Gentili telespettatori buonasera, oggi presentiamo a voi il libro di Marco Revelli “Poveri, Noi” edito dalla casa editrice Einaudi. Marco Revelli dal 2007 al 2010 è stato chiamato a presiedere la Commissione di indagine sull’esclusione sociale (Cies) ovvero la commissione delle nuove povertà, come comunemente viene chiamata.
Forte di questa esperienza e di una messe di dati provenienti dall’ISTAT, da Eurostat,, dall’OCSE, da Bankitalia, ha potuto radiografare lo stato della nostra società per quella che realmente è e non per quella che la si vuole far apparire da certa cultura televisiva di veline, di escort, di festival e da parte governativa che, in questi ultimi anni, con una ritratto rassicurante, ha alimentato un illusionismo ‘allucinatorio’ del grande narratore che guida il governo, avvallato da gran parte del sistema mediatico.
In effetti ci troviamo dinanzi a una vastissima fascia sociale di poveri assoluti che vivono ai margini della vita sociale e del mercato del lavoro e che alimentano il mondo della malavita, della prostituzione, che affollano le carceri, le periferie degradate.
Ma ora per via di una continua ‘deprivazione’, del ritiro dello Stato da tante attività, delle riconversioni industriali, delle chiusure di grandi aziende e anche del trasferimento di ricchezza dal lavoratore al profitto, ci troviamo dinanzi a “poveri assoluti” che sono lavoratori. Non era mai capitato che un individuo che lavora venisse considerato ‘povero assoluto’. Ci sono poi lavoratori che sono sotto la soglia o vicini alla soglia della povertà e moltissimi altri, che oggi appartengono al ceto medio impiegatizio o produttivo, che temono di entrare nel gorgo asfissiante della povertà.
Tutto questo porta al diffondersi dell’invidia come sentimento collettivo. Si prova fastidio per gli eterni “inferiori”, si va verso il “tribalismo” territoriale, nella speranza che una politica localistica o “leghista” possa cambiare le condizioni di vita di una regione o di una classe sociale.
Il paese declina e si fa credere che si cresce declinando e la regressione la si scambia per modernizzazione.
E questo mentre i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi; basti pensare che il 10% della popolazione possiede più del 50% della ricchezza nazionale. E la questione dell’uguaglianza sociale viene eliminata dall’agenda politica come se fosse un categoria ottocentesca da archiviare, come viene archiviata la questione meridionale.

Marco Revelli
Ma andiamo per ordine e seguiamo l’esposizione di Marco Revelli che nei primi capitoli parla del “risentimento” che mette poveri contro poveri per cui a Ponticelli nel napoletano e a Opera nel’hinterland milanese si bruciano le baracche dei Rom, che non sono più nomadi, e li si lascia nella disperazione. Vengono cacciati via dalle loro zone dove i figli vanno a scuola e dove i genitori fanno qualche lavoro magari di fortuna. Li si costringe a rifugiarsi in mezzo ai boschi dove poi si dà il caso che quattro bambini muoiano bruciati dal fuoco di una baracca. Nel veneto ad Adro il Sindaco promette 500 euro a ogni vigile urbano che denunzia un clandestino e si nega la mensa ai ragazzi extracomunitari che non hanno pagato la retta; a Gerenzano l’ Amministrazione comunale invita i cittadini a non affittare e a non vendere case agli stranieri e tutto questo con l’avvallo di leghisti come Mario Borghezio, Matteo Salvini, Davide Boni. Don Renato Rebuzzini, parroco di Opera, già cappellano del carcere, reagisce a questo stato di cose vietando lo scambio del segno di pace durante la messa che diventerebbe un fatto di ipocrisia in una società governata dal “Risentimento”. E per questo la sua chiesa resta deserta.
A Ponticelli un famiglia su quattro vive sotto la soglia di ‘povertà relativa’ e una persona su dieci è in condizione di ‘povertà assoluta’.
A Opera e in tutta la fascia che si snoda sulla direttrice della serenissima ci sono gli spaesati, gli stressati delle ristrutturazioni, gli ex stampatori del distretto della seta di Como, i licenziati della grafica computerizzata, gli ex conciatori della valle Olona, gli ex operi delle scarpe del varesotto, quelli della ex autobianchi, gli ex quadri dell’industria siderurgica del milanese, i piccoli commercianti affamati dai centri commerciali, un ceto impiegatizio assottigliato dalla ritirata dello Stato e dalla esternalizzazione dei servizi.
Il paese cambia, le nuove tecnologie creano nuovi poveri senza che lo Stato abbia una progettualità per la redistribuzione del reddito.
Ed ecco la paura di intere classi sociali di entrare nel tunnell dell’impoverimento
L’Italia si trova su un piano inclinato: il tasso di benessere dal 1998 ad oggi ha perso ben 18 punti.

Nello stesso periodo gli italiani che si percepivano poveri facevano registrare una impennata del 25%. Nel 2006 gli italiani che si percepivano poveri erano ben il 75%. E’ da dire che la percezione di povertà è un fatto soggettivo e dipende da uno stato d’animo, una sensazione personale di disagio.
“….Eravamo e restiamo un Paese sostanzialmente ‘povero’. O meglio, un paese strutturalmente fragile, fortemente esposto al rischio diffuso di deprivazione, con sacche di povertà superiori alla maggior parte dei nostri partner europei. Gli italiani in condizione di ‘povertà relativa’ ( che dichiarano cioè una spesa media mensile del 50% inferiore a quella media nazionale) erano, nel 2009, secondo l’ultima rilevazione disponibile, quasi 8 milioni ( per la precisione 7.810.000 persone, per un totale di 2.657.000 famiglie).
Quelli censiti come poveri in senso ‘assoluto’ ( che non sono cioè in grado di soddisfare bisogni ritenuti essenziali per condurre una vita dignitosa) superavano i 3 milioni (3.074.000individui, 1.162.000 famiglie)”….
“…..Sta particolarmente male il sud dove si concentra il 70 % delle famiglie povere italiane, nonostante vi risieda appena un terzo della popolazione. E dove l’incidenza della ‘povertà relativa’ è più che quadrupla rispetto al Nord (23,8 % contro il 4,9% con punte che si avvicinano a un rapporto di 1 a 7 nel confronto tra le regioni più fortunate del Nord e quelle più svantaggiate del Sud).”…
“…Siamo declinati credendo di crescere. Siamo discesi illudendoci di salire: Questa è in buona misura, la verità che le statistiche, dei poveri ci sbattono in faccia. Mentre la grande narrazione mediatico- politica ci collocava nelle sfere alte della graduatoria europea…”
E quindi, come abbiamo detto, tra i poveri assoluti, ci sono operai che hanno un solo stipendio, devono pagare l’affitto, devono mantenere i figli a scuola e non ce la fanno a vivere.
Da una statistica del 2008 le famiglie in povertà assoluta sono 591.000, mentre le famiglie di lavoratori considerati poveri assoluti sono 400.000 di cui la maggior parte risiede nel sud, ma ce ne sono nel nord dove molte fabbriche hanno chiuso.
I maggiori danni in termini di deprivazione li hanno subiti i lavoratori e gli impiegati di stabilimenti come la FIAT, l’Alfa, la Falk,, La Magneti Marelli, Bagnoli e ora Termini Imerese e così via.
Nell’ultimo quarto di secolo nei paesi europei e quindi anche in Italia l’8% del PIL si è trasferito dai salari ai profitti, senza che questo surplus di reddito venisse investito per creare nuovi posti di lavoro. Se questo non fosse avvenuto oggi il dipendente porterebbe a casa più di 5000 euro in più all’anno con un vantaggio per i consumi che sono calati perché è calato il reddito dei lavoratori e del ceto medio.
Negli ultimi due decenni i salari hanno avuto un incremento del 4,8% mentre i profitti sono cresciuti del 15,5 % e addirittura del 63,5% nelle grandi industrie e tali profitti sono stati investiti nella finanza allegra mondiale che molto spesso ha creato disastri. Per venire incontro alle famiglie dei lavoratori licenziati, dei cassintegrati, dei disoccupati nel 2009 la Caritas ambrosiana creava il fondo famiglia e lavoro.
Nel 2004 i Vescovi lombardi, per combattere l’usura diffusa, hanno creato la Fondazione San Bernerdino, attraverso cui fare piccoli prestiti per esigenze improcrastinabili.
Quelli che hanno pagato il maggior peso di questo stato di cose sono stati e sono i giovani che non riescono ad entrare nel mondo del lavoro o che se vi entrano restano eterni precari senza nessuna possibilità di crearsi una famiglia.
Un’altra categoria vittima di questa nuova rivoluzione economica è stato il ceto medio impiegatizio su cui bisognerebbe fare un discorso molto lungo perché il dramma di queste famiglie e soprattutto dei loro figli è senza sbocchi, che trova anzi sbocchi solo nella droga e nell’alcol.
A fronte di tutto ciò i partiti hanno tolto dalla loro agenda l’idea dell’egualitarismo che viene considerato un concetto sorpassato, si mettono in crisi le teorie socialdemocratiche e quelle Keynesiane che sono state alla base del benessere per tanti paesi europei moderni; la gente ritira la fiducia ai partiti della sinistra e si rifugia nel localismo e quindi nel leghismo, la sinistra mira alla conquista del potere e non alla difesa dei diritti delle classi che deve tutelare e quindi si ritorna allo schiavismo.
“Perché in un paese nel quale una parte consistente della popolazione cessi di considerare diritto pubblicamente garantito la propria aspirazione a una vita degna, finisce inevitabilmente per trasformare il gioco sociale e politico in uno scambio diseguale, tra chi è costretto a chiedere “protezione” e chi, in cambio, pretenderà “fedeltà”: tra chi in “basso”, sa di dover dipendere dalla disponibilità altrui e chi, “in alto”, sa di poter contare sulla dedizione altrui. Né l’una – la discrezionalità dei potenti – né l’altra – la dedizione dei servi – appartengono allo statuto di ciò che finora è stato inteso come democrazia”.
Abbiamo voluto presentare questo libro di Marco Revelli “Poveri,noi” per fare capire ai nostri telespettatori la dimensione del dramma che stiamo vivendo in Italia e in molti paesi europei; quali sono i grandi mutamenti sociali che si stanno verificando, come i lavoratori e il ceto medio siano dei perdenti e come di contro un sempre ristretto numero di persone accumula la maggior parte della ricchezza del paese.
Dopo la caduta del muro di Berlino, il padronato si è liberato della paura del comunismo, i Partiti della sinistra sono entrati in crisi e si è affermato un liberismo sfrenato che tende a impoverire sempre più i ceti più bassi e meno difesi.
Noi non facciamo politica e non siamo in grado di dare soluzioni per affermare una maggiore giustizia sociale e una migliore distribuzione del reddito, ma segnaliamo quanto avviene ai cittadini perché trovino la forza di indignarsi.
Agrigento, lì 18.2.2011 gaspare agnello




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