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La poetessa Margherita Rimi torna ancora una volta in libreria con il suo nuovo libro Nomi di cosa-Nomi di persona per i tipi della prestigiosa casa editrice Marsilio, 2015.

Questo è il terzo libro di questi ultimi intensissimi anni, avendo già pubblicato nel 2012 l’antologia poetica Era farsi con la prefazione di Daniela Marcheschi e poi nel 2015 La civiltà dei bambini –Undici poesie inedite e una intervista, a cura di Alessandro Viti con la Libreria Ticinum Editore.

Precedentemente La Rimi aveva pubblicato Traccia di interiorità nel 1990, Per non inventarmi con la casa editrice Kepos nel 2002, La cura degli assenti con la casa editrice Lieto Colle nel 2007, con la prefazione del poeta Maurizio Cucchi.

Come si vede l’attività poetica della Rimi è costante e progressiva che si intensifica negli ultimi anni.

L’antologia Era farsi raccoglie poesie che vanno dal 1974 al 2011 quindi ci rendiamo subito conto che ci troviamo dinanzi ad un lavoro lungo di quasi quaranta anni; anni che hanno affinato le capacità espressive della Rimi che in questa ultima silloge, Nomi di cosa-Nomi di persona, raggiunge livelli espressivi molto alti sia sotto il profilo del contenuto sia anche sotto quello espressivo. Il cammino è stato lungo e faticoso però è servito a scalare cime alte attraverso sentieri “impervi”.

La poesia della Rimi a noi sembra di tipo ermetico ma la nostra poetessa rifiuta questa catalogazione per tanti motivi validi di appartenenza e quindi noi preferiamo definire questo modo di poetare “impervio”, rubando questo aggettivo allo scrittore Antonio Russello.

Del resto se si vogliono scalare le alte cime bisogna praticare sentieri “impervi”.

Ma noi prima di parlare della nuova pubblicazione vogliamo ribadire alcuni concetti che avevamo espresso precedentemente recensendo la raccolta Era farsi e citando alcuni giudizi di critici, che hanno avuto modo di parlare della Poetica di Margherita Rimi.

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Hanno scritto di Lei Amedeo Anelli, Daniela Marcheschi,Chiara Tommasi, Lucio Zinna, Maurizio Cucchi, Fabio Simonelli, Salvatore Ferlita, Mia Lecomte, Guido Miano, Marilena Renda, Eliza Macadan, Gregorio Napoli, Giorgio Linguaglossa, Matteo Fantuzzi.

Nella prefazione al volume La cura degli assenti Maurizio Cucchi scrive: “E’ una parola arcaica e ricca di energia, quella di Margherita Rimi. Una parola spesso ruvida, che si incide e affonda anche nel prevalente verso breve o brevissimo, che trova qui una piena giustificazione nello scandirsi faticoso e senza automatismi letterari della sua pronuncia[…]. Ed è una parola che arriva subito, che comunica con forza perché dice cose essenziali, nella sobria concisione estrema dei suoi modi […] un’opera di sostanza, in costante tensione, capace di arrivare al cuore delle cose con una felice asprezza espressiva”.

E Marilena Renda nella prefazione al libro Per non inventarmi così scrive: “La pronuncia poetica della Rimi si muove spesso tra gli estremi contrapposti dell’esperienza femminile, ovvero distanza e prossimità, inclusione ed esclusione, ragione e sragione, giorno e notte, andare e ritornare, perdere e acquistare, ma anche-ed è una delle dicotomie più significative- tra fertilità e infertilità, e quindi nel frutto dell’amore infecondo”.

Scrive Fabiano Alborghetti: “La scarnificazione della parola succede arrivando al cuore del fatto senza volumi che possano offuscarne l’esattezza. E’ una sintassi bene studiata con tratti di spontaneità potente, è coscienza così come delirio”.

E a proposito del libro Era farsi, la prefatrice Daniela Marcheschi scrive: “ In questi versi degli anni 1974-2011, in un linguaggio poetico che colpisce per l’agile semplicità e la verità disarmante, le voci dei bambini presentano un timbro diverso dal solito”. Ed ancora: “Il dettato della Rimi è nitido nel suo articolarsi per anafore, iterazioni e parallelismi di ogni genere, ma anche per montaggi fra giustapposizioni e incroci analogici”.

Da questi giudizi altamente lusinghieri, provenienti da critici di alto spessore culturale e preparati nel campo della poesia, è passato un tempo non molto lungo ma proficuo in cui la Rimi ha sedimentato il suo mondo poetico, ha affinato le sue armi, si è concentrata in una produzione che scopre nuovi orizzonti e che rende protagonista della sua poesia, oltre ai bambini, soprattutto la parola e quindi il linguaggio, il modo di esprimersi che rimane sempre “impervio”: “una parola arcaica e ricca di energia […] una parola spesso ruvida, che si incide e affonda anche nel prevalente verso breve o brevissimo…” come ha scritto Maurizio Cucchi.

Nomi di cosi-Nomi di persona è l’ultima silloge che, attraverso i sentieri ‘impervi’ di una parola usata con parsimonia, arriva a raggiungere le alte cime e questo certamente è stato apprezzato da Marsilio che sta dando ampio spazio editoriale alla nostra poetessa. Lo ha capito Amedeo Anelli che ha dedicato buona parte del n.48 del Gennaio 2016 della sua rivista Kamen’ alla poesia di Margherita Rimi.

La parola è protagonista di alcune poesie:

L’OGGETTO E LA PAROLA

Adesso si accontenta di solo una parola

 

di essere chiamato

 

Quella parola

basta che lo chiami

che ogni tanto lo chiami

 

che così ogni tanto può esistere

Così ogni tanto

per esistere

 

L’oggetto si avvicina la guarda

gli assomiglia

quella parola gli assomiglia

 

Le dice: “sei fatta tutta per me”

Non scomparire

Se scompaio io. Scompari anche tu

O rimani solo sulla carta

^^^^

Il suo corpo legge quello

che passa per la mente

E aspetta:

come vogliono venire

le parole che

rivoltano il pensiero [….]

^^^^

Assicutanu chi

sunnu ùmmiri

ùmmiri di ùmmiri

promesse di promesse

Dilla tu na parola

na parola ca porta na cosa.

^^^

Mia madre

Stava lì

a pensare le parole […]

^^^

Il DISEGNO DI PAROLE

Nella testa si gonfiano le cose

non si trovano i concetti

I fatti sono scarni

più semplici le prove

La lingua fa il suo disegno

E’ lì:

la casa, la strada, il posto per il crimine

La verità è alla lingua-la lingua è alla verità

 

Si incollano pagine su pagine

Tutte le parole dentro le parole

Ogni parola alla sua legge

Ogni parola nella sua legge.

^^^

Non sbagliare parola

Nemmeno una parola

Nemmeno sulla punta

della lingua.

^^^

Come si fa a salvare:

le parole dentro le parole.

Abbiamo voluto riportare tutte queste citazioni per fare notare come la parola diventa, nella nostra poetessa, un fatto ossessivo che nasconde forse il dramma della ricerca del linguaggio che attraverso la parola si manifesta. È  forse il dramma del bambino che cerca la parola per esprimersi ed è cosa difficile, è il dramma della scrittore Antonio Russello il quale dice: “la nostra lingua ci appartiene e al tempo stesso non ci appartiene più: la rifacciamo continuamente nell’usarla”.

Scrive in italiano, la Rimi, in Siciliano, usa il francese, l’inglese in una ricerca spasmodica del linguaggio.

Tutto questo è sintomo di serietà e di impegno nella ricerca del linguaggio più giusto per esprimersi e per dare pregnanza alla poesia che, per la Rimi, è cosa diversa rispetto a tutto un mondo edulcorato di esprimere sentimenti e di descrivere paesaggi con colori carichi e, forse, anche stucchevoli o fuori dal nostro tempo.

Potrà risultare ostico il linguaggio della Rimi però le sue poesie sono come pietre lanciate nello  stagno che ognuno deve capire e interpretare secondo la propria sensibilità.

Abbiamo scritto precedentemente che in molte poesie il concetto è espresso in un verso e che tutti gli altri versi sono come farfalle che girano intorno a un solo concetto.

Molto spesso si vuole trovare il significato di queste farfalle che volano nell’aria ma non è sempre facile  capire perché le farfalle volano e verso dove.

Però dobbiamo dire che in Nomi di cosa-Nomi di persona, la poesia della Rimi si fa più concreta ed entra di prepotenza in un mondo che non è solo dell’infanzia abusata, ma dell’infanzia in generale, della sua infanzia, della nostra con tutti gli annessi e connessi che essa comporta come la madre, il fratello gemello, la famiglia e così via.

Certo non può mancare il bambino abusato visto che la nostra poetessa è una neuropsichiatra infantile e questo emerge a prima vista in diverse sue composizioni:

IL MONOLOGO DEI DISEGNI VUOTI

Posso tenerti qui. Raccontami una storia

dammi un altro foglio

dammi un altro tempo

Domani un altro posto:

La stanza è foglio bianco

Il disegno vuoto

Ho solo una parola

quasi si può dire

 

“Non dire niente alla mamma”

“Nun diri nenti a nuddu”…

…..Io invece:

ho raccontato tutto

mia madre non ci ha creduto

“Papà non sai giocare”

Quello non era un gioco

-Ci dovevano prendere per mano

qualcuno anche in braccio-

Se parli passa la paura

se parlo: “passapaura”

Ci chiudo la bocca e poi ci faccio i denti

il disegno così non fa paura

Somiglia a un coccodrillo

ma non viene per giocare

Portavo il mio bambino a scuola:

da lì uscivano fantasmi

Non mi piace quella casa

la lascio nel disegno”.

^^^

DIARIO

Non inventava niente

parla per indovinelli la bambina

-Nel bisogno del corpo

Il corpo ricompare-

Da piccoli:

i grandi sembrano più grandi

Da piccoli:

i grandi sembrano più forti

Ma quelle non erano carezze

La stanza dove dorme il “pupazzero”

ogni cento pagine

una parola è buona

Poi sceglie i giocattoli

la gomma che

non cancella più il suo ‘segreto’:

ogni cento parole vere

neanche una bugia

Come finisce la storia?

“Così:

come ti ho detto prima”

  • -Nel disegno del corpo
  • il corpo ricompare.
  • ^^^

ERA BELLA PALMINA

Voleva scappare

la bambina non vuole fare la puttana

vuole diventare grande

In punto di morte

ha fatto i nomi

i loro ‘nomi’

E in punto di morte

hanno scritto

che mentiva.

^^^

Ne touchez pas les enfants

Les enfants du paradis

La nostra poetessa dà voce ai bambini autistici e affetti da altre patologie  ma, come abbiamo detto in precedenza, in questo suo ultimo libro la Rimi allarga il suo orizzonte e cerca di farci capire quello che noi non sappiamo capire dei bambini che si aprono al mondo. Parliamo a loro con i “diminutivi” dimostrando che i grandi

Non sanno parlare

quando parlano ai bambini:

-non trovano la lingua-

Pensano di mettere: una virgola

di sistemare con precisione

il punto

di regolare tre “diminuitivi”

al posto del

ragionamento

Pensano in più

di non

sbagliare.

Ma i bambini mirano. Là.

La prossima parola è al bersaglio

Pensano: “Non c’è una scuola

per parlare con i grandi”

Li giudichiamo con il nostro metro che non è quello dei bambini commettendo errori gravissimi:

IN CASTIGO

-Faccia al muro

braccia conserte-

Occhi aperti e buio dietro la lavagna

la pipì:

fa la spia

corre tra le gambe

La faccia di quello:

lo stronzo del primo banco.”

^^^

Qui i buoni

qui i cattivi:

mi dannu timpuluna

mi fanno stare fuori

o dietro alla lavagna…

…Questo è giusto questo è sbagliato

Io salto le parole, rovescio le vocali

Io scambio consonanti

Non fare le ‘orecchie’ ai quaderni.

Non fare uscire la parola dal rigo…

…La pedagogia dice:

questo è giusto questo è sbagliato

questo si tocca questo non si tocca

questo si fa quello non si fa

e quando mi tirano le orecchie

sono sempre quelle sbagliate.

Sì questa è la pedagogia dei grandi che non corrisponde per nulla a quella dei bambini e la Dottoressa Rimi questo lo capisce perfettamente quando analizza i danni che la nostra pedagogia produce nella psicologia dei bambini.

I bambini non restano bambini, hanno un loro mondo che non è il nostro e che è difficile capire.

E per capire questo mondo la Rimi ritorna alla sua infanzia, a suo padre, a sua madre, al fratello gemello, alla sua disavventura sui binari ferroviari. Sì proprio sui binari ferroviari perché è da dire che la Rimi si aggiunge alla letteratura “ferroviaria” di Vittorini, Quasimodo, Russello:

TITOLO DI FINALE

Ho cancellato quello giusto

Ho disegnato quello sbagliato

Vedi qui c’è mio padre

qui cantava mia madre

Ti posso fare vedere anche mio fratello

e mia sorella che gridava

Vedi io cammino così sui binari e

sui binari il treno che fischiava

Mi hanno detto che potevo morire

a quest’ora ero già morta. E il treno che fischiava.

TESTA PEDI

Manu – manuzza

Serve un fratello

non occupa poi tanto spazio

Nel letto le sbarre sono di ferro

unu a la testa e l’atru a li pedi

per non cadere

Manu manuzza

serve un gemello.

In testa-piedi ritroviamo la nostra infanzia e la ritroviamo anche quando la mamma ci rincorreva per acchiapparci e non ci prendeva mai o non ci voleva prendere.

LA PROSIMA MOSSA

La corsa era intorno al tavolo. Mia madre se ci prendeva

ce le avrebbe suonate di santa ragione.

Ma non ci prendeva quasi mai. O faceva finta: lei a sinistra

noi a destra, lei a destra noi a sinistra.

Poi. L’arresto improvviso. Il fiatone. Dalla coda dell’occhio

un intuito la sua prossima mossa: a destra o a sinistra..

…Un vero balletto.

Non vinceva mai nessuno.

Come finiva?-

lei a sinistra noi a destra […]

Forse qualche volta mia madre ci prendeva. Non ricordo.

-Come finiva-

Non ricordo

Ma mia madre non era violenta.

Noi non sapevamo che cos’era quell’infanzia

Non sapevamo che quella era l’infanzia.

 

Certe poesie sembrano filastrocche dentro le quali ci sono concetti profondi e musicalità:

Qui c’è la neve

Qui no.

Qui c’è il buio

Qui no.

/Qui

i buoni/

/Qui

i cattivi/…

^^^

Conza e

sconza

è scantu ca nun s’acchiappa

vota e

sbota

è scantu di criaturi

è scantu di picciliddri.

Tutte queste poesie le abbiamo voluto riportare per dire al lettore che la poesia della Rimi non è inaccessibile o astrusa; bisogna capirla, entrarvi dentro per scoprire un mondo poetico di alto livello e un mondo, quello dell’infanzia, che bisogna comprendere, che bisogna amare e non contaminare perché i bimbi sono virgulti che, se offesi nei primi anni della loro vita, restano marchiati per sempre.

Abbiamo detto e lo ripetiamo che la poesia della Rimi è “impervia” e ripetiamo che attraverso sentieri aspri e tortuosi la Rimi ha raggiunto vette poetiche inusuali, specie in questa sua ultima raccolta Nomi di cosa-Nomi di persona.

Agrigento, 11.4.2016

Gaspare Agnello