(articolo letto 532 volte)

Ho letto il dattiloscritto del libro di Nicoletta Bona “La sottana scarlatta” e la lettura mi ha disorientato suscitandomi molte perplessità.

Ho avuto poi il libro pubblicato dall’editore Aulino di Sciacca e sono tornato a rileggerlo anche perché era la seconda prova letteraria dell’Autrice che, in prima battuta con “Il mio Dio è nero”, mi aveva impressionato molto favorevolmente.

Nicoletta Bona

Nicoletta Bona

Con il libro stampato ho visto meglio e sono entrato nel cuore della vicenda non senza qualche sbandamento.

Dovevo capire che mi trovavo a leggere un lavoro da ascrivere alla letteratura dell’assurdo che ha una sua grande dignità, un assurdo, però, che volge al positivo.

Alcuni anni addietro ho intervistato il premio Nobel per la letteratura Kazuo Ishiguro e gli ho detto che i suoi racconti mi portavano nel mondo dell’assurdo. Ishiguro mi ha dato una risposta fulminante: non meno di Pirandello.

In fondo, leggendo il libro di Nicoletta Bona ci si rende conto che la nostra vita è veramente assurda. Nasciamo, viviamo e moriamo scomparendo nel nulla. E poi siamo, non siamo? Viviamo veramente? Siamo vivi o morti che camminano? Insomma la nostra vita non so fino a che punto ha un senso.

“…se solo provassi a raccontarvi questa storia, scrive la scrittrice, non riuscireste a decifrarla….” e continua, entrando  in considerazioni di natura f ilosofica, “perché voi siete fatti di un solo senso e non potreste accettare la possibilità che in noi ne possano esistere altri.  Voi camminate solo sulla via che conduce al piacere materiale ed effimero e non potreste immaginare che accanto a quella ne esistono altre parallele, apparentemente uguali, ma che, se intraprese, hanno il potere di mutare l’intero percorso della nostra storia.

Lasciamo stare le considerazioni filosofiche e veniamo ai fatti narrati.

Nina, seduta in una panchina di una villa, si trova accanto un signore in pigiama molto ma molto strano.

Spinta da non so quale sentimento decide di aiutarlo portandolo a casa sua. Assurdo questo comportamento. Ma è così che avviene per una logica stringente.

Nina è una donna forte. Ha un rapporto difficile con la madre Paula che vive nel mondo della moda e vorrebbe che la figlia entrasse in questo mondo dorato.

Ma Nina le risponde: “ sai che me ne faccio delle tue linee…? Convinciti che non posso essere te…”

Scopre una storia strana: questo tizio era stato ricoverato in ospedale, forse a seguito di un incidente. Ha il cervello piatto ma non muore. E’ un caso clinico molto rilevante per cui i due medici che lo hanno in cura e che vogliono rappresentare l’ingordigia del denaro, vogliono vendere il paziente ad altri clinici per eseguire i loro studi. Ma il paziente scappa e si ritrova in questa panchina che forse sceglie volutamente per avvicinare Nina.

Nina va in ospedale, cerca di capirne di più; incontra il medico Alberto Aulenti. Avvengono tutta una serie di circostanze che fanno scoprire a Nina che l’ammalato, che in ospedale hanno chiamato Glauco, potrebbe essere il frutto di uno stupro nei confronti della nonna di Nina, frutto rifiutato.

La nonna poi avrebbe ucciso Glauco che in effetti si chiamava Luca.

Il Luca ritrovato da Nina a un certo punto scompare e Nina e il suo uomo Alberto trovano il cadavere nella campagna dove lui è nato, vicino alla casa in riva al fiume.

Lo stesso cadavere scompare e non si trova più.

Come si vede il racconto è alquanto intrigante, molto inverosimile anche se la Nicoletta sostiene che “si può nascere e morire tante volte”.

Insomma cosa vuol dire la scrittrice? Che Nina ha avuto un dejà –vu?.

La realtà è che ognuno di noi vuole conoscere le proprie radici e Nina ha avuto la sensazione che le sue radici erano ammalorate e ha scavato tanto, anche con l’aiuto della domestica di famiglia Maria.

Ha scavato e ha scoperto che la sua nonna, di cui lei porta il nome, aveva nascosto il grande dramma della sua vita e cioè la nascita di un figlio nato da uno stupro, figlio che, prima, ha abbandonato e poi ha ucciso.

Questo sconvolge la vita di Nina che però trova la via giusta che la porta a dare valore non alle cose materiali ma alla spiritualità, ai valori. Trova l’amore di Alberto, che, nel momento drammatico della sua vicenda personale, la sostiene e le dà la gioia di vivere. Insomma l’amore che riscatta e dà un senso vero alla vita.

A questo punto il lettore si pone una domanda: come mai che Luca, ucciso dalla madre, compare alla sua nipote. Il lettore deve capire che proprio in questo gioco di morti e di apparizioni sta la bellezza e la trovata geniale della narrazione che affonda nel subconscio. Potremmo trovare ascendenze pirandelliane ne “Il Fu Mattia Pascal”.

C’è di più perché quando Nina e Alberto, ormai innamorati, decidono di comprare la casa in riva al fiume, scoprono che l’agente immobiliare si chiama Luca Glauchi. E allora chi è il vero personaggio il Glauco trovato in ospedale e il Luca ucciso dalla madre o Luca Glauchi agente immobiliare?

Uno, nessuno, centomila direbbe Pirandello. Ognuno di noi è quello che è ma potrebbe essere un’altra o tante altre persone che non si sono realizzate per le circostanze della vita.

Il libro non è solo questa storia strana e fortemente drammatica, è una serie di quadretti messi tra virgolette che danno pregnanza alla storia e danno un senso di profondità ai sentimenti e quindi all’opera stessa.

C’è un capitolo dedicato al pregiudizio, un altro alla normalità, uno al senso della vita, e l’altro al lato oscuro della vita e alla vita come sfida.

A proposito del pregiudizio l’Autrice scrive: “C’era un ordine, nel suo disordine mentale, in cui classificava le priorità della sua vita, collocando al primo posto la volontà di superare i pregiudizi e non lasciarsi condizionare dalle apparenze. Lei riteneva che il pregiudizio bloccasse ogni forma di creatività e non lasciasse assaporare le sensazioni che l’istinto del primo impatto offre, facendo prevalere la chiusura immediata verso ogni possibile conoscenza. Dunque ( Nina) non si uniformava mai al giudizio generale e anzi andava alla ricerca della diversità in ogni cosa, di quella difformità che poteva darle un arricchimento anche spirituale”

Alberto ha quasi paura di questa donna che lo coinvolge in vicende allucinanti: “…E’ che a volte abbiamo paura…ho paura…quando mi pongo di fronte al lato oscuro della vita e in me scatta l’istinto di auto protezione da questa zona d’ombra, che mi suggestiona e nel contempo mi raccapriccia, perché potrebbe palesarmi qualcosa di cui non saprei difendermi. Ho la sensazione fastidiosa di non essere all’altezza di te e di non riuscire a preservarti da una eventuale delusione o anche da te stessa…”

Ma poi lo stesso Alberto dice: “ Vedi, Nina…la vita…io la vedo come una sfida e, alcune volte la materializzo, mettendomi a tu per tu con lei, come se fosse un avversario con cui contendere il premio finale, che è la conoscenza…”

Ecco che il lettore, attraverso questi brani che si concatenano, attraverso queste riflessione che l’Autrice mette in bocca ai suoi personaggi, dà un senso concreto alla sua strana storia che, possibilmente, doveva ancora sedimentare per essere maggiormente approfondita e chiarita in alcune situazioni che sanno tanto di psicoanalisi.

E infine c’è il passato che ritorna. E questo potrebbe chiarire tutto.

Nina dice alla madre che in questa storia “ io c’entro perché il passato ritorna inevitabilmente ed è tornato da me, è stato lui a cercarmi!”

Il passato ritorna sempre in noi e noi siamo frutti del passato. Nina ha dovuto scavare nel suo passato per sapere da dove veniva e chi veramente fosse.

Nina trova la ragione della sua inquietudine, trova dolore e sangue nel suo DNA, ma per fortuna c’è Alberto a cui Nina dice: “ Tu hai il potere di salvarmi”.

E la vita continua nel nome dell’amore che vince il male.

Attraverso l’assurdo si può arrivare alla salvezza.

Agrigento, lì 4.5.2018

Gaspare Agnello