(articolo letto 304 volte)

Sono arrivato con molto ritardo a leggere il libro di PAOLO COGNETTI “Le otto montagne” edito da Einaudi e vincitore del premio Strega 2017.

Il libro ha vinto tantissimi altri premi ed è stato già tradotto in diverse lingue; quindi si può dire che rappresenta un successo editoriale importante.

Io non voglio, di questa opera, fare una recensione classica ma voglio esternare i sentimenti che mi ha suscitato.

Prima di tutto devo dire che Cognetti riesce a trasmettere al lettore l’amore per la sua montagna dove  ama ritirarsi per alcuni mesi dell’anno per vivere in solitudine e a contatto con un mondo sconfitto dalla modernità che va scomparendo e che è oggetto solo di curiosità turistica.

I personaggi principali del libro sono Bruno e Pietro. Bruno è un montanaro di Grana vissuto e cresciuto sul Grenon mentre Pietro è il ‘signorino’ di città che va in montagna per villeggiare.

Questa differenza sociale non impedisce ai due ragazzi di diventare grandi amici. Del resto è a tutti noto che è la scuola primaria il posto dove non esiste la discriminazione razziale. I bambini neri o bianche diventano subito compagni.

Bruno e Pietro passano le giornate a vivere il fiume, a fare scalate, ad andare in sù verso l’alpeggio e questo anche se Bruno deve badare agli animali che deve portare al pascolo.

Pietro ha il padre che lo istruisce a scalare le montagne, lo addestra, gli fa superare il mal di montagna anche se il loro rapporto non è così intenso.

La mamma di Pietro si pone il problema dell’educazione di Bruno e vorrebbe portarlo a Milano per farlo studiare e nel mentre gli dà i primi elementi per imparare a leggere e a scrivere e per avviarlo alla scuola.

La famiglia di Bruno non vuol perdere un ragazzo che rappresenta una forza lavoro e reagisce malamente.

Bruno non sente il bisogno di evadere dalla montagna ma a noi sorge un interrogativo molto cocente. C’è una predestinazione o una barriera insormontabile per chi nasce in condizioni disagiate, per cambiare vita?

O forse la vita della montagna ha una valenza superiore a quella di città per cui non conviene adattarsi alla modernità della città?

Bruno dice a Pietro: “Tu sei quello che va e viene; io sono quello che resta. Come sempre, no?”

Pietro, che vive a Milano, è attratto dalla montagna, va a esplorare altre vette in Asia e torna sempre a Grana.

Il padre, che muore, gli lascia un pezzo di terra in montagna a duemila metri di altezza con un rudere da sistemare.

Pietro capisce che il padre lo vuole legare alla montagna e ricostruisce il rudere con l’aiuto di Bruno che compra l’alpeggio dello zio. Si indebita per riattare tutta la proprietà e crea un’azienda indebitandosi con le banche.

Si innamora di Lara, amica di Pietro.

Lara vuole restare in montagna e inizia un rapporto con Bruno da cui ha una figlia Anita.

Tutto va per il meglio. Ma la montagna non ha quello che la vita moderna richiede per cui Lara lascia Bruno portando con sé la figlia.

A proposito, per inciso, dico che le donne nel libro hanno un ruolo marginale, come del resto avveniva nelle antiche società contadine.

Le banche strozzano Bruno e l’azienda va alla malora.

E allora Cognetti ci vuol dire che per gli uomini della montagna non c’è più speranza?

Il libro, a mio avviso, è un semplice racconto che non ha pretese sociologiche o di denuncia ma in maniera indiretta il lettore può trarre le giuste conclusioni.

Cognetti pone tantissime problematiche sociali. Lancia il sasso nello stagno perché ognuno guardi l’effetto che produce.

E l’effetto che in me ha prodotto  il libro è inquietante in quanto la società moderna va avanti per la sua via e non si interroga sui problemi che lascia dietro.

La montagna, il bosco, i ghiacciai, i fiumi sono per noi “la natura”: una parola in cui dentro c’è tutto e nulla nello stesso tempo: la gita, le ferie e non le problematiche che la società si deve porre per difendere e tutelare questi elementi da cui dipende la vita di tutti noi.

Bruno aveva provato a vivere la montagna: aveva ricreato un’azienda, aveva trovato la sua donna, aveva una figlia ma tutto questo poi gli è crollato addosso.

Bruno è nato ‘per fare il montanaro’ ma non lo ha potuto fare. La montagna lo ha inghiottito durante la tormenta.

La civiltà non lo ha aiutato anzi lo ha strozzato.

Pietro continua a vivere con la nostalgia della montagna che si è mangiato il suo amico.

A questo punto voglio dire che il libro ha avuto la capacità di farmi vivere la storia, di condurmi nella montagna, di farmi assaporare la bellezza della “natura”, ha avuto anche la capacità di farmi pensare per cui ritengo che Cognetti abbia scritto un buon libro che vale la pensa di leggere.

Agrigento, lì 19.3.2018

Gaspare Agnello