“Se la verità provoca uno scandalo,
è meglio accettare lo scandalo piuttosto
che abbandonare la verità” Gregorio Magno
Benedetta Tobagi, giovane figlia del giornalista Walter Tobagi, ucciso dai terroristi il 28.5.1980 a Milano, con il suo libro “Come mi batte forte il tuo cuore” “Storia di mio padre” ha voluto scrivere, con amore, passione e acume storico, la vita del suo povero padre, ucciso dai terroristi, ma alla fine ha scritto un libro sulla storia del nostro paese, relativo ai cosiddetti anni di piombo.
La prima cosa che salta agli occhi da una attenta lettura dell’opera, è che la Tobagi non ha voluto fare una agiografia del padre: “Sono allergica alla retorica vuota del martire e dell’eroe, che troppo spesso si applica alle vittime del terrorismo, ma non solo. E’ tanto più facile creare un simbolo e isolarlo sul piedistallo”.
Di seguito il video della puntata, dello speciale “Un libro per amico” che va in onda su Tele Video Agrigento, dedicata a Bendetta Tobagi con una mia intervista. Durata 38′


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“L’agiografia delle vittime si nutre di falsi miti, come quello dell’eroismo. Si rimuovono sentimenti umanissimi quali la paura, come fossero ‘macchie’”.
Né si fa prendere la mano dal sentimentalismo vacuo o retorico che può impadronirsi della penna di una figlia che rievoca le vicende del padre assassinato.
Benedetta porta avanti una analisi obiettiva, storica, documentata con certosina pazienza, dei fatti raccontati.

Infatti la Tobagi scruta tra le carte del padre, legge gli articoli dei giornali che riguardano la vita e l’attività del giornalista che si interessa soprattutto di terrorismo, si fa accompagnare negli archivi del tribunale per esaminare con certosina pazienza gli atti del processo contro gli assassini del padre. Cerca di comprendere il senso di una vita e la verità su una morte che trova spiegazioni, non solo nel terrorismo portato avanti da alcuni giovani dati alla perdizione, ma in altri fattori forse più inquietanti della vita del nostro martoriato paese, quali la P2 con le sue trame oscure che hanno infettato la vita politica e non solo del nostro paese.
In questa analisi obiettiva la giovane Tobagi qualche volta si arrabbia con il padre e gli contesta qualche suo comportamento non proprio ortodosso.
Quindi il libro è soprattutto onesto e serve al lettore per capire cosa è successo in Italia negli anni ’70 e seguenti del secolo scorso.
La Tobagi ripercorre la vita del padre, figlio di gente umile che vive in un piccolissimo centro come San Brizio, vicino a Spoleto, il suo trasferimento a Milano dove il padre, invalido di guerra, trova un posto nelle ferrovie, gli studi al famoso Liceo Parini, gli anni del giornale di Istituto “La zanzara” e quindi le esperienze giornalistiche, l’insegnamento all’Università, i viaggi, il matrimonio con Maristella, il viaggio di nozze su L’Etna, il terribile vulcano siciliano, che forse sarà metafora della sua breve esistenza, la nascita dei due figli, la vita sindacale, le sue idee socialiste ammantate di cristianesimo che lo portano a una certa vicinanza con Craxi, che non sarà mai una dipendenza o una affiliazione acritica.
Benedetta per farci conoscere il padre riporta nel suo libro alcune testimonianze importanti. Cita Giorgio Galli che dice di Tobagi: “era il giornalista che meglio aveva capito il partito armato…socialista, attivo nell’organizzazione professionale, anche in polemica con quella che riteneva l’egemonia comunista nel più importante quotidiano italiano, peraltro influenzato dalla loggia P2 di Licio Gelli”.

E Indro Montanerlli: “ era di idee (forse anche di tessera, non so) socialiste, ma moderate, in tono con il suo carattere fermo ma mite, con la sua solida cultura, con la sua etica di galantuomo. Si era occupato, come tutti, di terrorismo, ma facendolo da cronista coscienzioso e misurato qual era, di stile efficacissimo per le sue fresche coloriture, ma sobrio, asciutto, allergico a ogni sensazionalismo. L’unico motivo che può aver richiamato su di lui le pistole del killers è la carica che ricopriva, di presidente dei giornalisti lombardi”.
Questo ci sembra poco per giustificare un delitto così importante e mirato.
“Il povero Tobagi, dice l’ex Ministro degli interni Virginio Rognoni, fu una delle coscienze più coerenti e limpide di quella terribile stagione…”.
Ma quello che preme soprattutto a Benedetta Tobagi è di far capire che Walter, come lei lo chiama, non guarda ai terroristi con i paraocchi di coloro che vorrebbero combatterli solo con le azioni di polizia, ma cerca di capirne le ragioni. Walter riporta molto spesso la frase del vecchio partigiano, Presidente della Repubblica, Sandro Pertini che affermava che “Il terrorismo si combatte rendendo la società più giusta”.
Il vecchio Presidente quando in Spagna sa dell’uccisione di Tobagi scoppia a piangere. Povero Pertini quanti morti ammazzati ha accompagnato al cimitero!
Walter cercò di capire ma non di giustificare gli assassini e capì anche che in quel periodo i terroristi colsero consensi nella società e non a caso venne fuori la frase “né con (questo) Stato né con le Brigate Rosse”.
Un giovane milanese dell’autonomia spiega a Walter che “la violenza è immediatamente politica, mette in discussione i rapporti di potere, esprime ribellione”.
E un terrorista di Prima Linea scrive dal carcere: “ Spiegare cosa siano stati per noi, un tempo ventenni, gli anni attorno al ’77 è quasi impossibile: l’innamoramento di una grande parte di una generazione per l’assoluto. E in questo assoluto c’era tutto: ‘la rivoluzione’, ‘il comunismo’, la ‘giustizia’, ‘l’uguaglianza’, ‘la libertà’, il fascino della trasgressione. E tutto distorto dalla luce dell’ideologia”.
E l’avvocato Gentili, cattolico, nella sua arringa difensiva a favore dell’assassino di Tobagi Marco Barbone rivendica per il suo assistito l’attenuante “di avere agito per motivi di particolare valore umano, sociale e morale…i terroristi non hanno agito mai per tornaconto personale, ma solo per utopia, cultura e ideologia, con disinteresse e a rischio della loro vita. Erano idee talmente generose che hanno conquistato larga solidarietà, sia pure in modo ambiguo e irresponsabile”.
Però i terroristi non si pongono mai dalla parte delle vittime e delle famiglie delle vittime e avrebbero dovuto capire che in Italia non c’erano le condizioni di un sovvertimento politico attraverso la lotta armata che, in ogni caso, doveva essere perdente. E se questo non lo hanno capito avrebbero dovuto pagare tutto il conto, cosa che non è avvenuto perché molti di loro si sono rifatti una vita, che le vittime e i familiari delle vittime non si possono rifare. Ma questo è un altro conto.
Tobagi, scrive la figlia, porta avanti una “polemica costante contro chi legittima la violenza come strumento di lotta politica”. Scrivendo queste cose sapeva di rischiare la vita e a chi gli diceva che era un ‘coraggioso’. Lui rispondeva “Sì, coraggioso. Ma queste cose le sento, ne sono convinto e quindi le scrivo”.
E quindi a trentatre anni, come Gesù Cristo, lo hanno ammazzato, perché capiva, sapeva scandagliare, toccava i nervi scoperti.
“L’hanno ammazzato, disse Sciascia, perché aveva metodo”.
Lui lo sapeva, ma si affidava alla fede e alla ‘provvidenza’ a cui non crede Benedetta. Non crede che suo padre sia in cielo: “cosa me ne faccio di un padre che sta in cielo”, non crede al concetto di mercimonio con Dio che ti manda un grosso dolore per poi darti una ricompensa.
Tobagi forse pensava, in cuor suo, che i terroristi non lo avrebbero ucciso perché avrebbero tenuto in considerazione la sua onestà intellettuale, la sua posizione di uomo della sinistra, le sue analisi corrette della società borghese e capitalista, ma forse non aveva contezza di quello che rappresentava la P2 di Licio Gelli, di Tassan Din, di Calvi, dello Ior, la potente Banca Vaticana, che fu al centro di torbide manovre finanziarie, delle posizioni estremiste di alcune frange comuniste e sindacali che odiavano i riformisti di sinistra e li consideravano traditori.
E tutti questi elementi, che la Benedetta esamina con attenzione, portano Walter a morte sicura.
Ci sono gli autori materiali che vengono processati e che, scandalosamente, sono usciti quasi subito dalla patrie galere, ma ci sono gli autori morali che non possono essere processati.
Benedetta Tobagi si fa una idea molto chiara degli elementi che hanno portato il padre a morire su un marciapiede barbaramente assassinato e, pur non essendo donna di fede religiosa, non impreca contro il fatto che gli uccisori del padre sono liberi e si sono ricostruita una vita, però in lei si legge un grande dolore, un dramma che non finirà mai, il senso di una grande INGIUSTIZIA.
La Benedetta Tobagi con questo libro diventa scrittrice perché la storia raccontata diventa un romanzo e quindi noi non lo ascriviamo alla memorialistica ma al filone narrativo italiano e forse per questo la commissione del Premio Letterario Racalmare L. Sciascia Città di Grotte lo ha segnalato tra i tre libri finalisti della XXII edizione del premio.
Noi ci siamo innamorati di questo libro e anche della sua autrice e invitiamo tutti a leggerlo per ricordarsi di un uomo normale che visse in tempi anormali e per comprendere il senso della vita e il senso della vita di un “popularis”.
In ogni caso la lettera che Benedetta Tobagi scrive al padre morto è la rosa più bella che una figlia abbia offerto al padre.
Agrigento,lì 26.8.2010
www.gaspareagnello.it
gaspareagnello@virgilio.it




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