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Avevamo scritto una breve nota sul  libro postumo di Stefano Pirandello “Timor sacro” che Sarah Zappulla Muscarà ha curato e che ha presentato alla stampa agrigentina al Palazzo Filippini.

In attesa di leggerlo, abbiamo pubblicato, a titolo di divulgazione, una nota  che ci è stata ispirata dalla lunga e dotta presentazione della curatrice del libro.

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Ora che lo abbiamo letto con molta attenzione e con tanta ‘fatica’, vogliamo esprimere le nostre impressioni che sono tante e difficilmente coordinabili perché le problematiche sono diverse, molto complesse e delicate allo stesso tempo perché, oltre a coinvolgere l’opera in se stessa, portano a riflessioni inquietanti sulla famiglia Pirandello, sullo stesso Luigi, e su Stefano che certamente non saranno condivise da tantissime persone che si sono abituati a vedere Pirandello imbalsamato su un piedistallo che si è fatto sempre più alto per farcelo conoscere molto più da lontano senza avere la possibilità di entrare dentro la sua vita e le sue tremende problematiche e le sue responsabilità, di marito, di padre, di cittadino di uno Stato che, durante la sua vita, attraversò momenti gravi che portarono alla fine della democrazia, all’esilio o alla carcerazione degli elementi più nobili del nostro paese, se non anche all’uccisione di deputati come Matteotti e Gramsci che fu fatto morire di stenti e di dolori nelle patrie galere.

Il Video della presentazione del libro alla stampa di Agrigento con una mia intervista:

Ma di questo parleremo più oltre perché vogliamo subito entrare nell’opera. Stefano vuole raccontare la storia dell’albanese Selikdàr Vrioni ma, nel mentre attraverso il personaggio principale che è lo scrittore Simone Gei, parla di se stesso, della sua vita, del suo rapporto col suo ‘padre padrone’, del dramma che gli deriva dallo scrivere questa storia che è a specchio della sua vita. Insomma un romanzo nel romanzo, di cui lo stesso autore fa continuamente la critica che noi potremmo solamente riportare e risparmiarci la fatica di esprimere un nostro giudizio personale, perché tutte le nostre titubanze, i nostri appunti, l’autore se li è fatti da sé.

Ma andiamo per ordine e per prima cosa vogliamo parlare del linguaggio che usa Stefano Pirandello per scrivere questa opera che lui definisce della sua vita. In generale, nelle recensioni, del linguaggio si parla alla fine ma noi lo facciamo subito perché vogliamo dire che la prosa non ci ha convito molto. Stefano Pirandello usa un linguaggio contorno con un periodare lunghissimo, con tantissime incidentali in cui ci si perde facilmente. Una lingua latineggiante o sicilianizzante nel senso che si usa una construtio ad inversum con il verbo all’ultimo e con il soggetto che si deve andare a cercare in mezzo a sentieri tortuosi. Quando si legge il libro ci si deve fermare, prender fiato, fare l’analisi logica del periodo e poi andare avanti: come ci facevano fare una volta nelle nostre vecchie scuole in cui si studiava la grammatica e la sintassi.

Questa tecnica la usò lo scrittore Antonio Russello nel libro “La luna si mangia i morti” e in altre sue opere, e lui stesso la chiamò ‘impervia’. Però l’operazione di Antonio Russello, a nostro avviso, ha una sua bellezza, una sua freschezza che noi non abbiamo trovato in quella di Stefano Pirandello.

E questo lo diciamo anche perché abbiamo notato un certo linguaggio arcaico che ci ha fatto storcere il naso. Citiamo alcune parole che non ci hanno convinto e che forse negli anni trenta del secolo scorso potevano avere una logica propria. Ma siccome noi non siamo più giovanotti e veniamo dagli anni trenta del passato secolo, quando l’autore si accinse a iniziare l’opera che terminerà alla fine della sua vita, torciamo lo stesso il naso dinnanzi a parole come queste usate a piene mani: sangue tepente, brame belluine, era un rifiato chiudere la cartellina, trasentire, puncichio agli occhi, desidio, coonestare, chiarità, contraffatto, spregioso, la guardatura da cui si sbilucia una mente geniale, imbestiato, saziose, impreveduta, la condiscepolanza e così via.

Questa strana prosa ci ha reso pesante la lettura che non abbiamo considerato come un divertimento ma come una fatica a cui ci dovevamo sottoporre come critici e per saperne di più sui Pirandello e su come questa famiglia si mosse complessivamente in anni di dure scelte.

E poi volevamo sapere perché il protagonista doveva essere propriamente un albanese, di quella terra che doveva far parte del fantomatico impero mussoliniano, e se Simone Gei e la moglie Lora fossero in tutto e per tutto Stefano e la moglie dello stesso o se non fossero frutto della fantasia e quindi personaggi che nulla hanno a che vedere con l’autore. Noi siamo convinti pienamente che buona parte di Simone Gei sia Stefano Pirandello anche se prendiamo atto che lui dice, a proposito delle cose raccontate, “che del fatto accaduto si salta al romanzesco. Dalla persona (di cui si parla), anche se l’avessimo davanti, non viene infatti alcun aiuto, o manda segnali falsi per deviarci. Surroghiamo noi scrittori con deduzioni o induzioni, in definitiva inventando dalla compassione. Guai a cercare di raccontare una storia vera- Simone considerò che intanto è un’illusione quella di far corrispondere vita con racconto della vita”.

Questa riflessione vale, a nostro avviso, per l’albanese Selikdàr ma non per Simone Gei perché le cose dette da lui hanno  ‘ riscontro obiettivo’, nei fatti storici che noi conosciamo della famiglia Pirandello e quindi dobbiamo ascrivere alla vita di Stefano tutto quanto detto da Simone Gei e da sua moglie Lora che per quanto attiene ‘ la lavorazione del libro aveva violentemente dissentito fino dal primo momento e si era dissociata’.

Il figlio di Simone Gei, Jacopo, ammalato e che doveva morire giovanissimo, era l’unico che apprezzava lo sforzo del padre però aveva notato una caduta di entusiasmo “Rimpiangeva insomma le prime movenze impetuose del racconto in quella forma di primissimo avvio, di cui egli era stato l’unico lettore e sostenitore appassionato, quasi compartecipe. Il suo entusiasmo era calato di tono”.  Simone respinge l’obiezione del figlio perché si sentiva ‘pieno di fede in quel favoleggiare, e a condursi diversamente gli sarebbe parso di venire obbligato alla cosa più orribile di tutte: quella di “fare altro”.’

Insomma da questi discorsi si evince che l’incubazione del libro è stata drammatica, quasi una tortura, durata tutta una vita e per la vita.

Ma da cosa nasce tutto questo tormento? Perché Stefano Pirandello non si limita a narrare la vicenda di Selikdàr che potrebbe risultare interessante per conoscere la storia di un uomo vissuto in un mondo dove vige la legge della vendetta, della sudditanza al padrone terribile che si contrappone a un mondo civile e libero (si fa per dire) dove il protagonista viene catapultato, per scalare le vette inusitate del successo e del gusto della civiltà che trova riscontro nella musica e nell’arte pittorica?

La vita di Selikdàr è a specchio rispetto a quella di Simone Gei. Ma Simone Gei è Stefano Pirandello il quale fa un esame di coscienza della sua vita e vuole riscattere se stesso e forse anche il Padre padrone che è difficilmente riscattabile sul piano politico e forse anche sul piano morale.

Stefano è vissuto fino agli anni settanta del secolo scorso, ha vissuto la prima guerra mondiale da volontario, ha vissuto il Fascismo, ha assistito alla caduta del Fascismo e all’avvento della democrazia, ha avuto il dramma consolatorio dei figli partigiani, ha attraversato gli anni del boom economico e anche del terrorismo e ha potuto rivedere il passato con occhio critico.

Certamente avrà ripensato al padre che ha aderito al fascismo nel 1924, proprio  all’indomani dell’assasinio del deputato socialista Matteotti e questo noi non lo perdoneremo mai al grandissimo drammaturgo di cui tutti siamo innamorati. Ha innegiato al Fascismo in maniera pesante. Non si può dimenticare il suo discorso in camicia nera al teatro Argentina  dinanzi al Duce per osannarlo, né si possono dimenticare i suoi peregrinagi, senza frutto, a Palazzo Venezia per parlare col Duce che lo prese in giro sulla questione del teatro popolare nazionale che avrebbe dovuto finanziare e di cui Pirandello doveva essere l’animatore.

Timor Sacro Stefano Pirandello a cura di S. Zappulla Muscarà

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Il suo andare in giro con la cimice al bavero dava fastidio a tanti intellettuali che già si muovevano per vedere come abbattere una dittatura che avrebbe portato l’Italia allo sfacelo.

E Stefano viveva questa condizione politica senza fare nulla per cambiare la situazione. Del resto la famiglia Pirandello aveva bisogno di molti soldi, per via della madre ammalata e per il fatto che Luigi si fosse fatto carico del mantenimento di tutti i figli ai quali lasciava pochi margini di manovra se non quella di accudirlo e di fargli da segretari o amministratori.

La stessa Lietta si ribellerà contro quest’uomo dal ‘pizzetto mefistofelico e dagli occhi puntuti’, quando viene abbandonata e delusa per via del nuovo amore giovanile del padre che tutto si dona a Marta Abba.

Stefano, o meglio Simone Gei, vive nel suo salotto e frequenta gerarchi e uomini di cultura del regime e non può ribellarsi perché farebbe crollare il mondo di benessere della famiglia.

Scrive il romanzo, accumula carte, si rende conto che le carte gli possono bruciare nelle mani, preconizza una società comunisteggiante capace di potere risolvere le questioni sociali dell’Albania e quella è una pagina di grande intensità ideale che ci porta ai Kibuzim israeliani o ai Kolkos sovietici: forse una grande utopia di cui tutti ci siamo abbeverati.

Ma quelle carte devono restare sepolte come la scoperta copernicana. “Erano già allora i temi forti di Simone Gei. Lui già sentiva che costituivano ciò che egli ha da dire: la ragione per cui fa lo scrittore. E lo forzeranno ad esporre il Gran- Ladro, la scoperta centra! E le cocenti verità conglomerate. Le cose principali! Il Fare-finta-insieme ( che Simone non può menzionare senza subito tradurre Faire-semblant-ensamble), il Fare-Altro. Però lì devono restare. Appena trovati i modi di raffigurarsi, dovevano aspettare in lui sospesi un altro tempo. Che venisse un tempo quando lui potrà comunicarli. Ora intanto si costituivano in Sopramondo. Sopramondo: suo personale, e anche universale, ricchezza d’ogni scoperta sincera, sua, da non ridire a nessuno per adesso. Come: uno scrittore? Uno scrittore che non mette fuori la sua cosa più…? Bè, sì Che cos’era l’universo copernicano per Copernico che durò a vivere trenta o quarant’anni in un modo sempre tutto tolemaico, e svelò la sua verità segreta soltanto alla fine quando nessuno più avrebbe potuto arrostirlo vivo?

Non era il su Sopramondo, suo personale e anche universale? E per questo Simone chiamava fra sé “il Copernico” quello scrigno ove riponeva le sue carte segrete”.

Bella comodità quella di Simone Gei: Lui in salotto a disquisire con i gerarchi, in attesa che dalla cospirazione, dall’eroismo di tanti, costretti a morire, a stare in carcere o in esilio, potesse venire la libertà per le sue carte e poi magari lui si sarebbe adattato al nuovo regime dopo avere buttato alle ortiche la cimice dal bavero.

Ma questo  atteggiamento non confacentesi al ruolo di uno scrittore Simone lo capisce e al Maconio risponde: Io vado affemando tutte cose che annullano le fatiche mie, gli acquisti della mente che nessuno mi ha regalato, i travagli per dare a questo mondo un po’ di quel sopramondo senza di cui l’uomo sarebbe tutto ancora ‘N Quarit o poco più. SONO CONDISCENTENTE IN MODO PIETOSO. O SCHIFOSO. Ma che ci posso fare se a differenziarci nell’essenziale si va a finire tutti, tutti! In bocca ai soliti mascelluti?”

Simone comprende il dramma della reintroduzione della pena di morte e del ritorno, nel nostro paese, del carnefice, magari con la benedizione del frate, capisce il disonore delle leggi razziali e porta avanti un lungo e stucchevole discorso sulla pelle e sul colore di essa, degna del miglior Fantozzi che accarezzava i salotti fatti di pelle umana ma questa volta di pelle bianca e non nera perché quella nera non è buona neanche per fare i salotti.

Simone potrebbe aprire lo scrigno di “Copernico” e gridare a tutti la verità, ma è un uomo intimidito, un uomo che subisce all’infinito il “Timor Sacro” del “ padre lontano, pure questo costituitosi erta figura giudicante nell’animo del figlio? Conto aperto anche per Simone dunque, da quando aveva avuto l’ardire, appena uscito dalla guerra, nel ’18, di voltare le spalle agli sdegni biliosi e spropositati del genitore, che impediva alla mamma di pacificarli e gli gridava: sei un rinnegato!”

Simone spera che attraverso il libro e quindi la cultura possa avvenire la sua riconciliazione col padre bilioso, e continua a scriverlo nella speranza di superare “L’incibile timor sacro”.

Ma il riscatto di Simone e del padre avviene o no? Cade il fascismo, scoppia la guerra di liberazione e i giovani salgono in montagna per difendere la patria dall’occupazione nazifascista: i figli di Simone Gei sono diversi dai padri e vanno in montagna per ordine del Partito non per il Partito ma perla Patria. E’ la nemesi storica. Ritornano con la conquista della libertà e diventano resistenti, anche ai manganelli degli scelbini.

Riemerge il sangue di Ricci Gramitto e del 48 (1848-1948).

“Mio caro-rispose Simone- ,(a Cabras) “la situazione che si muove” e così “il tempo che agisce” sono modi di dire, per significare che io, in concreto, ho aspettato che agissero gli altri. Che combattesso loro, i miei figlioli”.

Questo è quanto abbiamo potuto capire del romanzo di Stefano Pirandello, anche alla luce del libro di Matteo Collura “Il gioco delle parti”. Lo abbiamo interpretato giustamente o ci siamo sbagliati? Noi non possiamo dirlo. Collura forse assentirebbe. Vi diciamo solamente che siamo uomini di ‘parte’ e giudichiamo stando dalla nostra parte per cui non chiediamo a nessuno di sottoscrivere i nostri giudizi. Del resto chi vuole può e deve leggersi il libro e capire tutto un mondo brutto e bello ma soprattutto brutto.

Il Professore Enzo Lauretta, grande studioso di Luigi Pirandello, asserisce che questo è un romanzo fuori di chiave e questo lo dice per affermare che è un libro diverso degli altri e forse ultramoderno, noi lo intendiamo nel senso che non c’è musica; il Professore Salvatore Ferlita ha presentato il libro ma la sua presentazione è stata ( così direbbe Stefano Pirandello) Copernicana, nel senso che non ha voluto dire nulla sul contenuto del libro per non sconsacrare una memoria in un luogo sacro.

Noi attrraverso la lettura abbiamo capito tante cose di un certo mondo letterario salottiero e ci schieriamo sempre di più per una letteratura coraggiosa, gramsciana che deve incidere nella società per cambiarla e modificarla positivamente, altrimenti avremo una letteratura “idiota”, come direbbela Marcheschi.

Ah! volevate sapere di Selikdàr? Leggetevi il libro e troverete un’altra storia strana ma molto affascinante.

Buona lettura.

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Agrigento, 14 Gennaio 2012

Gaspare Agnello