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A Grotte (AG) sarà ricordato il 120° anniversario del Congresso dei Fasci dei Lavoratori che si tenne, appunto, a Grotte il 12 ottobre 1893 sotto la presidenza dell’Avv. De Luca, politico agrigentino e con la presenza dei massimi dirigenti dei Fasci siciliani. A quel congresso parteciparono circa 1500 lavoratori.

L’iniziativa è della CGIL di Agrigento col suo segretario Massimo Raso e del Comune di Grotte con il Sindaco Paolo Fantauzzo.

Parleranno dei Fasci e del Congresso di Grotte:

Giuseppe Carlo Marino Professore Emerito dell’Università di Palermo,

Magistrato Rino Messina, autore del libro “Il processo imperfetto” edito da Sellerio (recensione e mia video intervista)

Antonio Riolo Dirigente centrale della CGIL

Dottoressa Franca Costanza autrice di una tesi di laurea

– Direttore scientifico della manifestazione è Gaspare Agnello.

La mattina alle ore 9.00 di Sabato 12 Ottobre a Grotte,  gli illustri relatori avranno un incontro con gli alunni delle scuole medie con la presidenza del Dirigente Scolastico Ing. Santino Lo Presti.

Alle ore 16, nell’atrio del Palazzo comunale di Grotte, avrà luogo un convegno sul tema: I FASCI DEI LAVORATORI E IL CONGRESSO DI GROTTE.

Saranno presenti i Sindaci dei comuni siciliani e i dirigenti sindacali dei centri che sono stati protagonisti di quello storico ed eroico evento, oltre alla deputazione provinciale.

Il Dr. Salvatore Bellavia curerà gli interventi artistici.

Nei corridoi del Palazzo comunale saranno esposti attrezzi di lavoro del tempo e la mostra “Pirandello e lo zolfo” a cura della Biblioteca museo Luigi Pirandello.

Con questa manifestazione la CGIL e il comune di Grotte intendono ricordare quanti si sono sacrificati per una società migliore e rilanciare LA QUESTIONE MERIDIONALE che è stata tolta dall’agenda della politica italiana.

Ci auguriamo che cittadini e forze sociali vogliano essere presenti alla manifestazione che tende a segnare un punto di orgoglio della Sicilia onesta che vive di lavoro e di sacrifici.


Aggiornamento del 15 ottobre 2013. Video dell’evento realizzato da Associazione Culturale “Punto Info” e gentilmente concesso in esclusiva al blog GaspareAgnello.it. Buona visione:


Evento su Facebook qui. | Di seguito Locandina e programma dei lavori (cliccate per ingrandire).PIEGHEVOLE FASCI-01

PIEGHEVOLE FASCI-02

Il Congresso di Grotte e i Fasci dei lavoratori

Alla fine  del 1800 le condizioni dei lavoratori in Italia e specialmente in Sicilia, dove il feudalesimo ancora non era stato debellato, erano veramente drammatiche.

Già nel 1848 Marx e Enghels avevano compreso il problema e avevano pubblicato il Manifesto del Partito Comunista.

La Chiesa, con tantissimi anni di ritardo, capì che esisteva una questione sociale e con Leone XIII pubblicò l’Enciclica “Rerum Novarum” con la quale ha inizio la  scrittura della dottrina sociale del cattolicesimo.

Nel 1891 sorgeva a Bologna la Federterra e nel 1892 a Genova si costituiva il Partito Socialista dei Lavoratori.

In questo clima e, forse, lievitata da questi grandi fermenti europei e italiani, la Sicilia esplode con la creazione dei Fasci dei Lavoratori che ebbero vita dal 1891 a 1894, allorquando furono repressi dal Presidente del Consiglio siciliano Francesco Crispi che il 4 gennaio 1894 decretò  lo stato d’assedio e mandò a reprimere il movimento dei lavoratori, il Generale Morra di Lavriano. La repressione causò circa 100 morti, centinaia di feriti, 3500 arresti e 1000 lavoratori inviati al soggiorno obbligato.

E’ da dire che i fasci sono nati spontaneamente e non avevano nessun riferimento politico.

In prima battuta anche i socialisti non avvallarono il movimento anche se tutti i suoi dirigenti erano socialisti e alcuni di essi divennero, poi, deputati del Partito Socialista.

In Sicilia si costituirono ben 175 fasci con circa 70.000 aderenti che erano contadini, braccianti, minatori e artigiani.

Vi furono grandi scioperi in tutta l’isola per chiedere migliori condizioni di vita sia nelle campagne che nelle miniere dove le condizioni di lavoro erano assolutamente bestiali e di sfruttamento totale.

I contadini tenevano i terreni a mezzadria e quasi tutto il raccolto andava ai proprietari terrieri, nelle miniere si lavorava in condizioni sub umane con paghe di fame e con padroni rapaci che rubavano ai cottimisti costruendo una cassa più grande di quella legale (la cassa serviva a misurare il materiale estratto in base al quale si pagava il lavoratore).

Nelle miniere lavoravano anche i ‘carusi’ che venivano dai genitori venduti ai picconieri con il contratto del ‘soccorso morto’ per una cifra di 100 o 200 lire all’anno che consentivano ai padri di famiglia di sfamare gli altri figli.

Ma il ragazzo diventava schiavo del picconiere ed era costretto, per dodici ore al giorno, a salire le scale  terribili delle miniere con sulle spalle ‘lu stirraturi’ pieno di pietre di zolfo. E così sputava letteralmente sangue e la sua colonna vertebrale si torceva.

Intorno al 1868 nelle miniere di Grotte lavoravano 314 carusi al disostto dei 14 anni, nel 1870 351 carusi.

Nel 1878 nelle miniere di Grotte lavoravano circa 710 unità lavorative e questo ci dice che l’industria zolfifera per quersto centro era di primaria importanza.

L’11 febbraio 1886 il Parlamento approvò una legge con la quale si vietava l’uso dei ‘carusi’ nelle miniere ma lo sfruttamento continuò l stesso.

Alla visita di leva la maggior parte dei giovani zolfatari veniva dichiarata inidonea perché già a venti anni il loro fisico era logorato.

Nel 1880 dei 99 iscritti nella lista di leva del comune di Grotte  52 esercitavano il mestiere di solfataro e di questi soltanto 24 furono dichiarati abili alla leva militare.

Tanti erano gli incidenti mortali che si verificavano all’interno delle miniere. Noi abbiamo notizie di due vittime nel 1871 nella miniera Burgio- Quattrofinaite e di un morto e quattro feriti nella miniera Montagna. Tantissimi furono i morti e i feriti per le condizioni di insicurezza in cui erano tenute le miniere.

Le miniere venivano date in affitto ai gebelloti e il canone di affitto (estaglio) era esoso e arrivava al 30% del prodotto o addirittura del 45% per cui il gabelloto si rifaceva sui lavoratori e aumentando la grandezza della cassa.

Non meglio stavano i contadini che venivano soffocati dal canone di affitto che dovevano pagare ai proprietari terrieri.

Tutto questo disastro economico e sociale portava i lavoratori a ubriacarsi nelle taverne dei paesi dove l’alcol era diventato una piaga sociale.

La follia era di casa in questi centri così duramente affamati. Nella regia casa dei matti di Palermo i ricoveri dei matti provenienti dalla provincia di Agrigento si contavano a decine e i malati erano maschi e donne.

Con queste condizioni economiche e sociali e con i venti nuovi che spiravano in Europa e in Italia, gli operai, i contadini, i braccianti, gli artigiani, sentirono spontaneo l’esigenza di associarsi per chiedere migliori condizioni di vita e di lavoro.

Nacquero così i fasci dei lavoratori che riuscirono a coinvolgere più di 70.000 persone che costituirono 177 fasci in tutta la Sicilia.

Il fascio di Grotte fu fondato il 17 dicembre 1892 con 500 soci e fu presieduto da Giovan Battista Castiglione. Era il terzo della provincia di Agrigento dopo quello di Agrigento e di Favara e il diciannovesimo tra tutti i fasci della Sicilia.

Vi confluirono soprattutto un gran numero di zolfatari seguiti da contadini, braccianti e tantissimi artigiani considerato che nel paese esistevano tanti piccoli opifici quali concerie, pastifici e altri che facevano sedie, fiammiferi, sapone.

E’ da dire che a Grotte esisteva una grande tradizione garibaldina, mazziniana e anarchica-massonica che hanno avuto come protagoniste le famiglie Monreale e Ingrao da cui ebbe origine la storia di Pietro Ingrao il cui nonno aveva capeggiato una rivolta mazziniana nel1868 finita nel sengue.

In virtù di questi trascorsi a Grotte esiste una via intitolata a Bruto e non esiste un via intitolata a Cesare.

A Grotte nel 1873 ci fu uno scisma religioso capeggiato da padre Sciarratta e a cui aderirono ben 13 sacerdoti dei 16 che  officiavano nel paese e a seguito di questo scisma fu fondata una chiesa Valdese che è stata tra le più importanti di tutta la Sicilia e a cui si appoggiarono i fascianti del paese.

Del fascio dei lavoratori abbiamo pochi documenti perché tutto è stato perduto dopo la dichiarazione delo stato d’assedio e le conseguenti persecuzioni che finirono con arresti e confino di polizia per i dirigenti, comunque molto si è potuto ricostruire grazie ai documenti di polizia, a QUANTO CI è STATO TRAMANDATO E A QUELLO CHE SI è TROVATO NEI VARI ARCHIVI TRA CUI BISOGNA CITARE LA TAVOLA VALDESE DI Torre Pellice.

Nel fascio di Grotte confluì la Società operaia di Mutuo Soccorso sorta nel 1892 e il circolo “Savonarola” fondato dall’ex prete Stefano Di Mino, già convertito al valdismo. Il circolo ‘Savonarola’ assorbì parte dei soci dell’altra società operaia “Verità e Giustizia”, nata nel 1876 pure con finalità di mutuo soccorso e avente al suo seguito 200 associati. Questa società era stata fondata dal sacerdote Di Mino.

Nelle sedi dei fasci campeggiavono i ritratti del Re e della Regina e le immagini sacre. I fascianti di Grotte erano devoti di san Rocco e della Madonna delle Grazie che ancora oggi vengono festeggiati dalla comuniutà locale.

Secondo la RELAZIONE del Direttore Generale di Pubblica Sicurezza Sensales, inviato in Sicilia da Giolitti, il Fascio di Grotte “promosse varie imponenti dimostrazioni, non senza qualche disordine. Fu pericoloso per l’ordine pubblico”, ma non s’occupò- a suo parere- “ né di miglioramento intellettuale né di miglioramento economico degli operai, ma di creare imbarazzo al Minicipio”.

Questa fu anche la tesi della grande stampa borghese italiana che ceercò di delegittimare l’opera progressista dei fasci.

Il fascio di Grotte, invece fu operoso e si battè per migliorare le condizioni di vita nelle miniere e nelle campagne.

I suoi componenti seguirono la corrente ideolgica di Garibaldi Bosco che il Labriola definì “la testa pensante” di tutto il movimento socialista siciliano. E così il fascio di Grotte il 9 ottobre 1893 aderì al Partito Socialista dei Lavoratori.

Il 21 maggio 1893 il fascio di Grotte fu rappresentato al congresso socialista di palermo da Rinaldo Di Napoli e Giovanni Bertarelli.

Nel mese di Luglio 1893 si registrarono agitazioni a Canicattì e a Grotte e le miniere del gruppo “Bruscamento” restarono chiuse, mentre limitata fu l’attività del gruppo “Sinatra”.

Il 24 settembre sempre del 1893 una rappresentanza di Grotte si recò a Palermo dove si tenne una assemble di 40 fasci che temevano il loro scioglimento.

In ottobre la provincia di Agrigento fu scossa da sommovimenti che si verificarono a Casteltermini, S.Stefano Quisquina, Cattolica Eraclea, Caltabellotta, Ribera, Aragona, Grotte.

A Grotte, la crisi delle miniere, portò a due giorni di sciopero il 5 e il 6 ottobre. Cinquecento persone, sostenute dalle donne, scesero in piazza per reclamare l’aumento dei salari. Tra gli scioperanti si notarono le presenza di piccoli gabelloti di miniere che chiedevano l’istituzione di magazzini generali che li ponesse al sicuro dalla spoliazione degli usurai.

In questa occasione imponente fu lo spiegamento delle forze dell’ordine che si concluse con l’arresto di sei manifestanti er la denunzia di 19 fascianti.

Alcuni giorni dopo il fascio di Grotte fu visitato da Garibaldi Bosco e De Felice Giuffrida e da altri presidenti dei fasci della provincia che predisposero i lavori del Congresso minerario che il 12 ottobre si svolse dopo una campagna di sensibilizzazione condotta nei paesi minerari e non.

Alla vigilia del congresso De Felice parlò a Grotte sulla questione sociale in Sicilia che venne pure illustrata sulle colonne del Giornale di Sicilia. Si sottolineò, tra l’altro, che il Governo non poteva eludere i problemi dei minatori siciliani che erano 33.171.

Il Congresso Minerario, aperto nella sede del fascio, fu presieduto dall’Avvocato Francesco De Luca, uno dei capi del movimento operaio e contadino della Sicilia che, poi, subì la galera e fu anche eletto deputato.

A Grotte giunsero circa 1500 persone e la richiesta principale fu quella che “La proprietà del sottosuolo diventasse collettiva”

I piccoli gabelloti di zolfara lamentarono di essere sfruttati dai proprietari giacchè questi esigevano il 25/ 30%  sul prodotto netto. Fu ribadita l’opportunità che il Governo istituisse dei magazzini generali e che il Parlamento votasse una legge per l’espropriazione del sottosuolo o almeno per la riduzione del 10% della parte del prodotto da destinare ai proprietari.

Significativa la richiesta di riduzione dell’imposta fondiaria e di apertura di banche di credito minerario.

Contro lo sfruttamento selvaggio del picconiere sul caruso fu chiesta la sostituzione del “socorso morto” tradizionale con un salario settimanale da pagarsi dai proprietari. A vantaggio dei carusi fu votata, inoltre, la proposta di elevare a 14 anni l’età minima per lavorare all’interno delle miniere e di uniformare LA CASSA DI MISURAZIONE dello zolfo estratto. Per il picconiere fu chiesto un salario di 37 lire.

Come si vede da queste delibere il fascio di Grotte non aveva intenzioni eversive, ma volevano solo migliorare le condizioni di vita dei poveri lavoratori.

Il 31 ottobre 1893 il deputato Colajanni volle visitare il fascio di Grotte. Egli seguiva le sorti dei fasci nel timore che il Governo potesse adottare la mano dura come in effetti avvenne.

Anche Luigi Pirandello nel suo libro “I vechi e i giovani” scrisse del fascio di Grotte e di una candidatura alla Camera dei Deputati sorta in quel centro. Così scrive Pirandello: “Era sorta improvvisamente, negli ultimi giorni, ma certo preparata in segreto da lunga mano, la candidatura d’un tale Zappalà di Grotte, perito minerario: candidatura esplicitamente dichiarata come di protesta e d’affermazione dei lavoratori delle zolfare e delle campagne della provincia, già raccolti in fasci…

…a un certo punto, quando arrivò il telegramma da Grotte che era uno dei maggiori centri zolfiferi della provincia con l’esito della votazione quasi unanime per lo Zappalà, parve che costui dovesse finanche contender seriamente la vittoria al Capolino ed entrare in ballottaggio…”

E ancora Pirandello nello stesso romanzo ci descrive cosa accadeva a Girgenti nei mesi in cui si istruiva il processo ai fasci nel tribunale di guerra di Caltanissetta: “…s’affollavano i paesani zotici di Grotte o di Favara, di Racalmutoo o di Raffadali…venuti per testimoniare o per assistere i parenti carcerati…” (lo sculture che ha fatto la statuta di Pirandelo a Porto Empedocle lo ha calzato con un paio di scarpe da zotico).

Il 15 dicembre 1893 Crispi successe a Giolitti alla guida del Governo. Diede subito incarico all’On. Colajanni di accorrere in Sicilia per monitorare la situazione facendo presente che non avrebbe dichiarato lo stato d’assedio.

Non fu così, infatti, mandò in Sicilia il Generale Morra di Lavriano dichiarando lo stato di assedio.

Il 3 gennaio 1894 il generale Morra  scioglie i fasci dei lavoratori. Nella provincia di Agrigento vengono arresti 275 fascianti e la repressione fu dura e mostruosa generando morti, feriti, arresti e confino di polizia.

Tutto questo non spense le manifestazioni degli zolfatari, affamati dalla chiusura delle miniere e nel giugno 1894 si attuò uno sciopero al quale parteciparono circa 500 persone.

Nell stesso anno convennero a Grotte 3000 zolfatari dei vicini centri minerari che chiedevano lavoro e aumento dei salari. L’ultimo scioperò durò 39 giorni.

A Grotte non si ebbero morti perché probabilmente la Chiesa Valdese, a cui si appoggiarono i fascianti, consigliò prudenza. Un discorso a parte merita la storia del valdismo di Grotte che si collega alla storia dello scisma religioso del 1873.

Ma Crispi diffamava i fasci facendo capire che erano al soldo di stati stranieri e che volevano distruggere lo stato borghese.

Viene intentato un processo che lo storico e Giudice Rino Messina definisce imperfetto ma che noi chiamiamo mostruoso perché emise condanne terribili nei confronti dei dirigenti dei fasci:

Giuseppe De Felice Giuffrida è condannato a 18 anni di reclusione, Petrina Nicolò a 3 anni, Benzi Gaetano a 2 anni, Bosco, Verro e Barbato a 12 anni ciascuno, Giacomo Montalto a 10 anni e Pico Antonino a 5 anni. Bosco, Verro, Barbato e Montalto sono condannati anche all’interdizione perpetua dei pubblici uffici, mentre a Pico viene inflitta la interdizione temporanea.

La sentenza è rapidamente confermata in Cassazione.

Il 18 Agosto 1894 è revocato lo stato d’assedio, mentre il 13 marzo 1895  il detenuto Bosco è eletto deputato e il 14 marzo 1896 il Governo del marchese siciliano Di Rudinì concede l’amnistia per i fatti di Lunigiana e di Sicilia.

Il 9 settembre 1894 a Napoli Francesco Crispi pronuncia queste significative parole:

“La società traversa un momento…critico. Oggi più che mai sentiamo la necessità che le due autorità, la civile e la religiosa, procedano d’accordo, per ricondurre le plebi traviate sulla via della giustizia e dell’amore. Dalle più nere latebre è sbucata una setta infame, che scrive sulla bandiera: Né Dio, né Capo. Uniti oggi…stringiamoci insieme a combattere questo mostro e scriviamo sul vessillo con Dio, col Re e per la Patria”.

I fascianti di Grotte e della Sicilia non avevanp costituito una setta infame ma una forma di organizzazione sindacale per dare dignità al lavoro e ai lavoratori.

Gaspare Agnello

N.B. La maggior parte di queste notizie sono tratte dal libro del Prof.Calogero Valenti: “ GROTTE – origini e vicende storiche”