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di Rosalia  Centinaro Savatteri.
Leonardo Sciascia, in un’intervista del 1987, in cui gli si chiedeva quale dei suoi libri gli piacesse di più, aveva risposto che fino a qualche anno addietro avrebbe detto “Morte dell’Inquisitore”, invece ora  rispondeva che gli piaceva “ La scomparsa di Majorana” .Non è difficile cogliere il motivo di questa sua preferenza: i protagonisti delle due opere, pur diversi fra di loro, nei momenti cruciali della loro vita, tennero alta la dignità dell’uomo. Se “Morte dell’Inquisitore” l’aveva dedicato” ai  racalmutesi  vivi e morti di “tenace concetto”….:testardi, inflessibili, capaci di sopportare enorme quantità di sofferenza, di sacrificio”, La scomparsa di Majorana “potremmo dire che l’ha dedicata a tutti noi , all’umanità avviata a vivere contro un muro e, come diceva Camus, “vivere contro un muro è vita da cani. Ebbene gli uomini della mia generazione e di quella che entra oggi nelle fabbriche e nelle facoltà hanno vissuto e vivono sempre più come cani.”Aggiunge Sciascia “ grazie anche alla Scienza, grazie soprattutto alla Scienza”, perciò quella epigrafe posta in esergo alla”Scomparsa di Majorana”, tratta dal Minutario di Brancati:”O NOBILI SCIENZIATI, IO NON POSSO RISPONDERE AI VOSTRI  SFORZI CON QUALCOSA CHE SIA PIU’ DELLA MORTE!”. Il libro è scritto sotto l’impulso di una indignazione , suscitata dalla  rabbia e dalla paura”, dovute all’atteggiamento del fisico E.Segrè, che si era mostrato contento e soddisfatto di aver collaborato  alla costruzione della bomba atomica sganciata su Hiroshima , in un consesso in cui era presente anche lo scrittore. Sciascia sul giovane fisico E.Majorana, collega di Segrè nell’istituto di via Panisperna a Roma diretto da E.Fermi, aveva cominciato a scrivere tra il ’72 e il ’73, interrompendo la stesura del libro, per scrivere “Toto Modo” Riprende a scrivere, portando a termine l’opera, e vede specularmente se stesso , rivede la sua stessa rabbia, la sua stessa paura, la sua stessa pietà per l’umanità in pericolo. Una paura, uno sgomento che aveva spinto E.Majorana a scomparire , per rifiutare la scienza e con  essa la vita, perché in lui la scienza era la vita, come dice Sciascia: “la portava in sé,”….. “un segreto dentro di sé, al centro del suo essere, la cui fuga sarebbe stata fuga dalla vita.”

  • Ne “La scomparsa di Majorana” emergono altre note autobiografiche, intanto una somiglianza fisica. Scrive   Amaldi nella “Nota biografica”nel volume “La vita e l’opera di E.Majorana”(ACC.dei Lincei),descrivendo l’aspetto fisico del Majorana:”andatura  timida, quasi incerta, capelli nerissimi,  carnagione scura, occhi vivacissimi e scintillanti,….l’aspetto di un saraceno”. Pare di rivedere in questa descrizione L.Sciascia, il suo aspetto di un saraceno, a cui si aggiunge un cognome saraceno, che fino al 1860 si scriveva XaXa e si leggeva Scia Scia ,che voleva dire in arabo “ velo del capo “ , secondo Michele Amari. Sciascia trascrive nel suo  pamphlet un documento di Majorana . Si tratta di un curriculum presentato dal giovane scienziato forse per avere qualche sovvenzione. Sciascia sottolinea la “nonchalance” con cui il giovane accenna alle sue ricerche che definisce “di varia indole”, mentre chiunque altro le avrebbe elencate tutte, non tanto per orgoglio, (un orgoglio ben giustificato, se lo stesso Fermi lo aveva paragonato per genialità a Galilei e a Newton),  quanto per ottenere quello che voleva raggiungere. Nota, poi la contraddizione in cui cade il giovane fisico, quando afferma di avere frequentato “ liberamente” l’istituto di fisica di via Panisperna  e più avanti di essersi  giovato della “guida sapiente ed animatrice di S.E. il prof. Fermi”.  Si avverte in queste poche righe, scrive Sciascia “come una forzatura, una costrizione”, come se il giovane si fosse fatto convincere dai colleghi di lavoro, ma in effetti a lui non importava ottenere quello che per gli altri era così importante. Un uomo libero che tale voleva restare. D’altra parte da libero studioso aveva frequentato l’istituto di fisica di via Panisperna e il suo rapporto con Fermi era stato da pari a pari, e in un certo senso”distaccato, critico, scontroso”.  Anche Sciascia era stato molto libero nel condurre i suoi studi, come racconta nel 1986, parlando ad alcuni studenti e, mentre nelle scuole superiori aveva trovato professori comprensivi che avevano assecondato questa sua libertà nello scegliere le sue letture, all’Università, il Magistero di Messina, trova professori, che, nel migliore dei modi, potremmo definire più intransigenti, e, non condividendo le sue libere letture, lo rimandano. Sciascia non continuerà più a frequentare l’Università, ma continuerà le sue libere letture e  le sue libere scritture.  La stessa Università gli conferirà, in seguito, la laurea in lettere honoris causa. Sciascia sottolinea inoltre la diffidenza, l’estraneità di Majorana al gruppo di via Panisperna: ”come tutti i siciliani buoni non era portato a fare gruppo”.  Specularmente troviamo Sciascia, anche lui persona di poche parole, diffidente, non portato a fare  gruppo, né per ideologie politiche, né per scopi culturali, pronto anche a rompere amicizie, per difendere la verità, il diritto, la giustizia, per  esprimere  liberamente il suo pensiero, un suo giudizio, mai arbitrario, ma supportato sempre da razionali chiarimenti e motivato da esigenze etiche ed umane. Li accomunava ancora lo stesso impaccio nel parlare in pubblico. Sciascia dice che Majorana “sentiva li disagio di dovere insegnare, comunicare, esporsi”, e gli stessi  colleghi di Majorana erano convinti, dopo la sua scomparsa, che il giovane fisico  fosse fuggito “ per il panico di dovere insegnare”, dopo che era stato nominato per “chiara fama” professore di Fisica teorica all’Università di Napoli. Sciascia ci racconta del disagio che provava, entrando in aula, perché anche lui insegnava, ma nelle scuole elementari. Il suo, dice, era lo stato d’animo di un minatore che scendeva nella miniera, e non solo perché trovava bambini malvestiti e malnutriti che avevano bisogno di alimentare più il corpo che la mente. Sappiamo, infatti , che le sue interpellanze parlamentari  non durassero più di dieci minuti. E forse alcuni che lo hanno conosciuto e frequentato , come me , hanno potuto fare esperienza dei suoi lunghi ed eloquenti silenzi.

Per quel che concerne l’immaginazione, dobbiamo sottolineare che Sciascia        afferma di avere scritto “La scomparsa” per indignazione e poi aggiunge, “tra documenti e immaginazione – i documenti aiutando a rendere probante l’immaginazione.”

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Risulta evidente  che Sciascia abbia considerato i documenti, le testimonianze storiche di aiuto, di supporto all’immaginazione  e l’ immaginazione è la scrittura letteraria, cioè l’invenzione, la poesia . Bisogna aprire una breve parentesi sulla questione, agitata da vari scrittori, del rapporto tra invenzione e storia. Ci riferiamo per ovvi motivi di brevità a Manzoni e a Pirandello. Manzoni nelle tragedie e nel romanzo aveva dato prova di come storia e invenzione potessero convivere e completarsi a vicenda, ma ne “La Storia della colonna infame” giudica il genere letterario falso, ingannevole ,mentre ritiene che è la sola storia la fonte della verità. Pirandello invece rifiuta la storia e sostiene l’autonomia della letteratura, perché l’arte quando è arte vera è vita. Sciascia sostiene che “la letteratura  è la più assoluta forma che la  verità possa assumere.”

Di ciò si era convinto dopo avere scritto “La scomparsa di Majorana”. Ne parla in “Nero su nero”, quando sottolinea il suo stato d’animo dopo avere scritto l”Affaire Moro”, per chiarire che cosa è l’intuito del letterato: “quella capacità di cogliere , di rappresentare in sintesi – per stati d’animo , per simboli, per emblemi- quella che Machiavelli chiamava “la verità effettuale delle cose” .Ma a una imprescindibile condizione: “Quella che una volta si chiamava noncuranza dei beni terreni. Una condizione difficilissima a conseguirsi, ma a cui possiamo in qualche modo avvicinarci; o almeno tentare.” Quindi un”  “sistema di oggetti eterni”, in cui i fatti nella realtà spesso oscuri o confusi e sfuggenti appaiono quelli che veramente sono e da relativi diventano assoluti,  cioè sciolti da ogni  contingenza.

“La scomparsa di Majorana” è un’opera mista di invenzione e storia ma, come abbiamo detto, non è l’invenzione o l’immaginazione a fare da completamento alla storia, come pensava Manzoni e cioè che la letteratura dovesse colmare i vuoti lasciati dalla storia, al contrario sono i documenti storici che provano  la verità a cui è giunta l’immaginazione e, se questi non ci sono , la verità della letteratura ha una sua autonomia, anzi ha raggiunto la sua forma assoluta. Sciascia  sostiene , pertanto, che “ nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende”.  Claude Ambroise, il critico che ha curato l’edizione di tutte le opere di Sciascia per I CLASSICI BOMPIANI, annota in “Verità e scrittura ”:”In uno scrittore, il problema della verità è, per forza, reperibile nella pratica della scrittura……Se il luogo della verità è la relazione di un soggetto con il  suo testo , la letteratura sarà, in modo privilegiato, la possibilità di fare avvenire il  disvelamento della verità,  purchè non vadano contrapposte con un taglio netto letteratura e scrittura,…..il momento di produzione della verità è individuabile  nella pratica di chi scrive, nel letterato di stampo voltairiano  sicuramente più che in altri”. E Sciascia è sicuramente uno scrittore di “stampo voltairiano”. Il critico individua, poi, nell’opera di Sciascia, una tensione tra l’autore e li testo , “come se la verità si configuri quale desiderio  di paternità assoluta del proprio testo.”

Una tensione che diventa preoccupazione dopo l’uccisione di Aldo Moro, perché quell’opera che l’aveva quasi profetizzata,  “Toto Modo,” era stata tutta frutto di immaginazione , era stata semplicemente opera di letteratura, tanto che lo scrittore dirà di “non sentirsi più libero di immaginare”, dopo quello che era accaduto. Noi abbiamo sposato in pieno i giudizi critici di Claude Ambroise, e aggiungiamo che la  tensione che nel Majorana avvertiamo in tutte le pagine , è forte  soprattutto in quelle in cui le immaginazioni non sono documentabili e specialmente in quelle che chiudono e concludono l’opera. E secondo il critico Ambroise, ancora, “Se nella tensione aperta tra l’autore e il suo testo  sta la verità del testo e dell’autore, l’autobiografia sarà il più bel miraggio”. E perciò abbiamo tentato di individuare nel testo, come sopra esposto,  le “schegge di una autobiografia assente”(Ambroise). Detto questo, vediamo come si articolano le immaginazioni, nelle quali lo scrittore scruta fin dentro l’ anima dei personaggi e di Majorana in primo luogo, e nelle quali la verità assume la sua forma più assoluta :

  • E’ immaginazione rilevare l’inadempienza della polizia nel cercare Majorana scomparso, nonostante fosse stata pregata e implorata dalla famiglia perché continuasse a cercare, magari nei conventi, mentre invece questa continuava a credere, nella sua ipotesi preconfezionata, che si trattasse del suicidio di un pazzo  e che pazza fosse anche la famiglia che si ostinava a cercarlo, e pazzo anche Mussolini, se è vero che abbia detto “Voglio che si trovi”. Un’immaginazione avallata da documenti storici che lo scrittore trascrive nel testo, documenti che egli ha scrutato, letto e riletto.
  • E’ immaginazione cogliere nel bambino bruciato nella culla “una forza di scambio incontenibile”, “un qui pro quo “, non solo per quelli che hanno vissuto la storia delle ricerche nucleari, ma anche per coloro che si accostano alla vita di E. Majorana, “al mistero della sua scomparsa”, perché  per quelli che sostengono che non era possibile che Majorana “nella scienza che maneggiava, che portava”  avesse potuto intravedere, prevedere qualcosa di terribile di atroce, ciò che negano a livello di coscienza ecco che riemerge “in una specie di lapsus della memoria”, in uno scambio di questo per quello, una terribile prefigurazione della catastrofe atomica nella visione di incendio e di morte.  (Una immaginazione non documentabile, ma intensamente letteraria ).
  • E’ immaginazione pensare che E.Majorana si sia aperto a parlare a chiacchierare con Heisemberg, perchè questi viveva “il problema della fisica,  la sua ricerca di fisico,  dentro un più vasto e drammatico contesto di pensiero”, insomma da filosofo, cosi proprio come  lo viveva il giovane Majorana che per questo aveva trovato  gratificante, sia sul piano umano,e soprattutto più sul piano umano, che su quello scientifico, il rapporto instaurato col fisico tedesco, mentre  invece era stato diffidente , guardingo con i colleghi di via Panisperna, e quale poteva essere stato il loro comportamento lo dimostrerà alcuni anni dopo Segrè, che susciterà la rabbia e la paura di Sciascia ,nel vederlo contento di aver collaborato alla costruzione della bomba atomica. Ricordiamo che Heisemberg nel 1942 dirà: “I  singoli passi della ricerca scientifica sono spesso  tanto complicati che possono essere seguiti da un piccolo gruppo di non specialisti. Ma i grandi mutamenti interessano vaste cerchie di persone e da queste debbono essere compresi”. Lo stesso principio ribadisce Durrematt in uno dei 21 punti della commedia “I fisici”; “Il contenuto della fisica riguarda solo i fisici,  i suoi effetti riguardano tutti ……e ciò che riguarda tutti  può essere risolto soltanto da tutti”. Sciascia, conseguentemente, senza mezzi termini ci dice   che furono  liberi gli scienziati tedeschi che operavano in un contesto di oppressione e di schiavitù, ma non fecero la bomba atomica , e schiavi quelli che  vivevano in contesto libero e democratico e fecero la bomba atomica , e non  perché  gli uni ebbero la possibilità di farla e gli altri no, ma perché gli schiavi ne ebbero “preoccupazione, paura, angoscia” , mentre i liberi “ senza remore e magari con punte di allegria  la perfezionarono e la consegnarono ai politici”, e non conta il fatto che la consegnassero a Truman e non ad Hitler, perché Truman ne fece lo stesso uso che ne avrebbe fatto Hitler:” ordinò di farla esplodere su città accuratamente e scientificamente scelte.”
  • E’ immaginazione pensare ad “un altro e più importante incontro “ di Majorana che però non può essere suffragato da documenti come quello con Heisenberg: è l’incontro col mistero divino. “Ma Dio non può volerlo” si dice che abbia esclamato il fisico tedesco Otto Hahn, nel 1939, quando si cominciò a parlare della liberazione della energia atomica. E uno stesso dramma aveva agitato qualche anno prima l’animo del giovane fisico catanese. Sappiamo, infatti, che dal 1933 al 1937, Majorana conduce  una vita ritirata, appartata, si fa vedere raramente, anche all’Istituto di Fisica, si parla di un suo esaurimento nervoso, di una sua vita anormale, dalla quale si dissocia con “improvvisa lucidità” per rientrare nella normalità, quando partecipa al concorso per la cattedra di Fisica teorica all’Università di Roma, guastando in tal modo  i piani di chi aveva puntato su una sua volontaria esclusione. Quindi Majorana vive “Un dramma tutto pascaliano”, come  lo definisce Sciascia, perché Majorana era religioso , di una religiosità magari vissuta con sofferenza ,con inquietudine, per quel suo amore per il prossimo, per l’uomo degno di sé e di vita e  pascalianamente aveva avvertito  il rapporto tra ricerca scientifica e rivelazione del divino, tra la grandezza dell’ingegno umano e la sua miseria di fronte al mistero divino, anche in questo caso possiamo cogliere un riflesso autobiografico: quel senso di religioso rispetto del mistero divino che anche prima de “La Scomparsa  di Majorana” era presente nel laicismo di Sciascia. E sarà dopo la stesura di questa opera che si avvertirà sempre più una incrinatura  nello scettico laicismo di Sciascia , una incrinatura che lo porterà in una  delle sue ultime opere, “Il  cavaliere e la morte “, a intravedere la preghiera, ad accostarsi al suo cancello, anche lui “con lo smarrimento  panico di Pascal”. Già nel 1982  ne “La sentenza memorabile” aveva chiarito  la motivazione dei funerali cattolici che voleva si facessero alla sua morte : “tenersi  dentro l’errore cattolico”, come aveva detto  Montaigne , “non per conformismo, ma per una scelta intellettuale intesa a non turbare un ordine dentro cui ci si sentiva più sicuri , più liberi”. Mentre nell’opera “1912+1” del 1985 troviamo il brano dedicato a Dio  che è illuminante per capire e definire  il suo”sentire religioso”.
  • E’ immaginazione quella” esperienza metafisica” di rivelazione, quando al di là di ogni certezza, Sciascia si rende conto che la convergenza dei due fantasmi, del fisico Majorana e dell’ufficiale americano, che aveva comandato o aveva fatto parte dell’equipaggio dell’aereo da cui era stata sganciata la bomba atomica su Hiroshima ,in uno stesso luogo, nel convento di certosini che stava visitando con l’amico Nisticò, non poteva non essere messa in relazione, non poteva non avere un significato, se non quello del disvelamento di un mistero: “di un razionale mistero di essenze e di rispondenze, continua e fitta trama……. di significati: appena visibili, appena dicibili”. Una immaginazione non  documentabile, avvertita con profonda ed emozionante tensione, anche perché lo scrittore è entrato nella vicenda del suo romanzo come attore, come personaggio che indaga, come detective. E’ lui stesso a vivere questa “esperienza mistica “, questa trama di verità “appena dicibili,” che gli danno “la razionale certezza” che Majorana abbia trascorso i suoi giorni in quel convento. Pertanto lo  scrittore connota questa sua esperienza con una serie di riferimenti letterari, che ci conducono  ora a “La tempesta “di  Shakespeare, come la “turpe cospirazione del bestiale Caliban contro la vita” da cui si è salvato Majorana, ora ad Ungaretti(Vanità 1917), ora a Montale(da Ossi di seppia “Non chiederci la parola”e “Portami il girasole”  “Dice qualcuno qui in questo convento si è forse salvato dal tradire la vita, tradendo la cospirazione contro la vita; ma la cospirazione non si è spenta per quella defezione, il dissolvimento continua, l’uomo sempre più si disgrega e svanisce in quella  sostanza di cui sono fatti i sogni. E non è già un sogno di quel che l’uomo “era” l’ombra rimasta come stampata su qualche brandello di muro di Hiroscima?”Ora a  Savinio che gli fa affermare che “i nomi , non che un destino, sono le cose stesse.” Così il termine convento dal latino cum-venio, come luogo di incontro, di convergenza di due fantasmi di fatti, doveva avere un suo significato simbolico, quello di luogo della salvezza: del pentimento per l’ufficiale americano, del silenzio e della osservanza di un segreto per Majorana, se non proprio di una esperienza metafisica.
  • E’immaginazione pensare che Majorana, preparando la sua scomparsa, abbia avuto la coscienza che “i dati della sua breve vita” potessero contribuire a costituire un mito, specialmente nel suo caso, in cui “concorrevano la giovinezza, la mente prodigiosa, la scienza”, “il mito del rifiuto della scienza” che per Sciascia significava , come chiarisce in una lettera al prof. Recami, il rifiuto da parte degli scienziati stessi di fronte a certe ricerche e a certe scoperte. D’altra parte lo scopo di questo suo libro era stato questo: “vedere lo sgomento religioso a cui arriverà la scienza , se già non c’è arrivata”. Ma evidentemente gli scienziati del tempo, forse perché vivevano e godevano ancora del clima euforico testimoniato dal Segrè, nel consesso su ricordato, lontani dal sentire “lo sgomento religioso” che Sciascia si augurava per il bene dell’umanità, ma anche per la pace della loro coscienza, gli si rivoltarono contro .Uno soprattutto lo attaccherà dalle colonne dei giornali, Edoardo Amaldi, un fisico del gruppo di via Panisperna , dando vita ad una accesa diatriba, in cui però questi non metterà mai a fuoco il vero problema che aveva inteso sollevare Sciascia con il suo pamphlet su Majoranna, e cioè la responsabilità morale degli scienziati. Alla polemica  metterà fine l’articolo dello scrittore, pubblicato il 24 dic. 1975  ne “La Stampa”,dal titolo “Majorana, l’atomo, il no alla scienza”. Un articolo, nel quale Sciascia non solo dà prova della sua onestà e integrità intellettuale,  di una più che  documentata  informazione, di una vasta e sedimentata cultura, ma anche di un pensiero lucido e acuto e di una prosa sferzante, in cui “i colpi di penna” sono veramente dei “colpi di spada”.

 

Noi, a tutti coloro che si affannano a riscontrare nella realtà le verità a cui giunge Sciascia in questa sua opera letteraria, rispondiamo come rispose il critico Fr. De Sanctis a coloro che cercavano di individuare chi fosse stata nella realtà la Silvia o la Nerina di Leopardi: “Oimè! Voi mi avete uccisa Nerina!”e giustamente, perché  Silvia (o Nerina)  è una verità poetica , è una verità nella sua forma assoluta, cioè , libera da ogni contingenza particolare, in quanto significa  tutte le verità della giovinezza , dei giovani.

O possiamo rispondere con quello che scrisse Giovanni Arpino in “La Stampa”,7 nov. 1975, “Lui, Majorana ,finì davvero sconosciuto in convento, essendosi dimesso da un’umanità e da studi che non poteva accettare? Il valore di questa ipotesi sta tutto nella sua bellezza. Dubitarne offre già la macchia di un peccato “realistico”, a cui Sciascia intende sfuggire, sollecitando la fantasia del suo lettore, ma anche il raziocinio di questo lettore, che senza il minimo di fantasia  franerebbe appunto in congetture inutili…….Majorana che rinnega e si sottrae alle dannazioni della scienza non è forse un fratello carnale tuo e nostro?”.

Un’opera, quindi, “La scomparsa di Majorana” intessuta di schegge autobiografiche, di immaginazioni che sono intuizioni letterarie, l’unica forma assoluta che la verità possa  raggiungere, un’opera coraggiosa di alta e nobile poesia, anche per lo scopo che  intende perseguire: sollevare il problema della responsabilità  morale e civile della  scienza e degli scienziati.

 

Racalmuto,14.11.2014

 

Rosalia  Centinaro Savatteri