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La giuria del premio letterario Racalmare L. Sciascia città di Grotte ha attribuito la vittoria della XXV edizione al libro di Fabio Stassi “L’ultimo ballo di Charlot” con un voto quasi plebiscitario.

In effetti il libro di Stassi è un’opera poetica in cui l’autore immagina  che Charlot chiede alla morte di prolungare la sua vita per poter vedere crescere il figlio che è ancora piccolo. E lo fa come Sherazade. Nel frattempo scrive una lettera al figlio per raccontargli la sua vita difficile che ha potuto sopportare con il buonumore e con il sorriso.

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A Fabio Stassi, che è finalista al Campiello, abbiamo posto alcune domande in relazione alla sua opera e alla sua concezione della vita.

D. “L’ultimo ballo di Charlot. Come nasce questo libro così originale? Chi gli ha dato l’ispirazione?

R. Volevo raccontare la nascita del cinema in chiave fantastica: il cinema che nasce come risarcimento che gli uomini strappano alla morte, la possibilità di continuare a rivedere le persone a cui hanno voluto bene. Per molto ho cercato un personaggio che potesse incarnare questo tema, poi è arrivato Chaplin e ogni cosa è andata al suo posto.

D. Certamente si è ispirato, per quanto attiene l’impostazione della sua narrazione, alla storia di Sharazade.

R.Raccontare è prolungare la vita, protestare anche contro il destino dell’uomo ma alla fine accettare la mortalità: Sharazade è la madre di tutti i narratori.

D. Il suo libro vuole incitare a vivere la vita con leggerezza e con una grande dose di buonumore?

R. Volevo scrivere una storia positiva, come diceva Eminquway, la storia di un padre che non nasconde al figlio cos’è la vita, di quanto dolore sia fatta, eppure quello che gli dice è di non smettere di desiderare, di sperare, che si può stare al mondo con la leggerezza di un funambulo.

D. Basta un sorriso per allontanare la morte o il dolore della vita?

R. Ridere è un’arte. La comicità di Chaplin è una comicità che lui definisce mancina. Un riscatto, la rivincita dei deboli sui prepotenti. Sì un sorriso allontana il dolore e sostiene molte cose.

D. Ritiniene che l’umanità sia un insieme di ‘vagabondi’ che lottano per vivere e per combattere la miseria?

R. Forse è la solidarietà tra i vagabondi che bisogna cercare, il senso di appartenere tutti alla stessa specie, al genere umano perduto, diceva Vittorini.

La miseria, dice Charlot. Nel suo libro, è il vero trauma della vita.

R. Sì lui dice che se ce l’hai alle spalle ce l’hai sempre davanti, la miseria. E’ contro la miseria che bisogna lottare, sempre ricordarsi che è la prima delle ingiustizie.

D. L’uomo, si sostiene nel suo libro, tende alla perfezione ma al contrario la va perdendo andando avanti con gli anni. E l’imperfezione produce comicità.

R. Una volta ho sentito Saramago dire che bisogna arrendersi all’imperfezione. L’imperfezione, le mancanze possono essere delle grandi porte per la sensibilità. Attraverso l’imperfezione ci si può riconoscere simili, come nel circo, dove non conta e si è tutti uguali.

D. I libri sono pieni di cose, dice lei, ma per estrarle bisogna trattare ogni capitolo come se fosse uno scantinato e un solaio. Noi abbiamo letto il suo libro e vi abbiamo trovato tante cose, tante verità sulla nostra vita.

R. I libri sono larghi diceva Jorge Amado. Sono case, tendoni di circo, carovane. Sono abitati, più capienti di una valigia.

D. Mai arrendersi: bisogna insistere, affrontare il lungo viaggio con caparbietà per trovare quello che si cerca.

R. Sì perseguire…C’è un libro di Cortazar su Charlie Parker che si chiama ‘Il perseguitore’. Forse non c’è uno scopo, lo scopo è la ricerca.

D. E poi mai cedere alla disperazione o alla fine. Basta un sorriso per continuare.

R. La disperazione è un veleno che può portare alla depressione. Forse bisogna considerare anche la disperazione degli altri per dare meno peso alla propria. L’Italia è diventato un paese triste, frustrato. Non si ride più, non si balla più.

D. Il suo stile tende alla poesia. E’ Charlot che ha reso poetica la sua prosa o uno stile da lei cercato?

R. Lavoro molto sulle parole. Ho imparato da uno zio, che era ciabattino, E’ il lavoro di un artigiano, ci vuole pazienza. Ma non c’è gioia più grande quando si ha la fortuna di trovare la parola giusta per dire quello che si voleva dire.

Grotte lì 1.9.2013

A cura di Gaspare Agnello