Monreale, Omaggio all’Arte: Performance di Poesia e di Pittura. Pubblico la mia relazione tenuta alla Mostra presso il Museo d’arte moderna e contemporanea “G. Sciortino” di Monreale
Per tenerci insieme.
ERA FARSI
Ai piedi del letto il tempo non passava
Prima di dare inizio a questa nostra manifestazione mi corre l’obbligo di ringraziare il Sindaco del Comune di Monreale Avv. Filippo De Matteo, l’Assessore alla Cultura On. Avv. Salvino Caputo, e il Professore Salvatore Autovino, Direttore della Galleria d’arte moderna e contemporanea “G. Sciortino” che ci hanno aperto le porte di questo meraviglioso e prestigioso sito per omaggiare la poesia e la pittura. Del resto credo che non ci possa essere un luogo così affascinanante, quale questo complesso monumentale che trae origine dai Normanni, per simili manifestazioni.

Io personalmente devo ringraziare il Pittore Pilato per avermi scelto per dirigere questa serata.
Però il compito è molto difficile perchè è impossibile presentare in una serata ben sei pittori e cinque poeti senza annoiare il pubblico presente. Quindi vi dovete accontentare di piccolissimi flash e delle letture di poche poesie e mi scuso con gli autori dei componimenti poetici se saremo costretti a leggerne solo alcune, rimandando i cultori a leggere i libri degli autori o a informarsi tramite internet.
Allora iniziamo la serata presentando le poesie del poeta Salvatore Autovino, che è il padrone di casa.
Autovino scrive in lingua e in vernacolo e in tutte e due le lingue riesce a comunicare con immediatezza con il lettore.
La sua poesia è chiara e limpida come l’acqua delle sorgenti montane e arriva subito al cuore e all’intelletto.
In questi suoi componimenti il nostro autore parla dell’uomo che calca il palcoscenico della vita come in un teatro dell’opera dei pupi. L’uomo si muove come un pupo e i fili sono mossi da altre mani. Pupi siamo, siamo tutti pupi, direbbe Pirandello che, in due poesie che sentirete, è molto presente.
Ma l’uomo pupo, è preso dalla frenesia della modernità e non può fare a meno di distruggere il suo ambiente che Dio ha creato in maniera meravigliosa. Il poeta diventa pittore ma non riesce a dipingere il quadro che sognava, il verde, il giallo, il rosso della sua conca d’oro perché è stata distrutta da una immane colata di cemento.
PALCOSCENICO
Muri di grezza pietra,
palco stridente, e dietro il sipario
le povere quinte.
Palcoscenico,
piccolo teatro della vita,
dove io e te, ogni giorno
attori non protagonisti
recitiamo il dramma quotidiano.
Sogni, bugie, farse burlesche,
storie d’amore,
baruffe di parole
nella vasta platea delle genti.
Noi due piccoli giullari
Dai volti colorati
Da mille perché,
ridiamo e piangiamo
e a sera, quando
cala il sipario,
nei nostri fantasmagorici sogni,
scriviamo nuovi atti
per il copione
del giorno dopo.
TAVOLOZZA DI COLORI
Davanti a una tavolozza di colori
Non riesco a dipingere
La mia città, Monreale
Con gli ori e le ricchezze
Di Guglielmo!
Davanti a una tavolozza di colori
Non riesco a dipingere
Gli antichi profumi
Di zagara ed aranci
Di quella pianura
Che un tempo fu “D’Oro”.
Davanti a una tavolozza di colori
Solo uno ne so usare:
il grigio, per dipingere
una “Conca” di cemento!
Quindi presentiamo la poetessa milanese Paola Rabai. Una donna inizialmente timida ma che ha saputo superare tale timidezza per diventare, donna, madre, compagna, professionista.
Scrive di se stessa: “Mi annoio…mi piace sperimentare in continuazione e vivere sempre nuove avventure che mi stimolano a crescere, amo le sensazioni forti, le sfide…e poi amo incantarmi davanti a cose che tutti guardano ma che non hanno più il tempo di vedere e di godere e mi ripeto di essere fortunata…
…amo la mia moto con la quale ho compreso che tutto è possibile in questa meravigliosa vita: basta volerrlo, basta scavare per trovare”:
TALPA
Cosa cerchi
Mentre apri tutte le scatole
Di una vita
E piangi perché sono vuote?
Modelli un fantoccio informe e
Dipingi astrazioni…
Piccolo minatore: troverai il tuo tesoro.
SCORCIO AUTUNNALE
Scricchiolano
Le foglie croccanti
Sotto i miei tacchi;
rosse come
le guance invidiose
dei vecchi che
correre non possono più;
tinte con l’ocra e l’oro
come i reali drappi
della Maestà di un lontano Regno,
e marroni
al pari della corteccia
di quella quercia
dove usavo rampicare da bambino;
e di quel verde ormai spento e
dall’odor di muschio.
Si sollevano
Al fiatar del vento
E si rincorrono a dimostrar
Di possedere ancora un briciolo di vita.
Giaciglio multicolore per pellegrini stanchi o
Per amanti furtivi che
Col naso in su
Si aggrappano alla Speranza come
Quell’ultima tenace foglia.
(Nota Bene: attenzione signora Rabai, non butti un cerino acceso tra le foglie secche…perché possono bruciare e produrre fuochi…d’amore….gaspareagnello anni 77).
Per restare ancora a Milano presentiamo la poetessa Alessandra Paganardi che ha al suo attivo una lunga serie di pubblicazioni tra le quali citiamo: “Tempo reale, Joker ed., Novi Ligure 2008, Ospite che verrai 2005, ristampata nel 2007,”Poesie” Facchin Editore 2002,e tantissime altre.
Ha pubblicato la raccolta di saggi critici “Lo sguardo dello stupore: letture di ciqnue poeti contemporanei”, Viennepierre edizioni, 2005 (finalista al premio Nabokov). E’ presente in alcune antologie e riviste letterarie. Ha ricevuto diversi premi e menzioni ed è redattrice della rivista di pesia, arte e filosofia “La mosca di Milano”.
Di lei hanno scritto Gabriele Fantato che ha detto: “ Certamente la poesia di Alessandra Paganardi sa trarre forza dalle letture a dagli spunti filosofici, ma senza alcuna forzatura: è come se ogni interlocutore e maestro incontrato nel tempo “premesse dentro” i versi, delineandosi senza cadute in un linguaggio diretto e piano, ma insieme vibrante ed efficace”.
Fabio Simonelli dice: “La linea del verso, elegante, efficace, risulta dal continuo sottrarre, dal sussurro più che dal grido, dallo sguardo fermo e non dal movimento che annaspa”.
Alessandro Carrera annota:” Sotto la superficie pacata dei versi di Alessandra Paganardi si percepisce un vuoto cupo e silenzioso, un’assenza di noi a noi stessi, una mancata coincidenza di essere ed esistere che costituisce il vero tema absconditus di questa poesia”.
Sentitela in
ACQUA FERMA
Guardali quei cannicci nello stagno
Comignoli precisi, ognun per sé.
Storie di sempre, bilanci conclusi
In un’acqua tranquilla come terra
In una terra appena più gentile
Di sale strano.
Io sono più lontano, nel bocciòlo
Serrato a pugno, nel grigio indeciso
Fra perla e fumo. Sono nelle palpebre
Compatte della statua, nel suo seno
Bello, di marmo. Resto in un segreto
Che non vuole volare
10 GIUGNO 1940
La radio era una grande rana scura
Che gracchiava la storia. Tu ascoltavi
La sua pause, i silenzi, la mattina
Di quella primavera senza estate.
Immaginavi il dito alzato, il sopracciglio
Di paura, erano tutti fuori
Uomini ad inventare cieli accesi,
bambini che giocavano ai soldati.
Tu comperavi uova, riso e pane
Donna che non sapevi buio e strade
E all’improvviso erano tutti spenti
Come in un film veloce senza voce.
Ti sembrava la foto color sabbia
Di quel vecchio raduno di coscritti
Dove ogni anno c’era un volto di meno
E un sorriso più altrove.
Ti sembrava una montagna ferita
Dalle cave, il brutto odore di quel marmo
Strappato alla sua pancia per calare
Piccoli blocchi freddi. La stagione
Correva, non potevi più fermarla
Come le bianche barche di cartone
Nel canale da piccola.
Guardarle
Passare il ponte e perderle di vista,
chiederti dove andassero a finire-
averle costruite solamente
per non saperlo mai.
Signora Paganardi, quel giorno io c’ero, avevo sei anni ed ero dietro l’unica radio che esisteva nella mia strada; ho sentito, nella radio che gracchiava, la dichiarazione di guerra, non ho potuto immaginare il sopracciglio e il dito alzato e alla fine mio cugino Calogero è stato un volto in meno.
Da Milano scendiamo ad Agrigento per presentare la poesia di Margherita Rimi dottoressa in psichiatria infantile che vive tra i bambini disadattati o ammalati e che dall’infanzia rimane presa facendone oggetto della sua tormentata e difficile poesia. La Rimi ha pubblicato “Traccia di interiorità” nel 1990, “Per non inventarmi” 2002, “La cura degli assenti” con LietoColle 2007 che si avvale della prefazione del grande Maurizio Cucchi.
Non parliamo della sua presenza in riviste e antologie, né dei tanti premi ricevuti. Ma vogliamo dire che la poesia è la sua ragion d’essere.
Diciamo subito che quella della Rimi è una poesia alta, che usa un linguaggio raffinato e molte volte di difficile accesso come le tematiche che tratta e il suo linguaggio ci fa ricordare il gruppo degli avanguardisti del 1963 che ebbe tra i fondatori Sanguineti.
La protagonista della poesia della Rimi è la parola che viene usata come sciabola che colpisce, la parola sincopata, che nasconde concetti e pensieri, una parola che si deve unire alle altre sparse nella poesia che sembrano volare come farfalle per conto proprio ma che si legano l’una alle altre.
Nella sua poesia troviamo la sinfonia di amori perduti, amori sfiorati e non giocati, delusioni di una umanità inumana, il desiderio di un mondo pieno di amore vero, di uteri fecondi, di braccia che possano veramente abbracciare, di labbra che sappiano baciare:
CHE RISCHIA LA PAROLA
Che rischia la parola
A questa cura storta a questo tempo in piena.
Domandami l’amore.
Il corpo scatenato dalle onde
E poi sulla domanda quanto tempo corre
Quanto cerchio si chiude in una vita.
Guardiamoci più in là
Di questa inutile sostanza
Di questo intento a non finire.
Di come siamo fatti. Noi.
Di solitudine indovini.
SPERDIMENTGO
E’ un altro silenzio
Passato ad ascoltare
Il corpo delle cose
Il bivio dello sperdimento
Neanche più quello che ci gira intorno
Ha il suo rimedio
Che amore è
Quello che ci lasciamo
Giornate che si scambiano da sole
Per tirare avanti
E credere che piano piano
Ce ne andiamo
Era farsi grande raccontare una storia
E la storia non era più una storia
Era farsi padre
Il suo disegno non era farsi grande
Non era orizzonte la sua mano
Il dolore era farsi carta
Farsi carta i troppi desideri
Il suo mondo era grande ed impreciso
La forma del suo cranio
Una farfalla.
Un discorso molto lungo meriterebbe Domenico Cara poeta, scrittore, saggista di lungo corso che occupa la scena letteraria italiana da ben 50 anni. E’ un autore stilisticamente ricco che è stato recensito da Mario Apollonio, Giuseppe Prezzolini, Carlo Betocchi, Salvatore Quasimodo, Alfonso Gatto, Franco Fortini.
Ascoltiamo due suoi componimenti
L’INDIGENZA CAPITALE
Esistono strane (o forse ipotetiche)
Ricchezze in un immondezzaio
E tra i bidoni dei rifiuti pubblici,
dentro cui continuamente i poveri
cercano una favola o non si sa cosa
con fogli di giornali fuoriescono
tuttavia bucce su bucce, scatole
scomposte, lattine con un residuo
liquame, ulteriore disordine di oggetti
nella sensitiva e molle putrefazione
Si fermano altri passanti per frugare
Nel fondo marcio inutili recuperi, e a volte
Figure dignitose, incredibilmente in ansia
(Ma il mucchio tuttavia che promette?)
Da un punto terso della sua lucidità,
spuntano primule o bulbi di narciso,
mentre qualcuno s’aggira tra muffe
di letame, isole di stracci, da cui una
farfalla lieve e senza nome sussulta…
ANIMAZIONE NOTTURNA
Ah! I sogni sono fumi che svaniscono,
di specie ambivalente: si esaltano,
si piegano in un’imprevista onda serena.
Sembra non abbiano fuoco nelle loro
pulsioni o sangue da combattimento,
sfavorevoli, e nella rincorsa provocatori
Sempre arse, illuminazioni indagano
nel nostro inconscio detrattore vago
di limpidità e, in più ipotesi, gl’insetti
A volte compiono indimenticabili miracoli,
spesso scompigliano il cuore quando
in tutto si adegua alle narrazioni
accolte dalla tranquillità della notte
che, con nuvole immediate, ci abita…
Concludiamo con una poesia in vernacolo del nostro Professor Autovino che ci fa gustare un siciliano pastoso e ricco anche se amaro
PUPU SICILIANU
Un pupu sicilianu
Sugnu ‘nto tiatru ri sta vita
E comu un pupu
Mi muovu ‘nta sta terra
Cu li fila
Chi fa moviri
Ddu puparu chi l’omini
Chiamanu “distinu”.
Un pupu sicilianu sugnu:
chianciu, riru, cummattu, vinciu,
ma poi, al’urtimu,
fazzu sempri la fini,
chi voli lu puparu,
ddu puparu chi l’omini
chiamanu: “distinu”.
uindi presentiamo la poetessa milanese PaoQqqq
Per quanto attiene i pittori che oggi espongono in questa galleria posso fare qualche breve cenno per quelli che conosco mentre di altri parlerà il patron di questa serata Antonio Pilato
Di Alessandro Nastasio, pittore meneghino, della corte del cardinal Martini prima e del cardinal Ravasi dopo, posso dire che è stato un insegnante di Nudo all’Accademia di Brera e che ha al suo attivo una lunghissima carriera di pittore e di scultore, che ha usato tutte le varie e numerose tecniche di queste branche dell’arte. Ha girato il mondo ma è stato molto presente soprattutto nel medio oriente. Nastasio ha incontrato e conosce Dio ma con la sua arte lo cerca continuamente e lo vuole sempre riscoprire o reinventare. Un pittore che ha scritto sicuramente una pagina importante della storia dell’arte.
Andrea Carisi pittore agrigentino, coetaneo di Nastasio e anche mio, proviene dalla grafica ma, nella sua lunga carriera, la sua arte si è sempre evoluta e ha trovato temi vari e diversi che hanno appassionato l’estroso uomo di cultura. Ha dipinto i grandi personaggi del cinema sia nelle tele che nelle ceramiche, ha dipinto i grandi musicisti del jezz, ha salvato il centro storico di Agrigento.
I vecchi palazzi di Akragante crollano uno dopo l’altro ma i quadri di Carisi, che riprendono i monumenti degradati del centro storico, resteranno a futura memoria e noi saremo sempre grati a questo nostro artista che gli agrigentini amano immensamente. La sua mano sicura e la perfezione della sua tecnica pittorica ne fanno uno dei migliori pittori della nostra terra.
Gianni Provenzano, molto più giovane di Carisi, dipinge le nostre montagne, i nostri paesaggi, la civiltà industriale e quella post- industriale, dipinge i personaggi della nostra cultura.
Andrea Camilleri, ammirando le tele di Provenzano, scrisse: “Innanzi tutto la sicurezza pittorica, l’autenticità della pennellata che non ammette dubbi né ipocrisie. Sono stato anche molto colpito da questa tensione continua verso l’astratto…
….Una vera reinvenzione del colore che in realtà appiattisce il colore naturale del paesaggio siciliano, un sole che riscalda sì, ma più spesso nei quadri di Provenzano, brucia.
Antonio Pilato l’ho visto crescere e mi resta sempre in testa il quadro che ritraeva il padre operaio. In tempi di neorealismo quell’opera mi colpì e mi restò impressa per tutta la vita perché vi era dipinto il dolore del mondo, la fatica interminabile dei nostri contadini, dei minatori.
Antonio Pilato e la sua pittura sono impastati di terra e di zolfo, del sudore della fatica e oggi quando si teorizza la fine della classe operaia, Antonio ritorna ai temi sociali e quindi all’immigrazione che poi è, per noi siciliani, l’emigrazione. I suoi barconi carichi di disperati, i bambini cenciossi dispersi in terre sconosciute resteranno come documenti di un’epoca barbara in cui c’è chi mangia quattro volte al giorno e chi per mangiare deve sfidare la morte nelle acque del Mare Nostrum.
La sua pittura, che ha subito una lunga evoluzione, ora trova consensi di pubblico e di critica e ne fanno testimonianza le mostre al Circolo della Stampa di Milano, nell’isola di Ortigia a Siracusa, alla Biblioteca cpmunale di Agrigento e in tantissime altre parti d’Italia. Il suo ritorno alla Galleria d’Arte moderna di Monreale, che lo accoglie con entusiasmo ed amore, è la tetimonianza della grande vitalità artistica di Pilato. Grazie ANTONIO PER QUESTA BELLA SERTA CHE CI HAI REGALATO.
Monreale, lì 29.10.2011
Gaspare Agnello




Ringrazio di cuore Antonio Pilato, Gaspare Agnello e tutti gli organizzatori e i convenuti a questa bellissima manifestazione. Ho conosciuto meglio un angolo di Sicilia indimenticabile. A tutti buona poesia e buona vita. Alessandra Paganardi