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“Siamo di fronte a un narratore che procede secondo una tecnica personalissima, diremmo quasi per tagli cinematografici risolti in accoratezza lirica” (Alberto Bevilacqua);  “Di tutti i libri del dopoguerra che trattano delle lotte sociali contemporanee, questo è certo  uno dei più schietti e attraenti alla lettura” (Italo Calvino); “… dà prova di possedere delle qualità di primordine. Certi dialoghi tra gli zolfatari sono molto suggestivi con quella loro voce dialettale lavorata fino a diventare una musica” (Elio Vittorini).

Sono queste alcune delle recensioni che accompagnarono la pubblicazione, nel 1957, del romanzo “La miniera occupata” di Angelo Petyx nella collana della Mondadori “La Medusa degli italiani”.

Ma al dopoguerra risalivano le collaborazioni con “Gente nostra”, “Il Subalpino”, “La via del Piemonte”, “L’Unità”, e poi via via con “Diogene”, “Incidenza”, “La Fiera letteraria”,  “Prove di letteratura e arte”, “Galleria”, che erano l’aristocrazia delle riviste letterarie. D’altro canto Muna (pseudonimo di Maria Assunta Giulia Volpi), scrittrice di successo negli anni trenta, e Lina Caico, figlia di Louise Hamilton Caico, donna di raffinata cultura, che nel salotto di Palermo riceveva tra gli altri Ezra Pound, avevano per prime incoraggiato i suoi giovanili tentativi letterari. Eppure, lo scrittore che Elio Vittorini, aveva insistentemente invitato a trasferirsi a Milano per il suo “avvenire di scrittore”, a Cuneo era uno sconosciuto. E, a Cuneo, da sconosciuto, muore nel marzo del 1997. Nacque in Sicilia, visse in esilio: così mia madre in una ricostruzione biografica ne sintetizzò la solitudine e l’isolamento. Era nato infatti a Montedoro, piccolo paese del nisseno, nel novembre del 1912. Nel clima plumbeo del fascismo sentì ben presto l’esigenza di un’ “altra” cultura rispetto alla retorica bellico-patriottarda del tempo, di una cultura che nei principi di libertà e giustizia, al di là delle differenze di censo, religione, sesso, razza, rovesciava la concezione naturalistica della patria fascistica.

Questi valori furono alla base della sua formazione culturale, politica ed etica, dove “cultura” e “politica” non potevano essere disgiunte e l’etica ne costituiva l’elemento di saldatura. Il suo antifascismo senza compromessi si radicava in questi valori che nella loro reciproca appartenenza aprivano a una visione della storia, a un preciso progetto, di convivenza umana. E quel progetto e quella visione storica tradusse in parola scritta, nella scelta sostanziale e non soltanto formale del neorealismo, assunto a chiave critica per rappresentare ed esplorare la realtà italiana che, nei fatti,  andava scolorando la tensione ideale dell’impegno resistenziale. Ma la sua narrativa non si esauriva nella trama realistica. La tessitura delle vicende, storie, personaggi, trasfigurava metaforicamente la Sicilia, luogo del sentimento e della ragione, e declinava in riflessione filosofica sul dolore, sulla solitudine della morte, la sofferenza.. Un’immagine questa, della Sicilia come metafora, ormai abusata. Ma nella conversazione di Liillà con la morte, nello sfinimento del protagonista di “Spegnete il sole”, nella vita umiliata di molti suoi personaggi, la Sicilia si rivela metafora non consunta. Perchè quel tempo sospeso, quella storia congelata nei ricordi, quel paesaggio immutato che attraversano il raccontare e il rammemorare di mio padre, sono il tempo, la storia, il luogo della metafora, la quale, qualunque tempo o storia o luogo assuma  per i suoi racconti, svela sempre un significato universale, al di là del tempo e dello spazio.

Uomo schivo, che “ ricambiava la timidezza con la timidezza” – come ebbe a dire Calvino commentando i loro incontri-, che raramente abbandonava la riservatezza  dietro la quale nascondeva i sentimenti, eppure disponibile e appassionato alla discussione perché consapevole della sua forza culturale, restò intransigente nei principi, alieno da conformismi e posizioni di comodo, da scelte compromissorie che avrebbero potuto incrinare il codice morale che si era dato.

Un  rifiuto netto oppose infatti alle molte offerte di incarichi politici ( ora al Parlamento, ora alla Regione Sicilia, ora addirittura alla Presidenza di un partito che non era il suo) che gli furono fatte per la militanza antifascista, per la limpidezza della sua storia e della storia della sua famiglia.

Restava intatta l’esigenza dello scrivere, la sua funzione  di conoscenza inquieta della società, la necessità di rammemorare e ripensare  principi e ragioni della sua formazione di uomo e scrittore, venate al tempo stesso da un sottile disincanto dinanzi ai tentativi di considerare superati e anacronistici quei principi, e di seppellirne la memoria.

A “La miniera occupata” seguirono “Gli sbandati” (Rebellato,Padova 1971), “Liillà e altri racconti” (Todariana Editrice, Milano, 1976), “Il sogno di una pazzo” ( Todariana editrice, 1979), “Le notti insonni di Liillà (Todariana editrice, 1984), “Il lungo viaggio” (Seledizioni, Bologna ,1986), Anna è felice (Todariana editrice,1991). Vinse, tra gli altri, il premio Luigi Monaco; il suo romanzo “L’Autodidatta” ( poi rielaborato e tradotto nel libro “L’amore respinto” pubblicato nel 1994 fu segnalato al premio Pavese ( nel quale nessuno risultò vincitore) dalla commissione composta da Carlo Bo, Italo Calvino, Natalia Ginzsburg, Massimo Mila, Giulio Einaudi, Elio Vittorini. Ma da questo momento, anche per vicende legate ai concorsi letterari, si accentua il suo volontario isolamento, sentendosi a suo agio, soprattutto negli ultimi anni, soltanto nella solitudine degli studi.

Continuava nella abituale scansione giornaliera del tempo, con la passeggiata nel tardo pomeriggio lungo il percorso che dal Palazzo della provincia si snoda verso piazza Galimberti, appartato dal vociare e dall’affollamento della “vasca” sull’altro lato dei portici. Alla sua morte il mondo culturale siciliano si mosse per ricordarlo in convegni, dibattiti, incontri televisivi.

La casa editrice Sciascia ristampò “La miniera occupata” con la presentazione di Nicolò Mineo dell’Università di Catania, e raccolse in volume alcuni suoi racconti con la curatela del Prof. Giovanni Milazzo.

Il museo delle zolfare, che si erge sulla collina di Montedoro, ora porta il suo nome.

“Angelo Petyx, scrittore amato da Calvino e Pampaloni. Il partigiano che raccontò le miniere di Montedoro”, come Salvatore Ferlita titolò un articolo pubblicato su la Repubblica nell’aprile del 2008, riposa nel cimitero di Tarantasca.

A Montedoro un busto collocato nel museo delle zolfare guarda i colori vividi del vallone. Le statue di Vittorini, Sciascia, Pirandello, ne sono muti testimoni.

Cuneo, lì 1.3.2016                                                                                                                  Enza Petyx