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Pubblichiamo una nota di Gaspare Agnello del 10 aprile 2002 relativa ai libri di Carmine Abate “ La moto di scanderbeg” e “Tra due mari”. Carmine Abate ha vinto il Premio Racalmare nel 2001 sotto la presidenza di Vincenzo Consolo che lo propose alla giuria popolare.

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La Moto di Scanderbeg

“Ah voi italiani, tutti scrivete libri. Da voi ci sono più scrittori che lettori”. Queste parole dice il direttore di una televisione tedesca a Giovanni Alessi, il protagonista de  “La moto di Scanderberg”.

E, in mezzo a tanti scrittori, doverne premiare uno che sia un vero letterato è un’impresa davvero ardua e, certe volte, impossibile.

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Eravamo nell’anno 2000 e dovevamo scegliere il vincitore del premio letterario Racalmare città di Grotte; il Presidente onorario Vincenzo Consolo ci segnalò cinque scrittori tra i quali la Giuria locale avrebbe dovuto scegliere il vincitore. Non feci fatica a capire che Consolo avrebbe voluto premiare il libro di Carmine Abate, ma le cose andarono diversamente.

“La moto di Scanderbeg” e lo stile letterario di Abate erano rimasti impressi nel mio cervello perché ho scoperto un modo nuovo di racontare il Sud e il fenomeno della emigrazione, il dramma del ‘destierro’ e il tentativo, non facile, dei giovani del Sud di diventare cittadini d’Europa.

Per l’edizione del 2001 del Premio Racalmare proposi timidamente di premiare Carmine Abate con “La moto di Scanderbeg” e la proposta fu accolta immediatamente con la grande gioia di Vincenzo Consolo che scrisse la seguente motivazione.

“Nell’attuale panorama, in cui emergono divagatori e consolatori generi d’intrattenimento, sentimentalistiche e private vicende acritiche “neo naturalistiche” restituzioni di cannibalesche violenze insite nella nostra società, il romanzo di Abate si distingue per la visione civile del mondo, per l’impegno della memoria, per l’originale scrittura, per lo scarto metaforico proprio di ogni vera opera letteraria”.

E il libro “La moto di Scanderbeg”, ed. Fazi, si è rivelato veramente un’opera letteraria per la forma narrativa, per il costrutto e per il grande significato del racconto.

Nel libro aleggia la storia del mitico Scanderbeg del  ‘Tempo Grande’ che, in Albania, lottò contro l’invasione turca e la storia del vecchio Alessi, soprannominato Scanderbeg che affronta le lotte contadine per la riforma agraria e vive il sogno comunista di una società nuova nella quale dovevano prevalere l’uguaglianza e la giustizia; sogni che, per Alessi, si infrangono in un burrone. Svaniti i sogni ognuno dovrà confrontarsi con la realtà e con i problemi che essa comporta.

Giovanni, figlio del vecchio Scanderbeg, è un giovane meridionale che affonda le proprie radici nella cultura albanese, che non riesce a vivere nella sua terra di Calabria ma che non riesce a mettere radici ben salde in altre parti d’Europa. Lascia la sua Calabria e tenta di diventare cittadino d’Europa e in questo tentativo vive un grande travaglio interiore, il travaglio del ‘destierro’, di sciasciana memoria, e cioè di colui che  viene estirpato dalla sua terra e ripiantato altrove.

La sua fidanzata Claudia gli dice: non ne posso più di vederti nuotare in questo mare di storie ammuffite. Hai la testa attaccata all’indietro. Devi cancellarlo questo passato catarroso che ti soffoca, fare tabula rasa una buona volta, come ho fatto io, via via tutto cancellato”.

Ma cancellare la memoria diventa difficile o addirittura impossibile e Giovanni, dopo la morte della madre, fugge da Hora con la sua moto guzzi dondolino, che ha ereditato dal padre, verso il nord per ignoti destini e per diventare cittadino d’Europa con tutte le storie che ognuno si porta dietro.

E in Alessi certamente ritroviamo Carmine Abate che a un giornalista che lo intervista sulla sua anagrafe o meglio sulla sua identità di calabrese, di albanese, di germanese, di trentino, così risponde: “No, no mi sento Carmine Abate cioè un uomo che ha in sé tutti i pezzi dei mondi in cui è vissuto e sotto i piedi tante radici, vecchie e nuove. Rinunciare a delle parti di me per un’unica identità tranquillizzante mi sembra assurdo. Meglio mantenere un’identità frammentaria, con le sue mille storie, i suoi sguardi molteplici ed ibridi, i suoi mari”.

Tra Due Mari

E, a distanza di più di due anni, Carmine Abate ci porta appunto “Tra due mari” per continuare il suo vecchio discorso in termini nuovi e più moderni. Via la nostalgia che fa perdere di vista il presente e il futuro.

Anche in questa nuova fatica letteraria, che ha visto la luce per i tipi della Mondadori, c’è un vecchio, eroico e battagliero che impersona la tenacia dell’uomo del Sud che vuole vincere contro tutti e contro tutto: Giorgio Bellusci che ha un sogno che vuole realizzare per ricollegarsi al passato e quindi alla memoria che mai può morire e proiettarsi nel futuro che rappresenta la speranza della vita che dovrà trionfare se non vogliamo tutti perire.

Parlare in poche righe del libro “Tra due mari” è impossibile perché si rischierebbe di ingannare il lettore della recensione perché la storia non è una ma sono tante e quelle secondarie certamente sono le più importanti e significative.

Il vecchio Giorgio Bellusci, per seguire una tradizione di famiglia, vuole ricostruire il fondaco del fico dove soggiornò Alessandro Dumas e per realizzare questo sogno sfida la ndrangheta, si ribella al pizzo, è costretto a uccidere e andare in carcere, ma nulla impedisce a Giorgio Bellusci di realizzare il suo sogno a costo della sua vita e la sua volontà riesce a riportare a Roccalba il nipote germanese Florian che abbandona la natia Amburgo per ripiantarsi nella terra dei padri per gestire il Fondaco del Fico e sposare la solare Martina.

L’intreccio del romanzo è così vario e così ricco che veramente è impossibile dare al lettore un’idea vera della trama del libro, perché la storia di Giorgio Bellusci si  intreccia con la storia del fotografo Hans Heumann, cittadino del mondo, e l’intreccio non è di quelli predisposti a tavolino, ma vero, insomma non voluto artificiosamente.

Hans ha un figlio che lavora in una banca in Germania, mentre Giorgio ha una figlia che ha studiato lingue e che riceve un incarico di insegnamento ad Amburgo. Rosanna va ad Amburgo e s’incarica di portare i saluti del padre Giorgio al fotografo e invece trova il figlio Klaus che si invaghisce della giovane calabrese e la sposa.

Nascono Florian e Marco che sono germanesi di Amburgo ma che sono costretti a fare la spola periodicamente tra Amburgo e lo sperduto paese di Roccalba che è situato tra due mari lo Jonio e il mar Tirreno.

E qui il protagonista del libro diventa Florian che il nonno Giorgio predilige e che coinvolge nel suo disegno cocciuto di ricostruire il Fondaco del Fico.

“Se qualcuno mi ferma, disse in modo solenne il nonno a Florian, promettimi che tu porterai a compimento il mio progetto. Sì…se devo…te lo prometto, disse il nipote”.

Il vecchio Giorgio comprendeva gli amorazzi del nipote e gli ripeteva: se trovi una cervella infilzala, infilzane più che puoi, se no dopo te ne pentirai.

Alla fine il sole cocente di Roccalba, le spiagge bellissime della Calabria, il seno turgido e trepidante di Martina, la caparbietà di nonno Giorgio, strappano Florian alle brume germanesi per ritornarlo alla terra degli avi. (Chissà se sarà possibile un grande ritorno di tutti alla terra degli avi? E’ impossibile).

Tutti gli altri personaggi sono di contorno come Klaus, padre di Florian, zia Elsa e zio Bruno e la stessa Rosanna figlia di Giorgio Bellusci e madre di Florian.

Ora si può pensare che questo libro abbia voluto raccontare una storia di ndrangheta dove non si sa con certezza se vince la ndrangheta o la volontà di Giorgio Bellusci di realizzare il suo sogno che in fondo è il sogno di tutti gli uomini del sud. Può essere, ma fino a un certo punto perché c’è la storia di Florian che si lega a quella di Giovanni Alessi del libro “La moto di Scanderbeg”.

Qui non c’è una storia di emigrazione, di nostalgia, di passati catarrosi da eliminare, di sradicamenti. C’è un asse Amburgo – Calabria che si vive senza drammi anzi nella massima normalità.

Una figlia, due nipoti, un genero che vivono ad Amburgo e tornano in Calabria per gustare le bellezze del luogo e scoprire il calore di una famiglia antica.

Alla fine vince la Calabria con il suo sole, con il suo mare, con le sue donne, con il suo lavoro nuovo che s’impone contro tutti e contro tutto.

Vince il nuovo lavoro, l’imprenditorialetà anche contro la ndrangheta e questo è un grande messaggio positivo che Abate manda al mondo e ci ricorda Leonardo Sciascia a cui, nel terrazzo di contrada Noce, abbiamo rimproverato il suo ostinato pessimismo. E Sciascia ci rispose che un uomo che scrive, per lo stesso fatto di scrivere, non può essere pessimista.

Abate non ci vuole dare nessuna lezione perché altrimente il suo libro diventerebbe didascalico, ma ha voluto raccontare una storia come tante e in essa si intrecciano i nostri problemi, i nostri sentimenti, le nostre tragedie.

Lo ha fatto con mestiere, usando una lingua perfetta e piana, intrisa di qualche frase tedesca e di tante parole meridionali “bonazza”, “ammuccia”, “puttaniando” e così via, che danno un senso più vero al racconto.

Concludiamo queste notazioni dicendo che Carmine Abate si è rilevato scrittore di razza che ha saputo produrre opere letterarie che certamente resisteranno al tempo perché ha saputo raccontare il nostro tempo, i nostri sentimenti, le nostre problematiche con uno stile impareggiabile.

Agrigento, lì 10.4.2002

Gaspare Agnello

P.S. Dalle cose che abbiamo scritto circa 11 anni addietro era facile prevedere che Abate avrebbe raggiunto vette altissime tra cui il CAMPIELLO.