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Caffè amaro – Simonetta Agnello Hornby. Feltrinelli

Simonetta Agnello è una scrittrice che mi ha molto coinvolto con le sue storie vere,  attorcigliate che parlano di mondi reali. L’ho seguita leggendo “La Mennulara”, “La zia Marchesa”, fino a “Un filo d’olio” su cui ho condotto una meravigliosa intervista a Simonetta e alla sorella Chiara nella tenuta di Mosè. Poi ho letto “Il veleno dell’oleandro” e non l’ho più seguita nelle nuove vie che sempre percorre ed esplora con arguzia  e con intelligenza.

Caffè amaro - Simonetta Agnello Hornby.

La letteratura ‘culinaria’ di cui si è interessata la scrittrice, è anche un modo per raccontare la nostra società, i nostri costumi, le classi sociali, la nostra storia e del resto è piena di ricette la letteratura di Camilleri, di Montalban, dello stesso Tomasi di Lampedusa e di Sciascia.

Ora mi riporta a Simonetta Agnello il suo ultimo “Caffè amaro” che ha reso dolci alcune serate passate assieme a Simonetta che mi ha immerso nel mondo di De Roberto, di Pirandello, di Tomasi di Lampedusa.

L’inganno e la delusione del processo unitario, la ‘piemontesizzazione’ della Sicilia con l’estensione ad essa di leggi innaturali quali la leva militare obbligatoria che spogliò le nostre campagne della braccia migliori e indusse molti giovani al brigantaggio, lo svuotamento delle casse siciliane da parte dei piemontesi, l’abbandono a se stessa della Sicilia, sono le tematiche della grande letteratura italiana di fine ottocento e dei primi del novecento.

So per certo che la Agnello non ama le catalogazione e le ascendenze perché lei sostiene che scrive quello che sente e come le sente anche se le sue letture, che si sono sedimentate nel suo cervello e nella sua formazione, possono influire  sul suo pensiero e sul suo modo di esprimersi.

I fenomeni sociali di fine ottocento sono l’ossatura della prima parte del suo romanzo che racconta l’epopea dei fasci dei lavoratori, la nascita del socialismo italiano, l’affermarsi, in alcune parti della Sicilia come a Grotte, del valdismo.

“Maria pensava al padre. Era, a detta di tutti, un ottimo avvocato dei diritti reali: proprietà superficie, enfiteusi usufrutto, usi, abitazione e servitù prediali. Ai tempi dei Fasci dei Lavoratori, quando lei era bambina, aveva sostenuto le rivendicazioni dei contadini per l’applicazione dei diritti d’uso e la distribuzione delle terre demaniali a loro destinate…”

“…Giosuè inalava il profumo umido della terra, e serrava le braccia attorno al torso del padre: era completamente felice.

Negli ultimi mesi, suo padre era stato preso dall’urgenza di trasmettergli i suoi principi di socialismo- alfabetizzazione universale, uguaglianza di uomini e donne, necessità di migliorare le condizioni dei lavoratori. Gli raccontava del feudalesimo, abolito poco prima dello sbarco di Garibaldi, e di come, a quei tempi, i baroni possedevano feudi…” (Belle osservazioni di una scrittrice figlia di baroni i cui feudi o ‘farfalle’, come li chiama Tomasi di Lampedusa, s’involarono negli anni ’50 del secolo scorso)

E per queste nuove idee e contro lo sfruttamento dei carusi, i lavoratori si rivoltano, occupano i feudi ma devono perire sotto il piombo crispino, di quel Crispi ex  patriota che ha subito l’influsso del trasformismo giolittiano.

Lo stato d’assedio decretato da Crispi fa morire nei siciliani ogni speranza di miglioramento per cui si aprono le porte dell’emigrazione verso terre ‘assai luntane’. “L’emigrazione era un fenomeno nuovo, causato dall’annessione all’Italia. Eravamo i maggiori esportatori di grano, agrumi e zolfo d’Europa, e forse del mondo…l’erario Borbone era pieno di denari. I poveri c’erano, eccome, ma nessuno di loro era costretto ad andarsene per fame…anche nei tempi di carestia, era raro che si morisse di fame. Inoltre, gli enti religiosi si prendevano cura dei malati e degli indigenti e offrivano posti di lavoro. Dopo l’unità d’Italia…tanti siciliani hanno scelto di andare via…che cosa hanno ottenuto all’estero, questi puvirazzi?

Racimolati i danari per il viaggio e l’accoglienza, giovani uomini con o senza famiglia partivano per l’America, la meta preferita. All’approdo l’aspettava l’ “amico” che poi li affidava al “padrone” ambedue siciliani emigrati da tempo. A New York il sistema era simile allo schiavismo urbano; nei campi di cotone e nelle piantagioni di canna da zucchero del Sud i siciliani sostituivano gli schiavi, e venivano trattati come tali”.

Simonetta Agnello Hornby

Tutti questi fenomeni sono presenti nel romanzo di Simonetta che le esamina da laburista, quale essa è, ma con molta onestà intellettuale senza risparmiare critiche pesanti ai socialisti che si ‘dividono per fazioni’ e  ‘preferiscono scannarsi tra di loro’.

La cornice del romanzo è tutta storica: troviamo oltre ai fenomeni di fine ottocento,  il trasformismo, il fascismo, le guerre coloniali, le leggi razziali e quindi la persecuzione degli ebrei, la seconda guerra mondiale, i bombardamenti a tappeto di Palermo e la fine della guerra.

E Giosuè, che ha attraversato tutte le stagioni politiche e la persecuzione perché ebreo, vuole fuggire dall’Italia perche “ Qui le cose non andranno bene, saranno anni difficili. La situazione italiana sarà incerta e i popolari cattolici formeranno un partito forte, opposto al comunismo. Il socialismo in Italia è finito”.

Giosuè aveva visto bene.

A questo punto il lettore penserà che il libro della Agnello sia un romanzo storico e in effetti, in parte, lo è ma è anche un libro di sociologia e soprattutto un libro di amore.

Raccontando la storia di un amore o di più amori, si racconta la storia di due famiglie e di una certa nobiltà che galleggiano in una situazione sociale fluida e in evoluzione, di una società che incomincia a contestare i vecchi privilegi per creare un nuovo ordine sociale borghese.

Maria appartiene a una famiglia benestante. Il padre è un avvocato socialista. Ha accolto in casa il figlio di un suo amico morto durante una rivolta dei Fasci e lo alleva come un figlio adottivo.

Pietro Sala, figlio di una nobile e ricca famiglia, si innamora follemente di Maria che, ancora giovanissima, convola a nozze.

L’amore di Pietro verso Maria è sconfinato. Maria viene coperta di gioielli, viene condotta nelle grandi città, entra in un mondo dorato, fa nuove e importanti amicizie, ha due figlio da Pietro, Anna e Vito.

Viene però fuori  l’assuefazione al gioco, di Pietro che lo porta a perdere ingenti somme che il padre non vuole riconoscere per cui viene spogliato di tutto e il padre deve affidare l’amministrazione dei beni a Maria.

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Maria non fa un dramma di questa situazione che però  fa riaffiorare il suo amore per il suo fratello adottivo Giosuè.  Si risveglia un sopito amore grande e avvolgente che la Agnello descrive in maniera veramente bella e coinvolgente.

Da questo amore nasce Rita che vive nella normalità di una famiglia che Maria riesce a tenere unita.

Il resto della storia la lasciamo scoprire al lettore che sicuramente si appassionerà a questa lettura che è coinvolgente e moderna in tutti i sensi.

Gli amori e la vita dei protagonisti del libro sono accompagnati da musiche  di alto livello culturale: il concerto il la di Grieg, il pianoforte di Chopin, La Lucia di Lammermoor, il Mefistofele.

E tanto pathos viene dalle lettere di amore che Giosuè scrive alla sua Maria e che non sono altro che le lettere che De Roberto scrive alla sua Renata. Questa è stata una operazione intelligente che la Agnello non nasconde e lo dice apertamente quando ringrazia Sara Zappulla Muscarà e Rino Messina, autore del libro “Il processo imperfetto” da cui ha tratto tante notizie sui fasci dei lavoratori in Sicilia.

Abbiamo detto che è onesta e obiettiva l’analisi dei fatti storici e politici che dalla fine dell’ottocento arrivano ai nostri giorni.

Poi ci sono nel libro tutte le problematiche della società contemporanea quali l’assuefazione al gioco e alle droghe, le tematiche dell’omosessualità e, sotto certi aspetti, quelli  dell’utero in affitto.

Il libro non si può raccontare facilmente perché è molto complesso, ha diverse chiavi di lettura quello storico, quello sociologico, quello amoroso.

Si aggiunge e sembra la continuazione de “I vicerè”, de “I vecchi e i giovani”, de “Il Gattopardo”, de “La luna si mangia i morti” di Antonio Russello.

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Il libro vuole arrivare al grande pubblico e noi siamo certi che questo risultato è stato raggiunto perfettamente, anche per via di una prosa semplice, infarcita di parole siciliane che, se tradotte, perdono la potenza del loro significato: na fimmina cunzata per dire truccata, pizzuliarisi invece di litigare, lu scrusciu per il rumore, ciarmuliari, rummuliari e così via.

Noi avremmo preferito che la storia  fosse finita con la persecuzione razziale nei confronti dell’ebreo Giosuè che era stato alto ufficiale prima del fascismo, gerarca e deputato fascista.

La fine di Giosuè si poteva immaginare nei forni crematori però la scrittrice ha preferito andare avanti per raccontarci il secondo conflitto mondiale, la strage del pane di Palermo e le prospettive delle giovani generazioni in una società che si americanizzava.

Se fosse finito con la morte di Giosuè per mano dei nazisti il romanzo avrebbe assunto un tono drammatico e avrebbe lasciato aperte tante questioni che avrebbero potuto indurre il lettore a immaginare, a suo modo,  tante soluzioni

Così  come finisce, il romanzo diventa più appetibile e questo lo sa certamente Simonetta Agnello alla quale non interessano i  giudizi dei critici ma interessano soprattutto quelli del pubblico che compra e legge il libro, cosa che del resto pensa Andrea Camilleri. E i lettori acquistano già il libro “Caffè amaro” di Simonetta Agnello che si trova in testa a tutte le classifiche di vendita e che sarà l’evento editoriale più importante di questo 2016.

Agrigento, lì 30.5.2016.

Gaspare Agnello