(articolo letto 6.341 volte)

Aggiornamento 22Lug: Simonetta Agnello Hornby presenta “Un Filo d’Olio” ad Agrigento, Giovedì 11 Agosto 2011 ORE 20 presso l’Aquaselz Cafè di San Leone. Evento su Facebook

Simonetta Agnello, scrittrice feconda, arriva ancora una volta in libreria con un suo nuovo divertimento “Un filo d’olio” che non esce con Feltrinelli ma con la casa editrice palermitana Sellerio.  Certamente ci saranno state ragioni valide perché Simonetta scegliesse, per questo suo lavoro, una nuova casa editrice. Sicuramente non è un abbandono se è vero, come è vero, che il nuovo romanzo della Agnello uscirà con la Feltrinelli.

Abbiamo detto che il libro è un divertimento di Simonetta e noi siamo convinti che la scrittrice si sia divertita a scriverlo, ma dobbiamo subito dire che noi ci siamo divertiti a leggerlo per vari motivi.

Prima di tutto ci colpisce la “scorrevolezza” della scrittura che fa della Agnello una scrittrice con un approccio immediato con il grande pubblico che ormai aspetta le sue pubblicazioni per avere una lettura utile e scorrevole, senza attorcigliamenti; e poi la naturalezza del linguaggio, che è quello parlato dal popolo con  abbondanza di termini dell’idioma della scrittrice che, quando pensa in siciliano, non vuole fare lo sforzo di trasformare la parola siciliana in quella italiana, anche perché la narrazione perderebbe la sua fraganza di pane appena sfornato.

In sicilia la salvietta si chiama “mappina” e così la chiama  Simonetta,  per le donne truccate, forse malamente, diciamo che sono “conzate” e quando un cibo si accoppia bene con un altro o con  un  tipo particolare di vino diciamo “ si marita”.

Poi troviamo nel libro il “cato d’acqua”, “la burnia”, “la rispustiera”, lu “sbummicari”, “lu murmuriari”.

Ma questa parlata ci porta a fare considerazioni sociologiche che già avevamo fatto in occasione di altre presentazioni di libri della scrittrice siculo-inglese.

Simonetta in questo libro ci raconta, “senza nostalgia”, delle sue lunghe estati nella fattoria paterna di “Mosè” ad Agrigento dove la famiglia del Barone Agnello si trasferiva, con tutta la servitù da giugno a ottobre con un rituale tutto particolare, viaggi con la Jeep per trasportare le masserizie e il viaggio con una Lancia 1700 che era una delle poche macchine esistenti in Agrigento.

E poi la vita di campagna con la mamma Elena, La Baronessa Giudice e la sorella Chiara che, in questo libro, diventa coautrice per le ricette che ci ammannisce e che vanno studiate per il valore “sociale” che assumono perché, queste ricette sono sintomo di una cultura contadina e di un’epoca e di una classe che volge al tramonto.

Il racconto della permanenza di una famiglia della nobiltà siiciliana in una tenuta agricola potrebbe non avere rilevanza alcuna e il lettore potrebbe essere annoiato e dire ma a noi cosa ci interessa dei rapporti della famiglia Agnello con la vasta parentela che frequentava la loro residenza  estiva e dei loro rapporti con la  servitù?

Invece è da dire che da questo racconto e dalle ricette dell’Architetto Chiara noi abbiamo tratto spunti importantissimi per comprendere un’epoca,  per capire il processo di FORMAZIONE dei giovani, i costumi e le abitudini di una famiglia che si accingeva a lasciare lungo la strada il “baronato”, per comprendere come in Sicilia stesse morendo, con due secoli di ritardo, il feudalesimo e come stesse per  emergere una nuova classe sociale (ferse di Sedàra), e  come il boom economico entrasse nella socità per sconvolgere vecchi rapporti e vecchie abitudini.

Certo viene facile fare qualche raffronto con Tomasi di Lampedusa e il suo “Gattopardo”, ma queste considerazioni  le lasciamo fare autonomamente al lettore anche perché sappiamo che la Agnello non ama avere attribuite paternità che ci possono essere ma che sono casuali.
Le case nobiliari in Sicilia cadono sotto le bombe costruite a Pittysburg e anche gli Dei, che sembrano eterni, vengono abbattuti dal vento impetuoso dello zio Sam.

Ma andiamo per ordine e incominciamo dal linguaggio del libro e di tutti i libri della Agnello che è il linguaggio del popolo. Questo ci induce a delle considerazioni di ordine sociologico o politico.

Siamo negli anni cinquanta del 1900 e le sorelle Agnello, ancora piccole, frequentavano la nobiltà palermitana e la buona società girgentana, oltre al personale di servizio e ai contadini.

Ma, a nostro avviso, la scrittrice è stata affascinata dalla cultura popolare e ad essa si abbeverò assorbendone il linguaggio, lu cultura (del lavoro) che al suo genitore era inibato, la cucina che, ha sì tratti di una famiglia di antica nobiltà, ma che fondamentalmente è la cucina delle mezzadre.

E qui ritrovo la mia infanzia di figlio di una mamma “burgisa” che cucinava e ci dava da mangiare con i prodotti della propria terra: le melanzane, i peperoni, il mellone giallo, le pere d’inverno, le verdure,le minestre e le lunghe estate di salsa con il pomodore fresco.

Io, che negli anni cinquanta, ho abbracciato l’idea socialista, forse anche spinto da odio di classe che mi portava a odiare o invidiare le claassi superiori,  scopro, con il libro di Simonetta Agnello, che il Barone mangiava la stessa mia minestra fatta con la “minuzzaglia” che era composta da diversi tipi di pasta che le nostre mamme mettevano in una “mappina”  per triturarla, che mangiavano le stesse frittate di zucchine.

Scopro che Simonetta e Chiara facevano il bagno nella stessa acqua e anche qui mi ritrovo perché io e i miei fratelli ci lavavamo la faccia nella stessa acqua perché, in quel periodo, l’acqua biosgnava andarla a riempire alla fontana con le brocche.

E allora la lettura di questo libro mi fa rivedere certe posizioni e mi porta a considerare che tutte le classi sociali vivono la condizione del proprio tempo, non dico allo stesso modo, ma quasi.

Simonetta parla del Boom economico, dell’arrivo a casa del frigorifero, della costruzione della cucina economica, dell’arrivo della televisione, di “lascia e raddoppia”, del festival di San Remo che in una famiglia baronale vinivano vissuti come in una tipica famiglia della nuova borghesia nascente, che arredava i propri appartamenti con cucine a gas, mobili bar, frigoriferi, radio e poi qualche televisore.

Il mondo si omologava e mi vien di pensare che forse era più felice il borghese che saliva, che il nobile che scendeva.

Nella casa del Barone qualche volta mancavano i soldi e bisognava aspettare la stagione del raccolto per vendere i prodotti della terra, nella casa del borghese questo non avveniva.

E l’organizzazione della famiglia baronale quale era? Quale ruolo aveva la donna?

Dal racconto si evince che la moglie del Barone, anch’essa Baronessa per conto suo, vive come la moglie di un grosso possidente terriero, passando le giornate tra i fornelli, il cucito, il ricamo e la tessitura di rapporti sociali che sono  più di parentela che altro.

E’ un ruolo di “regina della casa”, che conquista il suo uomo attraverso la buona cucina e attraverso l’organizzazione della famiglia. Un ruolo che allora soddisfava la donna perché le dava la sensazione di essere al centro del mondo perché credeva che il mondo girasse attorno alle donne di casa.

Ma il ruolo del Barone quale è? Certamente è il capo della casa, ma la Agnello ci dice che, nei suoi libri, l’uomo, all’inizio è il protagonista, ma poi le donne “lu ammuttanu” e lo fanno scomparire.

Il Barone è a casa per mangiare, forse per governare, molto superficialmente, i possedimenti e poi non si intravvede un suo ruolo. Chissà, forse la sua vita si svolge altrove e Simonetta non ce lo dice.

Ma questa non era solo la condizione delle famiglie nobili, era la condizione di tutte le famiglie, anche delle famiglie proletarie o delle famiglie borghesi.

E le bambine, cresciute in questo clima, risentiranno di questa cultura. Non avranno una educazione sessuale, non sapranno come nascono i figli, non sapranno cos’è e come si fa l’amore. Conosceranno solo l’amore che gli animali esercitano liberamente nei campi.

La fornicazione e la lussuria saranno per le bimbe il formicaio e il lusso sfrenato.

Insomma il libro della Agnello ci fa capire che, a prescindere delle divisioni in classe, la società viveva la dimensione e i problemi tipici del proprio tempo e che un filo rosso accomunava tutti, chi stava in alto e chi in basso.

Infatti le scelte politiche mie e della scrittrice sono simili: io ho abbracciato l’ideale Socialista, lei il Laburismo inglese e questo mi consola.

Le stesse ricette, gli stessi trucchi, gli stessi inganni. Chiara ci descrive una pietanza chiamata “Trippa d’uovo”. Il nome del piatto è un inganno perché la trippa non la si vede nemmeno da lontano e si tratta solo di una frittata.

Questi trucchi mi riportano a un racconto di mio padre che, da proletario affamato, si fidanzò con mia madre “burgisa”.

Una sera fu invitato a cena e vide un piatto di cotolette fritte. Si fregò le mani dalla gioia perché finalmente avrebbe mangiato carne, invece quando affondò la forchetta, si trovò una frittata di broccoli.

Quella delusione non la dimenticò mai.

Io non dimenticherò questo libro di Simonetta Agnello che mi ha ispirato tante considerazione di ordine sociale e politico e mi ha riportato alle mie estate nella campagna della nonna a Fontanamara in cui, non ho vissuto la dimensione nobiliare, ma ho vissuto la stessa dimensione dell’amore per la natura e per cibi genuini.

Aspettavamo la domenica per magiare la carne ma ora ricordo sempre con tanta nostalgia la cucina della nonna Stefana, fatta di pomodori, di uova fresche, di zucchine, melanzane, ricordo il lastricato da dove vedevo sorgere il sole e il silenzio profondo di Fantanamara che era interrotto solamente dal canto degli uccelli e dai passi dei muli e degli asini.

Simonetta non ha rimpianti, perché il mondo va avanti, ma qualche nostalgia ce l’abbiamo.

Gli anziani che leggeranno il libro “Un filo d’olio” troveranno il loro vissuto, i giovani scopriranno un mondo che non esiste più e forse è meglio così.

Agrigento,lì 25.4.2011

gaspareagnello