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I sogni non si cancellano.
Chi li cancella è perduto.

Silvana La Spina con il libro “L’uomo venuto da Messina” ed. Giunti vuole far conoscere al grande pubblico il pittore siciliano del ‘400 Antonello da Messina e la sua vita drammatica e avventurosa.

Racalmare 2007 - La Spina e Gaspare Agnello

Racalmare 2007 – La Spina e Gaspare Agnello

Le fonti per questa operazione non sono tantissime per cui la Scrittrice ha dovuto in parte ricostruire la vita di questo nostro grande personaggio e lo ha fatto cercando di avvicinarsi  alla realtà.

Il libro potrebbe definirsi storico o agiografico e non lo è;  è sicuramente un romanzo picaresco con radici storiche.

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Silvana La Spina  è stata attratta da Antonello perché è un suo conterraneo, per celebrarne la grandezza e soprattutto perché in esso ha ritrovato alcuni tratti del suo carattere, del suo modo di essere, delle sue aspirazioni artistiche, della sua vita difficile e travagliata.

Antonello da Messina è uno dei maggiori pittori italiani e però non ha la notorietà che hanno altri pittori come Raffaelllo, Tiziano, il Masaccio e tantissimi altri.

E’ da dire che, anche coloro che hanno avuto la fortuna di vedere alcuni quadri di Antonello, non  sanno abbastanza della sua vita.

Il libro ci fa conoscere la seconda metà del ‘400 che è l’epoca in cui visse Antonello: ci porta in Sicilia dove il pittore nacque, nella corte napoletana, nella Repubblica marinara di Venezia, nelle Fiandre dove non sembra che Antonello sia stato realmente, come immagina la scrittrice.

Intanto scopriamo che Antonello è stato un grande viaggiatore; ha dovuto viaggiare tanto per conoscere, per affinare la sua arte, per incontrare i grandi pittori del tempo, nella consapevolezza che, chiuso nella sua Sicilia, non avrebbe potuto acquistare la dimensione universale che gli hanno dato le esperienze e le conoscenze acquisite nel suo lungo e faticoso peregrinare per l’Italia.

“Mio padre, mio fratello, mio cognato si sono lamentati dei miei viaggi, ma nessuno di loro mi ha mai seguito, nessuno ha preso il largo su una nave per andare a fare nuove esperienze. Non ha affrontato tempeste, pirati, malacarne e tutti quei banditi che si trovano per via…Ma poi ugualmente hanno invidiato la mia qualità e i miei successi.

E’ questo il vero mistero della mia gente. Anelano a qualcosa ma poi non la cercano veramente.

Sarei diventato Antonello il Messinese se fossi rimasto a Messina? Ho i miei dubbi, maestro.

E quel dubbio mi tormenta anche adesso, in punto di morte”.

Alla corte di Napoli incontra Pisanello che gli dice che la Sicilia “Non è una buona terra per pittori, troppo lontana, troppo isolata. Laggiù non capirebbero mai i tempi nuovi. Se vuoi un consiglio non tornare”.

E’ già in queste parole incomincia ad affiorare il rapporto di odio e amore di Antonello nei confronti della sua terra di origine che poi è il dramma di tanti letterati siciliani costretti ad emigrare.

Dopo un viaggio a Napoli torna in Sicilia: “Sono arrivato stamane e l’ho vista laggiù, sullo sfondo, la mia città. Tra i fiumi dell’alba e il rosseggiare dell’aurora.

Ho visto la falce del porto e il convento del Santissimo Salvatore, i colli lontano di San Rizzo, le mura,  la rocca, le chiese lontane e il Duomo…” “…Le mie radici sono qui, dicevo. Questa è la mia terra, la mia casa…Solo che poi la smania del nuovo mi riprendeva. E allora cercavo una nave, stavo lontano per mesi, per anni…Finchè sapevo che dovevo tornare”. “Messina una perfetta sconosciuta”. “A Messina e in tutta l’isola i nobili sono diventati l’arroganza fatta persona…”

E al suo maestro Colantonio a cui, in punto di morte, racconta la sua ‘assurda vita’ dice: “Ogni pittore che si rispetti avrebbe lasciato quella terra chiamata Sicilia e sarebbe andato in giro per il mondo”.

Antonello non è un eroe: è genio, sregolatezza, però sa adattarsi alla realtà e sposa una vedova con figli, perché ha una buona dote e questo gli potrà consentire di vivere una vita agiata.

Non se ne pente perché poi si innamora della moglie e con lei si trova bene, ma per lui la cosa principale non è la famiglia o i figli che genera con tante donne, ma è l’arte: “Non sono un uomo rancoroso, certo, ma ho guardato sempre con invidia le famiglie numerose di certi artisti.

E’ vero che alla fine nel mio laboratorio ho aggiunto fratelli e nipoti, e un (figlio) bastardo, ma non è la stessa cosa… I figli sono l’idea del futuro, la prosecuzione di noi stessi. Il motivo per cui lottiamo e lavoriamo.

Ma quando parlo di queste cose, penso sempre a Piero della Francesca. Quell’uomo non ha moglie e non ha figli, eppure dipinge come un forsennato.

Cosa gli dà in tal caso la forza, la tensione e la speranza che dopo di lui rimarrà qualcosa?

Mi rispondo: il fatto che crede in quello che fa. Lui sa che la sua eredità è il cambiamento.

Persino io, dopo aver visto i suoi quadri, avevo sentito cambiare in me qualcosa.

Ne avevo concluso che c’erano uomini che potevano fare a meno di avere figli.

Anche perché possono essere deludenti.

Un esempio? Quando facevo posare mio figlio Iacobello,  quello spesso si distraeva dietro qualunque cosa, un rumore, una mosca che ronzava sul davanzale, un filo di polvere… ‘Smettila’ gli dicevo. ‘Stai fermo’ insistevo. Ma quello insisteva. ‘Patri mi annoio’.

In tali occasioni pensavo: è costui il mio futuro? Questo bambino distratto e negligente? E’ per costoro che lotto e mi distruggo?

Allora capivo che avevo mentito.

Nessun pittore a caccia di un’arte nuova si strugge per i figli o la famiglia… E’ L’OPERA L’UNICO VERO OBIETTIVO. E’ LEI LA SPERANZA DI OGNI COSA – PERSINO DI UNA PERSONALE IMMORTALITA’. IL RESTO E’ SOLO VITA COMUNE COME QUELLA DI TUTTI GLI ALTRI.

ALL’ARTISTA RIMANE INVECE L’OSSESSIONE, I SOGNI PER RAGGIUNGERLA, ED E’ QUESTO A DARGLI LA CERTEZZA DI AVERE VISSUTO UNA VITA VERA”.

“La verità, dice ancora Antonello, è che ho creduto di amare una cosa sola, il mio lavoro, la mia arte e per questo sono stato dappertutto, a piedi, a cavallo, a dorso di mulo…Solo che non è stato un amore ricambiato.

L’arte è sempre sfuggente. E’ un’amante disattenta l’arte – e io che l’ho sempre creduta una femmina generosa”.

In effetti, diciamo noi, l’arte per Antonello è stata tanto generosa da renderlo immortale.

Mentre dice queste parole di scoramento è preso dal grande amore per Griet, la figlia segreta di  Van Eych, il grande pittore di Bruges dove Silvana La Spina immagina che Antonello si rechi, assieme al suo Cicirello, per scoprire l’arte fiamminga e il segreto della pittura ad olio.

“Griet m’affatturò, maestro, per questo in parte l’ho odiata. Ho odiato il suo volto, il suo sorriso. E nello stesso tempo l’ho amata con passione. Che io, Antonio il Messinese, uomo di lussuria, non conoscessi l’amore mi fece rabbia. Invece da quel momento dovetti vagare per le strade di Bruges come un sonnambulo…E di notte la incontravo persino nei sogni.

Allora mi svegliavo rancoroso ed eccitato, pensando: che m’hai fatto, disgraziata?

Talvolta a causa sua tornavo col pensiero alle donne del mio passato. Venera, Annina, Giovanna, altri nomi altisonanti come le dame della contessa Lucrezia. Le enumeravo, cercavo di ritrovare i loro volti, i loro corpi, i loro gemiti di piacere.

Com’erano diverse da Griet?

Ancora adesso, dopo tanti anni, il solo pensare a lei mi dà quella sensazione di calore alla bocca dello stomaco, come se un sole interno sorgesse nella mia vita.

Anche Cicirello dovette accorgersene, perché da quel momento mi guardò di malo modo”.

In punto di morte confida al suo maestro: “Inghiottirà quell’acqua anche me? (ndr. L’acqua del mare). E con me il ricordo di Griet? Potessi risparmiarmi almeno questo…

E’ vero ho avuto altre donne. Ma quelle le ho avute per avidità. Per non dire lussuria.

E questo so bene è peccato. La Chiesa condanna infatti la lussuria, ma poi dimentica che per un pittore tutto è lussuria, per un pittore ogni gesto è carnale…anche il semplice gesto di dipingere.

Per un pittore la pasta del colore è carne viva, sangue, dolore e gioia, muco e mestruo…Quando la spande prova un brivido, il membro si inturgida…”

La storia di Griet è una storia tragica ma il suo volto continua a sconvolgere milioni di persone quando lo vedono immortalato nella Annunziata di Antonello da Messina che rimane una delle sue opere più belle.

Griet finirà la sua vita a Venezia, dove il maestro l’accompagna, in quella Venezia piena di grandi artisti che Antonello conosce e con i quali compete da pari riscuotendo successo.

Le sue opere resteranno come monumenti eterni: la Crocefissione, il San Sebastiano, il Salvator Mundi, il San Girolamo nello studio, l’Ecce Homo, la Pala di san Cassiano, il Sorriso dell’ignoto marinaio.

 

A questo sorriso ignoto la Scrittrice dedica, giustamente, particolare attenzione perché rappresenta uno dei lavori più significativi e belli di Antonello.

Antonello riceve una commissione da un uomo che “E’ di bell’aspetto e di buone maniere. Veste inoltre come un comandante di navi, una lunga palandrana, e il bavero bianco, una scuzzetta in testa…

Ma è specialmente il sorriso a farlo strano. Sornione, livido, spietato.

Come posso dipingere un uomo con un sorriso simile, mi dico. Eppure adesso  vi confesso, maestro, che quell’uomo misterioso ha avuto uno strano influsso su di me anche se non saprei veramente dire in che modo.

QUELL’UOMO E’ STATO COME IL MISTERO DELLA PITTURA STESSA, IN CUI OGNI ARTISTA PUO’ SPROFONDARE SENZA RENDERSENE CONTO. QUELL’UOMO E’ IL SEGRETO, L’ETERNO MIRACOLOSO MISTERO DELLA CFREAZIONE”.

A questo punto dobbiamo dire che nella sua pittura Antonello trasfonde il dramma della sua vita, il dolore, il senso della morte.

Mentre la sua vita volge al termine e ritorna a Messina per trovare un clima più confacente alla sua salute, frate Guglielmo gli dice: “Voi siete nato per la sofferenza. Ho veduto una vostra Crocefissione a Palazzo Ducale, sapete? Quel dolore del Cristo così intenso, così umano… Non ho mai visto, credetemi, un dolore così genuino”.

“Per la faccia del Cristo, dice Antonello, ho preso a modello un pover’uomo che per giorni era stato legato  alla gogna in piazza Duomo”. “Eccolo qui il mio Cristo di dolore, …il mio Cristo Crocifisso senza altra colpa che la stoltezza degli uomini. Un cristo che puzza di sterco e di ignoranza…”.

Infine il “Trionfo della Morte” temuta da papi, re, imperatori e non dai poveri che la considerano una soluzione alla loro invivibile vita. O morte “vi aspetto…non tardate ancora…Nessun ostacolo più ci divide…Mi annullerò in voi e conoscerò finalmente la corsa, il girare, il vortice perpetuo dell’universo…”

“Ben arrivata signora morte”. (E’ la stessa signora che incontra il Principe di Salina).

Ma “la mia pittura forse non se ne andrà nemmeno con la mia morte, perché c’è anche una pittura che non muore”.

E la pittura di Antonello da Messina non è morta e continua a vivere in eterno.

Il lettore da questo nostro lungo peregrinare tra le pagine del libro “L’uomo che veniva da Messina”, si renderà conto che ci troviamo di fronte a un’opera molto complessa, frutto di un grande lavoro di ricerca da parte della Scrittrice che, avrà dovuto consultare molti libri di pittura e di tecnica pittorica, con una ricerca lunga e faticosa. Non è facile per una scrittrice entrare a piè pari nel mondo della tecnica pittorica, un mondo che nel ‘400 ha espresso i più grandi geni della pittura mondiale.

La Silvana ha dovuto studiare per capire quel secolo, la vita delle corti come quella di Napoli con tutti i suoi intrighi che coinvolgono anche gli artisti, la Venezia rinascimentale, anch’essa difficile da vivere e piena di intrighi, l’esplodere dell’arte fiamminga, la peste, la Sicilia affamata e sottomessa.

Silvana La Spina si è sottoposta a una grande sforzo intellettuale per produrre un’opera di respiro europeo e dal grande valore letterario e possiamo affermare con sicurezza che è riuscita pienamente nel suo scopo.

Il libro è una delle opere più significative di questi ultimi anni anche per la prosa bellissima che è stata infarcita di parole siciliane che rendono più umana e veritiera la narrazione.

Ci sono alcune parole che, se tradotte in italiano, perdono la loro forza: iarruseddu, burnia, bagnarola, scunsulata, u capisti?, scuzzetta.

E’ la stessa tecnica di Simonetta Agnello che sta raggiungendo grossi successi editoriali.

E poi ci corre l’obbligo di dire che, in parte, in questo libro troviamo anche alcuni tratti della vita di Silvana La Spina e per avere conferma di questa nostra sensazione abbiamo dovuto ricorrere alla lettura del suo precedente libro “La continentale” in cui troviamo l’odio – amore per la Sicilia, la grande voglia di partire per andare incontro al successo che non si può avere in questa terra periferica, una vita difficile e complicata, il grande amore per l’arte per la quale ha dovuto contrastare con la famiglia e con sua madre.

“Alla fine, scrive, non ho casa, non ho patria, e specialmente non ho madre”.

“Mia madre non ha accettato, o quasi, i miei figli; e non è mai venuta alla presentazione di un mio libro.

Persino quando glieli regalavo diceva: ‘Non lo leggo’, oppure ‘Quell’altra scrive meglio di te’. Ma tutto questo perché? Quale fu l’offesa  imperdonabile?

Credo che fossi riuscita a salvarmi, nonostante tutto. ..Che io avessi usato la mia strada anziché la sua fu come se il Sud traditore e miserabile avesse vinto e sconfitto il Nord ricco e calvinista”.

Questo lo afferma la stessa La Spina nella Avvertenza finale del suo libro quando scrive:

“Per molti versi la sua storia (ndr. quella di Antonello) è simile a quella di tanti artisti che solo uscendo dal limite destinato trovarono se stessi…Ma che pagarono tutto questo a caro prezzo.

Che poi è il prezzo dell’arte medesima.

Il libro è dedicato a costoro”.

Agrigento, lì 19.6.2016

Gaspare Agnello