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Alla mia veneranda età, anche per ragioni di difetto della vista, leggo poco e molto lentamente e con qualche fastidio.

Mi è capitato di acquistare il libro di Vito Catalano “La notte della colpa” edito da Lisciani libri ( E.8,50) e, cosa veramente strana, il libro mi ha immediatamente preso e l’ho letto in circa tre riprese con grande piacere ma non perché volevo vedere come andava a finire la storia ma per la semplicità della scrittura che è scorrevole, senza complicazioni lessicali o troppe incidentali, insomma una scrittura ‘invitante’. Con questo non voglio dire che l’ordito narrativo sia elementare anzi dico che c’è una semplicità frutto di un lavoro sapiente di costruzione della frase tendente, appunto, a rendere gradevole la scrittura. Visto che l’ho letto con tanto piacere, a detta del nonno di Vito, Leonardo, vuol dire che il libro è buono. Infatti una volta ho chiesto a Sciascia: come si fa a giudicare un libro? E Sciascia mi rispose: se lo leggi con piacere vuol dire che è buono.

Catalano ha voluto scrivere un triller e questo tipo di letteratura molto spesso crea tensione e inquietudine nel lettore, invece questo scritto non provoca nessuna tensione anzi il lettore resta preso favorevolmente dalle descrizioni dei luoghi, dalle narrazioni che ci sono fuori dai fatti drammatici narrati.

Del resto il libro “La notte della colpa” ha i morti ma non c’è un commissario che indaga.

C’è solamente la coscienza che in ognuno di noi esiste e ha un ruolo preponderante nel guidare le nostre azioni, la nostra vita. “Il peso di una colpa può essere insopportabile”, scrive l’Autore.

La coscienza forse è la protagonista di questa narrazione senza con ciò fare ascrivere il libro a un genere introspettivo o di natura psicologica

Certamente, scrivendo questo libro ,Catalano ha avuto presente “Una storia semplice” scritta del nonno Leonardo, la cui conclusione però è molto diversa.

E allora devo concludere che questo scritto si deve ascrivere al genere dei triller?

Io credo che, come per Sciascia, il giallo è una occasione per poi potere parlare di altro.

Infatti, come ha detto lo stesso autore nella presentazione di Racalmuto, il libro è anche e soprattutto autobiografico.

C’è la Palermo di Vito Catalano con le sue arancine, le torte e con i paesi vicini molto belli e adatti a dolci escursioni amorose, c’è soprattutto la descrizione dei luoghi dell’Etna, di Taormina  a cui il nostro scrittore è particolarmente legato.

C’è il paese di Randazzo “carico di suggestioni”, la campagna delle pendici dell’Etna dove “bastava svegliarsi e aprire la porta ed ecco la campagna, magari con un coniglio selvatico che saltellava via. Il ragliare di due asini in una stalla a volte risuonava durante la notte. L’aria era fresca e pura, i rumori di attività umane erano poco frequenti”… “Eccolo dunque, quell’insieme di costruzioni, ora rimesse a nuovo, circondate da viti e da olivi; e in alto, imponente L’Etna”.

E ancora in questa campagna “ due farfalle danzavano poco distanti, sei o sette colombi solcavano l’azzurro del cielo”, azzurro che si contrappone al cielo plumbeo e quasi sempre oscuro di Varsavia dove Catalano insegna e dove ha trovato la donna della sua vita

E qui la parte autobiografica prende la mano dell’Autore e Magda, alunna di Daniele Torrisi, diventa la protagonista della narrazione.

Daniele giunge a Varsavia dalla Sicilia per insegnare italiano. Sotto il cielo oscuro di quel paese sente tanto la solitudine e basta un incontro al bar con una alunna per fare scoccare la scintilla dell’amore che è subito ricambiato. E qui l’Autore, con la sua solita sobrietà che c’è in tutto il libro,e che è tipica della sua persona, si lascia andare al racconto di un amore intenso che si vive anche a letto.

Magda, presa da euforia, propone a Daniele di andare a Liw dove risiedono i suoi genitori.  Non c’è migliore occasione per Daniele per fare un’escursione in posti sconosciuto con accanto il suo nuovo e grande amore.

Intraprendono un viaggio di due ore. Durante il tragitto “la mano destra di Daniele spesso lasciava il volante e andava a stringere le dita di Magda. Lei era eccitata per il viaggio insieme e non perdeva occasione per parlare della Polonia in genere o delle sue escursioni dell’infanzia, quando andava nei boschi a raccogliere i mirtilli con i compagni di giochi o i funghi con il padre”.

A Liw c’era poco da visitare. L’unica cosa da vedere era il castello dove si aggirava il fantasma della Dama Gialla. Una storia di castellane, di amori e tradimenti veri o immaginati. Una storia come quella della principessa di Carini che l’autore descrive nei minimi particolari costruendo pagine belle e intense che danno al libro un bel sapore fiabesco e ci riportano subito al triller.

Il conto torna e il cerchio si chiude. Sarà il lettore a scoprire in che modo.

Però a questo punto debbo dire che ci troviamo di fronte a una narrazione complessa, a un libro che non può avere una precisa catalogazione in cui c’ è il triller, l’amore, la natura, l’autobiografia.

Ma c’è soprattutto la levità della scrittura che rende lieve e amena la lettura.

Io, nel 2010, avevo recensito il noir “L’orma del lupo”, scrivendo che “forse andiamo verso la scoperta di un nuovo talento letterario”. Poi sono stati pubblicati “La sciabola spezzata” e “Il pugnale di Toledo”.

Oggi con “La notte della colpa” levo il ‘forse’ e affermo che abbiamo trovato un talento letterario di tutto rispetto.

Agrigento, lì 31.8.2019

Gaspare Agnello