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Simonetta Agnello si è interessata di cucina e quindi di ricette, ha fatto alcune trasmissioni televisive di culinaria, per cui io mi sono allontanato dalla sua letteratura e ho omesso di leggere qualche suo libro.

Mentre mi trovavo a Pisa mi hanno chiamato a telefono chiedendomi di contattare Simonetta  e farla venire ad Agrigento per presentare la sua ultima fatica letteraria “Nessuno può volare” edito dalla Feltrinelli.

Ho sentito subito il bisogno di comprare il libro per incominciare a leggerlo sotto la torre pendente.

La titolare della libreria mi avvertì che non si trattava di un romanzo.

Incominciai a leggerlo e ho subito capito che mi trovavo dinanzi a un’opera letteraria di indiscusso valore per la sua bellezza narrativa, per l’argomento e soprattutto per l’impegno della scrittrice Simonetta Agnello nel trattare una materia che per lei poteva essere dolorosa.

Simonetta descrive in maniera cruda la vicenda della malattia del figlio Giorgio che, già sposato e con una figlia, scopre di essere affetto da sclerosi multipla degenerativa, con nessuna possibilità di guarigione.

E quindi ci troviamo dinanzi a una scrittrice che è anche madre di Giorgio che, oltre a essere il protagonista del libro, suo malgrado, ne è anche autore perché la  madre lo fa parlare e le sue parole registrate diventano parole scritte.

Il libro, come si evince facilmente, è stato scritto a quattro mani.

Il lettore potrebbe pensare a una narrazione drammatica di una madre che vive la malattia del figlio che, tra l’altro, deve affrontare il divorzio.

Invece non è così perché il cuore della mamma è grande e sa trovare la via giusta per la felicità dei figli.

La mamma sa che ogni medaglia ha il suo rovescio e che quindi bisogna accettare la realtà della malattia e convivere con essa senza farla diventare protagonista della vita.

Si riappropria del figlio e, con gioia, cerca di dare un senso alla vita di Giorgio.

Nella famiglia Agnello si ha avuto a che fare con la disabilità che è stata accettata e trattata con levità.

Simonetta parla del padre che aveva una gamba ammalata, che poi è stata amputata, ma non per questo il Barone rinunziò alla bellezza della vita.

“Pian piano accettavo l’enormità di quello che ci era successo: un’orribile malattia in famiglia. Ma era anche una sfida. Come noi non possiamo volare, così Gerge non avrebbe più potuto camminare, questo non gli avrebbe impedito di godersi la vita in altri modi. Mio padre era stato un  formidabile esempio. Nella vita c’è di più del volare, e forse anche del camminare. Lo avremmo trovato, quel di più”.

La famiglia sceglie la normalità e anche i figli di Giorgio accettano il padre così com’è.

Madre e figlio decidono di scoprire Londra e poi le bellezze dell’Italia e qui il libro diventa veramente fantastico perché i due iniziano una grossa battaglia per abbattere le barriere architettoniche e notano che già il problema è stato posto nella giusta misura nei paesi comunitari e poi notano la solidarietà della gente noi confronti del disabile.

Giorgio scopre che anche nel Parlamento britannico ci sono stati componenti disabili. Addirittura un cieco è stato in Parlamento per ben venti anni.

Scopre anche il mondo: va in Egitto, visita la Francia e Disneyland, visita la più belle città italiane; insomma fa una vita normale.

E questo grazie all’amore della madre la quale scrive: “Spesso la gente dice che mi sacrifico per George. Non sono d’accordo. Il sacrificio implica sempre qualcosa di negativo e di crudele, crea astio nel presunto ‘beneficiato’ sia in chi non ne ‘gode’. A volte dà alla testa a chi si ‘sacrifica’. Senza dubbio la mia vita è cambiata e soprattutto è cambiata la posizione di George all’interno della famiglia”.

La malattia è certamente un grande dramma ma se la medaglia viene vista dalla parte giusta può trasformarsi in opportunità.

Simonetta, dedicandosi al figlio, ha potuto concentrarsi maggiormente e quindi scrivere di più e meglio, dice Lei, e tutti e due hanno potuto fare un viaggio eccezionale.

“Ho voluto fare i programmi televisivi con George, scrive Simonetta Agnello, per due motivi: il primo per dimostrare che i disabili non solo hanno diritto di girare il mondo, viaggiare e goderne, ma che possono farlo”.

Del resto il giornalista e scrittore Candido Cannavò nel suo libro “E li chiamano disabili” parla di Simona Atzori, la libellula senza ali che, senza braccia, è diventata ballerina e pittrice, di Felice Tagliaferro un cieco che è diventato scultore, di Paolo Annibaldi, paralitico che fa il chirurgo e che è diventato Sindaco del suo paese, di Fulvio Frisone, gravemente disabile che è diventato un grande fisico.

Ebbene devo dire che questo libro mi ha riconciliato con Simonetta Agnello che si dimostra sempre più, grande scrittrice perché sa plasmare la materia che le si affida trasformandola in opera d’arte.

Molto spesso i critici militanti storcono il naso dinanzi a scrittori che hanno un grande successo editoriale ma io dico che il vero successo lo decreta il pubblico che, se legge un autore, significa che vi si identifica e vi trova la sua vita.

Agrigento, lì 26.11.2017

Gaspare Agnello