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Leda Melluso ritorna nelle librerie con il suo nuovo romanzo “la favorita” edito da Piemme, che racconta la storia di una donna vissuta nel 1500.

Noi, conoscendo il modo di raccontare della Melluso e la sua capacità di entrare nella storia ed uscirne per raccontarne fatti e misfatti con molta libertà, ci siamo subito immersi nella lettura del libro.

Non ce ne siamo pentiti perché siamo stati condotti in un secolo terribile, specialmente per la Sicilia dove l’Inquisizione era doppia perché operava quella spagnola e quella della chiesa siciliana e chiunque poteva cadere nelle maglie di questo meccanismo che triturava le coscienze e i corpi  degli uomini.

La Melluso ci racconta la vita di Isabella la Castigliana però, leggendo il libro, ci si accorge che non è solo Isabella la protagonista dell’opera ma tantissimi altri personaggi del tempo quali il vicerè di Sicilia Marco Antonio Colonna, la moglie Donna Felice Orsini, Don Cesare Gallo l’amante di Isabella, la Baronessa Eufrosina Corbera moglie di Don Galcerano e amante del vicerè, Colloca il mafioso, Diego Haedo l’Inquisitore e tantissimi altri personaggi tipici di quel  secolo terribile.

Il centro della vicenda è la corte siciliana, i vicoli malfamati di Palermo e soprattutto la Bocceria, il Nord Africa dei pirati, la Spagna di Filippo II.

Le avventure dei personaggi sono tali e tante e così terribili e complicate che si può pensare di trovarsi dinanzi a un feuilleton di stampo popolare costruito con arte e a lieto fine per piacere al grosso pubblico.

Ma non è così perché da un’attenta lettura ci si rende conto che la scrittrice, anche se inventa personaggi, fatti e situazioni, vuole raccontare storicamente la vita di un secolo in una città capitale al centro del Mediterraneo con connotati terribili e sotto certi aspetti ancora attuali perché impediscono un sviluppo normale della Sicilia che ancora non riesce a divenire una terra normale.

Nel periodo che interessa il romanzo, la Sicilia è governata dal vicerè  Marco Antonio Colonna, eroe della battaglia di Lepanto. Marco Antonio è mandato in Sicilia in virtù del suo eroismo manifestato a Lepanto e si adopera per cercare di cambiare le tragiche condizioni della Sicilia. Ma la Sicilia cambia lui che è travolto dalla passione per Eufrosina che, per fare l’amore con lui e per eccitarsi, vuole, nell’atto dell’amore, raccontati i fatti della battaglia di Lepanto, e qui la scrittrice scrive una pagina umoristica veramente da gustare.

E poi la corte di Palermo: “Mentre parlava, il vicerè osservava con occhio attento gli invitati. A Palermo ormai da due anni, non finiva mai di stupirsi di fronte al lusso ostentato e all’imitazione che i siciliani facevano del cerimoniale della corte di Madrid. Quell’inchino alla spagnola così marcato, il parlar ricercato pieno di metafore e l’adulazione eccessiva per conquistare la sua benevolenza! (sembra l’atteggiamento provinciale dei governanti italiani nei confronti di Obama).

Questo in apparenza, ma dietro gli intrighi, i tranelli, le notizie carpite e trasmesse subito in Spagna, i tradimenti e i salti acrobatici dei doppiogiochisti. Non era un ingenuo, lui abituato fin dalla nascita ai raggiri della corte pontificia e della sua stessa famiglia. Ma in Sicilia tutto avveniva in modo più strisciante e ovattato, condito dall’astuzia sottile del sangue multirazziale”. Questo è lo stesso atteggiamento che oggi domina lo stesso palazzo dei Normanni. Dopo 500 anni tutto resta come prima.

Il Vicerè trova anche un popolo particolare, i palermitani strani: “Bugiardi, astuti, lesti di mano e di cervello, sanguinari e inaffidabili, onesti e generosi. Che razza bastarda! Di tutto si poteva incontrare nell’isola e il contrario di tutto. C’era la rigidità dei popoli del nord mescolata alla doppiezza orientale, il sangue caldo spagnolo, la creatività dei greci, l’intraprendenza dei fenici. I dominatori non avevano solo depredato la Sicilia ma l’avevano anche arricchita di cultura e tradizioni. Per comandare un popolo così eterogeneo servivano una mente acuta, un cuore nobile, un animo sensibile, una mano di ferro”.

In Sicilia è veramente difficile governare. Marco Antonio Colonna aveva vinto a Lepanto, aveva sconfitto il colera ma ristabilire la legalità era cosa difficile se non impossibile. E Cesare Gallo gli dice: “La legalità in Sicilia? Una bella parola! Marco Antonio i siciliani non riconoscono il potere legalizzato, lo vedono come nemico da sempre. Nei secoli si sono mostrati così abili nel convivere con i loro conquistatori quanto nell’inventare la pasta con le sarde. A chi sarebbe venuto in mente di mescolare le sarde con il finocchietto i passolini e i pinoli, infine insaporire il tutto con lo zafferano?  I siciliani sono fantasiosi, riescono a mescolare anche i sapori più forti e diversi con effetti imprevedibili, figurati se possono o meglio se vogliono distinguere il bene dal male, la giustizia dal sopruso, la legalità dall’illegalità. Come dicono loro, le paste migliori sono quelle arriminate, girate e mescolate così come lo sono i poteri che tentano di governarli. Il potere in Sicilia, ricordatelo, è arriminato, un po’ di legalità e un po’ di illegalità. Nessuno è in grado di separare l’uno dall’altro….Hai sconfitto la peste ma sarà difficile combattere l’illegalità, una peste molto più pericolosa…”

Tra l’altro Marco Antonio doveva convivere con la mafia nascente che già nel 1500 operava in Sicilia come nel 1600 operava a Milano con i Bravi. “… Il mercato della Bocceria era l’unico luogo della città dove le guardie non mettevano piede. Era il regno di Geronimo Colloca, il malandrino più potente, più corrotto, più protetto di tutta l’isola. Lui era il re della Bocceria, lui amministrava la giustizia, concedeva privilegi, emetteva sentenze di vita e di morte con tacito consenso del Senato…” Però quando c’è stata la volontà del potere il Colloca è finito al rogo.

Un altro potere parallelo operava in Sicilia: la Santa Inquisizione che aveva sede nella fortezza del Castello a mare e poi nello Steri. L’inquisitore “Diego Haedo era onnipotente, protetto dal sovrano, legittimato dalla Chiesa e poteva sottoporre a tormento ‘ad arbitrium’ tutti coloro che erano sospettati di eresia o di altri crimini contro la religione.”

In questo contesto torbido e infido vive a Palermo  Isabella la Castigliana che si autodefinisce “una cortigiana, una bagascia: “Isabella era una di quelle donne che rubano gli sguardi agli uomini e li turbano senza volerlo. Una massa vibrante di capelli rossi che le scendevano fino alla vita… era più che bella, stupenda”. Era l’amante di Cesare Gallo, un bell’uomo di quarant’anni, il fisico robusto, il volto maschio dai tratti decisi, appartenente a una ricca e nobile famiglia, che aveva curato i rapporti con il re di Spagna, contribuendo in modo decisivo alla nomina di Marco Antonio Colonna, suo caro amico, come vicerè.

Isabella deve subire gelosie, bramosie, persecuzioni, violenze, stupri che hanno il sapore delle tragedie greche, rapimenti che arrivano al parossismo e tolgono il fiato al lettore che deve faticare a seguire le terribili vicende di questa donna che subisce le torture dell’inquisizione e delle sette sataniche da cui esce viva per la potenza del suo amante.

Il clima è simile a quello dei Beati Paoli e le avventure o disavventure ci ricordano anche Emilio Salgari; insomma la materia del romanzo è complessa e in esso si intreccia storia, leggenda e fantasia dell’autrice che è maestra in questo genere di letteratura, che va spigolando anche nei meandri del gossip piccante dei tempi andati, cosa che non guasta e dà sapore alla narrazione.

Come si può salvare la Castigliana in questo clima da tragedia? E’ facile accusarla di stregoneria e mandarla nelle segrete della fortezza a mare dove l’inquisitore, che forse o quasi certamente è suo padre, la violenta.

Cesare Gallo riesce a liberarla e a mandarla in Spagna ma i pirati la rapiscono e finisce in mano ad Hasan Pascià in Algeria  dove diventa schiava, assieme a Miguel Cervantes e al poeta Antonio Veneziano. E qui la scrittrice crea situazioni veramente accattivanti e trasforma Miguel in una specie di Sherazade che rinvia la sua esecuzione raccontando al suo re storie a puntate e con suspense:  “ Hasan Pascià pendeva dalla sua bocca nella speranza che il racconto non finisse mai. Ai suoi occhi Miguel appariva come il padrone del mondo perché viveva mille vite, tante quante le storie che conosceva. Ora era il Cid, ora Gano di Magonza ora Orlando, ora Rodomonte, ora Medoro mentre lui era solo e sempre il rinnegato Hasan Pascià senza patria, religione, onore.”  Anche tra i pirati, è la cultura che ha il sopravvento e l’incontro tra un grande scrittore e un grande poeta diventa un fatto simbolico di sfida alla barbarie.

La storia di Isabella non finisce qui perché le disavventure continuano in maniera drammatica, ma alla fine si ricongiunge a Don Cesare Gallo e assieme si ritirano dalla vita pubblica per vivere serenamente la loro vita familiare con i loro figli.

Ma agli uomini d’azione non è concesso il riposo che è considerato ‘rinuncia o vigliaccheria dell’anima’.

Bisogna ritornare nella mischia perché anche “i figli devono imparare a lottare…”

La vita è lotta, partecipazione, azione, battaglia e così bisogna viverla.

Questo è il nuovo libro di Leda Melluso che è impossibile classificare per la sua complessità. Certamente è un romanzo storico per l’ambientazione e per i personaggi di cui si parla, ma è anche un romanzo di fantasia storica, è un libro di avventura alla Salgari, è un libro d’amore, una tragedia greca e, perchè no, anche un feuilleton capace di attrarre il grande pubblico per le storie intriganti e piccanti E’ anche un libro di grande attualità perché tante situazioni del 1500 sono ancora attuali per cui possiamo trovare nel libro elementi importanti di sociologia per quello che rappresenta e ha rappresentato da sempre il potere.

La favorita è un libro molto interessante che va letto anche per capire, attraverso il passato, il nostro presente che, sotto certi aspetti, è ancora uguale perfino nei luoghi.

Agrigento, lì 3.4.2014

 

Gaspare Agnello