(articolo letto 2.253 volte)

Antonio Russello, in un suo manoscritto in cui cerca di spiegare la cronologia e l’evoluzione tematica della Sua opera, dice che le prime dodici opere da lui scritte,  e che non tutte hanno visto la luce,  adombrano tutte direttamente o indirettamente una autobiografia dell’autore e che si debbono attribuire al tempo dell’infanzia trascorsa al paese nativo di Favara, nell’agrigentino, con puntate in avanti o meno e questo periodo si snoda pressappoco dal 1928 al 1945.

Questo ciclo si chiude con il romanzo Il vento e le radici  anche se rimbalzi tematici autobiografici e del paese natale  si trovano ancora in altri libri che seguono se non in modo autobiografico, in modo indiretto.

Tra gli altri libri di temperie ed atmosfera siciliane, con meriti di originalità, si allineano “Siciliani prepotenti” e “ La grande sete”, non pienamente accettati, anche se da qualche editore e  da lettori abbiano ricevuto consensi.

Consensi che sono mancati, come dice l’autore stesso “ da parte degli editori, per altri libri, come “ Il vento e le radici” per il quale è stato formulato un giudizio negativo (come libro troppo privato e perfino noioso) quando si sa quale sia l’intento (commerciale) da cui muove un editore, e quale sia invece la consapevolezza di scelta dei suoi stessi libri di un autore, e non per orgogliosa caparbietà ma per quella ragione che è interna ad ogni libro (ivi compresa la noia) e che resta fuori dal concetto consumistico e mercificatorio d’ogni operazione pratica editoriale, e che si pone come segreto spiraglio della verità vissuta e creata”.

Noi a distanza di 41 anni dalla sua pubblicazione ci troviamo tra le mani il libro di Antonio Russello “Siciliani prepotenti” edito nel 1963 dalla Casa Editrice Ronchitelli di Padova, libro che fortunatamente si trova nella biblioteca di Agrigento e ci poniamo subito dalla parte dei lettori che hanno espresso consensi  al libro, anzi vogliamo dire che andiamo oltre, esprimendo grande entusiasmo per il libro e per tutta l’opera narrativa di Antonimo Russello che viene lentamente alla luce per trovare il suo giusto posto nella storia della letteratura italiana del ‘900.

Il libro è composto da una premessa che ha come titolo  “Sbarco dei siciliani in Italia” e da altri sei capitoli così titolati:

1)      Gesù è nato in Sicilia;

2)      Il singhiozzo dei treni per i monti;

3)      Metamorfosi dell’ulivo e del mandorlo;

4)      Novene di Caltanissetta;

5)      Lo sbarco degli americani e la trappola d’oro;

6)      Lo sfiatatoio.

Nella premessa l’autore immagina una invasione dei siciliani di tutta l’Italia senza possibilità alcuna di ribellione da parte degli abitanti dello stivale perché tutti i posti di potere, dalle Prefetture, alle Questure, ai Tribunali sono occupati da siciliani ed anche buona parte delle donne dei nordici sono siciliane, quindi Palermo viene proclamata capitale d’Italia e si inizia la conquista dell’Europa con un cammino inverso a quello seguito dai Vichinghi e dai Normanni.

Questa occupazione di gusto sciasciano, è certamente una risposta satirica e forse anche amara nei confronti del “razzismo” veneto che il Russello avrà certamente sentito sulla propria pelle e che oggi ha portato il nostro paese ad essere governato dai leghisti che non nascondono le loro idee secessioniste.

Nel primo capitolo “ Gesù è nato in Sicilia”, Russello ipotizza che Gesù, volendo scegliere un posto dove nascere, viene in Sicilia. Senza vedere la Sicilia ,dice Goethe non ci si può fare un’idea dell’Italia. E’ in Sicilia che si trova la chiave di tutto. Sbarca a Gela (ora si sappia che a tutti viene facile lo sbarco da quelle parti). La Sicilia è terra, dice Matteo Collura, dove è facile arrivare, specie se si è conquistatori. E’ così da tremila anni. Fenici, greci, cartaginesi, romani, bizantini, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi e quindi i soldati del generale Montgomery.

Che terra è questa, chiede  Gesù ansioso: terramara gli risposero: terramaledetta; terra che dà triboli e spine, terra che non dà nulla.

La terra, continuarono, che non la scambiamo per nessun’altra, terra dove ci vogliamo sempre nascere e morire. E, dovendo Gesù trovare una vergine che gli facesse da madre chiese delle donne; al che gli risposero: vossignoria le donne le deve lasciare perdere; sono il fiore della castità. E così fu scambiato per un cacciafemmine.

Gesù gira tanti paesi e viene accolto ovunque in maniera trionfale ed invitato a mangiare in tutte le case.

Lo accompagnano Mezzanatica, Pisciapietra e Scannaporci di Favara ma è in quest’ultimo paese che Gesù si accorge che in Sicilia è impossibile applicare il quinto comandamento:non ammazzare.

Infatti una lunga faida tra i Matina e i Vaccaro insanguina il paese da decenni e nessuno la può fermare.

Il perdono qui non è possibile: è scritto nella legge divina ma non nel cuore dei Matina.

Qui, dicono a Gesù, che la legge morale è la vendetta e la giustizia è quella fatta con le proprie mani perché il siciliano non ha fiducia nel suo prossimo e nelle sue leggi. Qui la gente non parla e non tradisce e quindi è difficile che qui si possa trovare un Giuda.

A questo punto Gesù si rivolge al Padre singhiozzando e gli dice: Padre, aiutami, qui impazzisco, è troppo il sangue qui che ho avuto, è troppo il senso che m’hanno, è troppa la carne di cui mi hanno rivestito. E il Padre: non ti preoccupare, non avevo capito che per te era troppo forte questa terra, ma una copia della Sicilia meno forte c’è. La Palestina se vuoi…Sì- disse Gesù- purchè sia meridione e non settentrione.

Il secondo racconto o novella, come la si vuole chiamare, “Il singhiozzo dei treni per i monti”, è di gusto pirandelliano e per questo la vorremmo chiamare novella perché vi troviamo uno strano personaggio Don Carlo, folle o forse no che vive la sua vita saltando da un treno all’altro per segnarne i ritardi e farli notare a tutti passeggeri. Affiora il dubbio se sia folle Don Carluccio o i contadini, i pastori, gli zolfatari, le massaie che si arrabattano sui treni dove per qualche momento possono trovare un poco di riposo alle loro dure fatiche  nei campi e nelle zolfare.

Ed ancora la follia: un gruppo di detenute pazze viene trasferito in un altro manicomio, ma la bella pazza, nella sua follia, sa scegliere il bel carabiniere padovano e non altro. Solo lui il carabiniere bello: sarà follia, ma l’amore è stato sempre frutto di follia.

Lo scrittore, figlio di un ferroviere ci parla delle tratte ferroviarie che tagliano tutta la Sicilia, ci descrive stazioncine e paesi attraversati dai treni o trenini che arrivavano anche nella collina della sua Favara dove Lui arrivava ed era accolto sempre in maniera festosa da amici e parenti che tutti accorrevano alla stazione per il suo ritorno.

Ma la parte più significativa e toccante della novella è la diatriba tra il caramellaio ed il controllore: il caramellaio sale ogni giorno sul treno per vendere qualche caramella e poter quindi sfamare i suoi cinque figli ed il controllore che pretende il pagamento del biglietto da parte del caramellaio il quale ovviamente non è in grado di pagare.

Io debbo consegnare una scheda, dice il controllore, dei soldi, tanti biglietti . Carta straccia deve consegnare, disse il caramellaio. Io debbo consegnare pietà, e non le fanno pietà questi miei figli?

Ed io non le faccio pietà se viene il controllore-capo? Qui la pietà non conta, non esiste, non deve esistere su un treno dove c’è il servizio regolato da una legge- piangeva il controllore.

E’ il piccolo grande dramma di due poveri cristi: uno che deve fare il proprio dovere di dipendente pubblico, l’altro che deve portare il pane a casa e sfamare i suoi cinque figli.

Chi ha ragione!

Il problema lo risolvono i banditi che assaltano il treno e spogliano tutti i passeggeri derubandoli delle loro misere cose.

Il terzo racconto “ Metamorfosi dell’ulivo e del mandorlo”, ci porta all’interno della Sicilia, in un paese a millecento metri di altitudine, Capizzi, dove pare sia stato Cicerone e dove l’autore sarà andato allorquando ebbe l’incarico di insegnante a Nicosia. A Capizzi opera un barbiere di nome Mezzatesta che fa anche il medico, il notaio, il maestro, il musicante, l’avvocato.

L’autore in questo racconto ci diverte a raccontare una lite tra due fratelli per un confine di un terreno, lite che sbocca anche in problemi di donne e raccontando questo fatto ci conduce in una Sicilia remota.

Nel quarto racconto “Novene di Caltanissetta” l’autore ci narra dei suoi primi amori infantili per Maria, una bambina che abita di fronte al suo balcone e sono situazioni narrate in maniera raffinata e con tanta sensibilità psicologica. Certamente Russello racconta la sua adolescenza in questa città dove ha trascorso la Sua fanciullezza, e dove ha fatto le scuole elementari per il fatto che il padre ferroviere era stato ivi trasferito, e dove ha sicuramente assistito alla festa del Venerdì Santo, con le sue 14 bare, che fa da sfondo al racconto.

L’adolescente apprende, da una sua compagna, come nascono i bambini, prova le prime emozioni di un ballo con una bambina che gli fa palpitare il cuore.

La vita poi ci porta per altri lidi e cambia tutte le situazioni. I sogni di Maria e delle sue sorelle si infrangono e restano ad invecchiare sole.

Il quinto ed il sesto racconto sono “ Lo sbarco degli Americani in Sicilia e la trappola d’oro” e  “ Lo sfiatatoio” che possono diventare un unico racconto in quanto  tutti e due parlano dello sbarco degli americani in Sicilia.

I figli degli italo-americani vengono a riscoprire la terra dei loro genitori ed arrivano qui per liberare l’Europa dal nazi-fascismo, ma forse vengono per se stessi, per allungarsi sul mondo, per rompere il loro isolamento, come è stato per i greci e per i romani.

E vi arrivano con uno spiegamento di forze spropositato alla bisogna, per cui l’unica prepotenza che i siciliani possono usare è quella di andare incontro all’esercito più potente del mondo con una sfilata di asini.

Del resto Don Chisciotte è nato anche in Sicilia se è vero che la Spagna si trova alla stessa latitudine della Sicilia.

Bellissimo è l’incontro tra il soldato italiano Giorgio Patti ed il capitano americano Luis Sullivan che diventano amici e svolgono dialoghi molto belli che poi sono il vero senso del racconto.

Giorgio accompagna il suo amico Luis nella scoperta della Sicilia dove ancora nulla è “surrogato” ma il pane è fragrante di forno e manda un profumo che stordisce ed il vino ubriaca follemente: una Sicilia che non è piatta come l’America ma accidentata e con i paesi costruiti in alto per esprimere l’ansia dell’alto, l’anelito verso Dio: il Dio che gli americani bestemmiano attraverso la loro ansia di modernità a tutti i costi.

Ma lo sbarco in Sicilia ha i suoi risvolti drammatici e questo avviene quando i soldati negri toccano la parte debole del siciliano è cioè le loro donne.

Finiscono con il cranio massacrato e questa ci sembra una risposta doverosa di fronte a gravi atti di violenza che macchiarono l’impresa eroica ed anche bella degli americani.

Non sapevano i negri d’America che qui il quinto comandamento :”non ammazzare” non è sempre applicabile.

E qui avviene la scoperta di Palermo da parte degli americani e del capitano Luis che questa scoperta fa sempre in compagnia del soldato italiano Giorgio diventato suo amico e suo interlocutore.

Il Duomo di Palermo da dove Federico II si solleva dalla tomba per rivedere la nascita del nuovo Parlamento siciliano che scimmiotta il vecchio e glorioso parlamento, il Duomo di Morreale, la statua di Carlo V, diventano le tappe dove i cocchieri accompagnano gli estasiati invasori divenuti turisti a pagamento.

E qui avviene la lotta tra il vecchio che ancora vive ed il nuovo che stenta ad affermarsi: la battaglia tra i cocchieri che trasportano gli americani e fanno grandi affari ed i tassisti che sono costretti a fare la fiacca.

 

 

La battaglia si conclude con la sconfitta del cocchiere Camarda la cui carrozza resta schiacciata e con la morte del Marchese Caramella che giace disteso con la guancia incipriata, macchiata di sangue e con lo sfiatatoio che gli usciva di sotto i calzoni stracciati.

Questi racconti scritti con lo stile raffinato “sintetico  e serrato” pongono il nostro autore accanto al Pirandello delle novelle, accanto al Verga ed a Sciascia che tanti racconti ci ha lasciato come “Gli zii di Sicilia” o Arrivano i nostri ed altri.

Ed a proposito dei pochi consensi di cui parla l’autore noi vogliamo  ribadire il concetto che Russello non è stato un intellettuale organico e quindi non ha mai goduto di appoggi lobbistici che aiutano ed hanno aiutato tanti ad avere fortuna per poi  cadere nel dimenticatoio eterno.

Russello in vita fu notato e recensito da critici di valore come Sciascia che ne parlò sul giornale L’ORA di Palermo, o Mario Gorini che ne scrisse su La fiera letteraria e da altri di cui non abbiamo conoscenza.

Arrivò al Campiello e il suo libro Giangiacomo e Giambattista fu definito un piccolo capolavoro.

A Russello mancò l’aiuto di una grande casa editrice e gli appoggi della grande stampa che non comprese appieno lo scrittore siculo-veneto.

Ma oggi la riscoperta urge ed il mondo letterario  reclama la ripubblicazione delle sue opere edite e la pubblicazione delle opere che non hanno visto la luce anche se alcune sono state rifiutate dall’autore per diverse ragioni. Questo rifiuto lo dobbiamo esaminare noi lettori per avere una idea completa dell’opera letteraria di Russello che sicuramente sarà ricordato come uno scrittore tra i più significativi del secondo novecento.

Agrigento, lì 9.2.2004

Gaspare Agnello