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Vanessa Ambrosecchio torna in libreria con un nuovo libro: “Cosa vedi” edito dalla casa editrice di Palermo il Palindromo, che si sta distinguendo particolarmente, ristampando libri di scrittori dimenticati e classificati minori e che invece riescono ancora a interessare il pubblico di oggi e dando voce a scrittori emergenti che non trovano spazi sufficienti nella editoria nazionale.

Per la verità la Ambrosecchio aveva esordito nel lontano 2004 con la casa editrice Einaudi con un libro molto originale e quanto mai strano intitolato “Cico c’è”.

Sono arrivato a quel libro attraverso unna recensione di Giampiero Cinque il quale asseriva che la Ambrosecchio aveva un prosa composta da ‘un vocabolario sfavillante e una perizia narrativa  senza timidezze’.

Quella lettura, per me, è stata dura è ho detto che il libro era frutto di follia. Mi è piaciuta, però, la conclusione della storia e alla fine mi è venuto il dubbio di non avere capito la struttura narrativa della Scrittrice.

Mi ripromettevo di incontrare la Ambrosecchio e di parlarne con lei.

Vanessa Ambrosecchio

I dubbi sulla prima opera mi hanno indotto a leggere la seconda opera e devo dire che, all’inizio, ho provato la stessa difficoltà che avevo provato con il primo libro, però alla fine il puzzle si andava componendo e tutto mi è tornato chiaro o quasi.

Però è da dire che il modo di narrare della Ambrosecchio è di tipo sperimentale ed è ad incastro. Molto spesso ci si rende conto che il fatto è un pretesto per parlare di tanti argomenti che sono molto più importanti della storia.

E sono tanti: la mafia e le estorsioni, una Palermo  viva e ribelle che sfila per le piazze per conquistare una primavera che tale non è, una grande voglia di modernità che distrugge la bellezza e il passato.

C’è una città che vuole essere nuova e che invece è tutta sventrata o forse tutta rovinata.

Del resto non sempre le cose nuove sono state positive. Per costruire il Teatro Massimo, si sono abbattuti tantissimi monumenti di cui ora non sappiamo nulla.

Le frenesia di nuovo del ‘900, la speculazione mafiosa, ha distrutto tantissima bellezza di Palermo, che era una grande capitale europea mentre ora è una città che vuole essere ‘nuova’ mentre diventa anonima.

“E’ il Grande Cantiere che distrugge per ricostruire, non si sa con che criteri e vincoli, la Città Vecchia”

Il protagonista del libro sa che a Palermo non funziona nulla, tutto è corrotto e colluso…la Polizia…!!!. Tutto contribuisce a fare in modo che la mala pianta infetti ogni cosa e tutti e si sogna una città che forse è stata e che non potrà più essere: “Da zero, Palermo, per ricominciare. I Palazzi, intorno, cambiano nuovamente colore, si fanno bianchi, d’oro, le strade hanno chiome d’alberi a ombreggiarle, che tremano a questa brezza e luccicano, le loro foglie, come campanelli. E al posto di questi scheletri giardini di zagara, di gelsomino vedo. Al posto di palazzi a specchio della Città Nuova, in fila come un esercito in stato d’assedio, costruzioni d’epoca risorte dal sottosuolo che le ha inghiottite, con lo splendore dei mosaici, la grazia brunita del ferro battuto. I fiumi interrati si rigonfieranno, le sorgenti sgorgheranno ad ogni crocevia, le palme rinasceranno rigogliose, non sarà più nemmeno una città, ma un’oasi, come forse è stata migliaia di anni fa e ora la vedo, la vedo come vorrei farla, Dana, come la faremo…”

Questa è la Palermo che sogna Hagar, il personaggio principale del romanzo, forse l’unico o uno dei pochi ben definito.

Hagar è un ex fotografo della Palermo ruggente, ricattato, per cui non fa più il fotografo ma tiene uno studio di fotografia dove si limita a sviluppare  le foto che gli altri gli portano.

Il suo negozio è accanto a quello del fioraio Hyppolite che viene fatto bruciare da ‘quelli’.

Poi c’è Aureliano che ogni venerdì porta a Hagar rullini da sviluppare. E qui è il nodo del libro perché non si sa chi sia Aureliano. Potrebbe essere un emissario della mafia, un informatore della polizia, potrebbe essere l’uomo di Dana. Ma Dana chi è? E’ la donna delle fotografie di Aureliano? Una donna con gli occhi che si abbandonano a ciò che essi vedono. E’ una donna della mafia? E’ una donna innamorata? “E’ vera?” “Cristo chi sei? Una qualunque? Una buona a farsi una sega…?” Sei Liv? Chi è Liv, si chiederà il lettore. E’ un personaggio che non appare e che forse rappresenta il nodo da sciogliere di questo libro che potrebbe essere un giallo a sfondo mafioso. Un libro kafkiano? Potrebbe essere. Anche perché c’è qualche quadro che sembra tratto da ‘La Metamorfosi’.

Come detto è un puzzle che il lettore deve saper ricomporre; è un modo raffinato e complicato di narrare che vuole distinguersi dal comune narrare, con anacoluti, construtio ad inversum, metafore.

Se dovessi scrivere in maniera classica, non scriverei, mi ha detto l’Ambrosechio.

Del resto anche Herta Muller ha una forma narrante ‘inquietante’ eppure è arrivata al Nobel, Claudio Magris, a cui ho contestato il suo modo difficile di scrivere, mi ha risposto che non è lui che deve abbassare il livello narrativo ma è il lettore che si deve elevare.

E Antonio Russello, che ha definito la sua scrittura impervia, quando ha terminato la stesura del suo libro “Rovesciano”,  ebbe paura di non capirlo.

Ci volle l’attore Sergio Sartor che glielo lesse ad alta voce per  farglielo  gustare ed amare.

L’Ambrosecchio è certamente una scrittrice raffinata, sa perfettamente che, probabilmente, questo modo complesso e sperimentale di narrare, in cui la storia sembra sfumata, non gli farà avere tantissimi lettori ma l’arte ha le sue esigenze e chi scrive deve essere se stesso nella certezza che la buona letteratura troverà lo spazio e il modo per affermarsi.

Agrigento, lì 2.1.2019

Gaspare Agnello