamuto? Tanto meglio, diciamo noi, perché si trova una concordanza di idee di due grandi personaggi della letteratura italiana. Né si può accettare il fatto che il Di Marco parli di salotti esclusivi della letteratura che tenderebbero ad emarginare alcuni autori. Questo non si addice al caso nostro perché il Di Giovanni è considerato, da tutti i letterati italiani di valore, un grande poeta e scrittore anche se ha fatto la scelta del dialetto che Consolo definisce “una scelta sentimentale, una chiusura e, nel sentimento e nel linguaggio, l’uno e l’altro stagnanti, portatori di storture, di vizi, di rassegnazione”.

Noi ripetiamo che Di Giovanni ha fatto bene a scrivere in Siciliano e che la sua poesia scritta in altra lingua, non avrebbe avuto quella grande incisività che tutti gli riconoscono.

Ma il dialetto di per sé rimane un fatto regionale, un fatto estraniante e Sanguineti, a cui abbiamo rimproverato un linguaggio di difficile comprensione, ci ha detto che semmai era il dialetto che rendeva la letteratura incomprensibile. E nessuno può negare il fatto che il felibrismo, a cui aderì il poeta di Cianciana, tendeva a regionalizzare la cultura che, invece, aveva bisogno di un respiro più ampio e diremmo noi universale.

Di Marco, dice Salvatore Ferlita,” si lascia prendere un po’ troppo la mano dalla voglia di polemizzare con Vincenzo Consolo”…” e sulla spinta della solita verve polemica indossa le vesti dell’avvocato difensore. Si ha quasi l’impressione infatti…di assistere a un vero e proprio processo: l’imputato Vincenzo Consolo, manco a dirlo, viene condannato colpevole”.

A questo punto noi tralasciamo la polemica di Di Marco per affermare che il poeta Alessio Di Giovanni è stato il più grande cantore della epopea dei contadini e degli zolfatari e come tale il suo nome resterà immortalato nella pagine più belle di una letteratura di denunzia, di protesta, di amore, in cui uomini e paesaggio si fondono per diventare un tutt’uno di sofferenza, di arsura, di scirocco, di dolore.

Attraverso Alessio Di Giovanni il dolore e le sofferenze dei contadini e dei minatori sono diventati il coro di una grande tragedia umana di fine ottocento.

Agrigento,lì 31.5.2010

www.gaspareagnello.it

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One Response to Il Poeta Alessio Di Giovanni Fu Il Più Grande Cantore In Lingua Siciliana Della Zolfara Del Feudo …

  1. Senzio Mazza on May 31, 2011 at 7:42 am

    Concordo con Di Marco. Ma ciò che merita particolare attenzione è la filosofia del Di Giovanni: scrivere in dialetto per comunicare meglio attraverso la “parola” sentimenti e riferimenti culturali siciliani. Putroppo oggi, nonostante l’impegno poetico di molti, il dialetto è quasi agonizzante e spesso disprezzato.

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