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La paura del contagio da Coronavirus ci induce a stare rinchiusi nelle nostre abitazioni facendoci riscoprire una dimensione umana che avevamo perduto inseguendo un modello di vita consumistico e impostoci da un capitalismo ingordo che ha fatto degli uomini una massa di ‘consumatori’.

In questa nuova dimensione abbiamo riscoperto l’amore della terra curando nei minimi particolari il giardino che ci sembra corrispondere con gratitudine alle nostre particolari attenzioni.

Abbiamo dedicato particolare attenzione alla lettura e, seguendo i consigli di Sciascia, alla rilettura di testi già letti che si riassaporano  e si comprendono meglio.

Scrive Sciascia nel suo libro Cruciverba: “Un libro, dunque, è come riscritto in ogni epoca in cui lo si legge e ogni volta che lo si legge. E sarebbe allora il rileggere un leggere: ma un leggere inconsapevolmente carico di tutto ciò che tra una lettura e l’altra è passato su quel libro o attraverso quel libro, nella storia umana e dentro di noi. Ed è perciò che la gioia del rileggere è più intensa e luminosa di quella del leggere…”

Ho ritrovato tra i vecchi libri della nostra disordinata biblioteca, sparsi in diversi appartamenti, i racconti di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pubblicati dalla Feltrinelli e ci è venuta la voglia di rileggere La Sirena, oggi più conosciuta come Lighea. E’ stata una fulminazione perché abbiamo ritrovato un capolavoro, una narrazione di uno scrittore consumato, colto, raffinato che affonda le proprie radici nella classicità greca che tutto ha detto, fino al punto da far dire a Sciascia che siamo ‘ruminanti’ perché tutto è stato scritto.

Protagonista del racconto è il Senatore Rosario La Ciura, uno studioso della letteratura greca che, dall’alto della sua sconfinata cultura, guarda con un certo disprezzo l’umanità vuota, le ombre che gli stanno attorno, vivendo in uno splendido isolamento. E’ chiaro che il colto e sprezzante professore incarna lo stesso autore Giuseppe Tomasi di Lampedusa, incarna il Principe del Gattopardo che rifiuta la nomina a Senatore del Regno perché non accetta una società che produrrà sicuramente iene e sciacalli.

Il senatore vive a Torino ma è oriundo siciliano e quando incontra il giovane Corbera gli chiede della Sicilia: “ Se la Sicilia è ancora come ai tempi miei, immagino che non vi succede mai niente di buono, come da tremila anni”… “E’ una bella terra benché popolata da somari.  Gli Dei vi hanno soggiornato, forse negli Agosti inesauribili  vi soggiornano ancora”. Ritorna in questo, il discorso del Principe a Chevalley.

Però la Sicilia è stata parte integrante dell’antica Grecia e quindi esercita sempre il fascino antico della sua storia e della sua cultura che si legge nelle vestigia che i greci hanno lasciato in tutta l’isola.

I luoghi magici della Sicilia si identificano con la grecità e quindi non possono non attrarre la sua attenzione.

Gli incontri del giovane Corbera con il Senatore si intensificano e nasce una buona confidenza fra i due.

Il Senatore deve andare ad un convegno  e prima di partire, in un attimo di debolezza, gli racconta la sua grande avventura.

Mentre si trovava a Catania in una afosa e bruciante estate, un suo giovane amico gli ha offre la possibilità di passare qualche mese nella sua casa di Augusta, vicino al mare, per combattere la calura della città e per potere meglio studiare.

Corbera, gli dice, sei stato ad Augusta? Sì ci sono stato tre mesi da recluta. “ E in quel golfettino interno, continua il Senatore, più in su di punta Izzo, dietro la collina che sovrasta le saline, voi cappelloni siete mai andati?”

“Certo; risponde Corbera, è il più bel posto della Sicilia, per fortuna non ancora scoperto dai dopolavoristi. La costa è selvaggia, è vero Senatore? Completamente deserta, non si vede neppure una casa, il mare è del colore dei pavoni; e proprio di fronte, al di là di queste onde cangianti sale l’Etna; da nessun altro posto è bello come da lì, calmo, possente, davvero divino. E’ uno di quei luoghi nei quali si vede un aspetto eterno di quell’isola che tanto scioccamente ha volto le spalle alla sua vocazione che era quella di servir da pascolo per gli armenti del sole”. (Oggi credo che quel paradiso non esista più perché distrutto dai petrolieri e dalla cementificazione).

Ed ecco ora la grande avventura del Senatore che, con una barchetta si faceva cullare dal mare, leggendo i suoi libri: “Lo studio aveva cessato di essere una fatica: al dondolio leggero della barca nella quale restavo lunghe ore, ogni libro sembrava non più un ostacolo da superare ma anzi una chiave che mi aprisse il passaggio ad un mondo del quale avevo già sotto gli occhi uno degli aspetti più maliosi.”

Una mattina mentre solcava il mare, leggendo a voce alta, sente vacillare la barca, si gira e vede una donna aggrappata alla sua barca. Pensa che sia una turista, l’aiuta a salire a bordo e si accorge che non è una donna come le altre, è una sirena mezza donna e mezzo pesce. “Parlava greco e stentavo molto a capirla. ‘Ti sentivo parlare  da solo in una lingua simile alla mia; mi piaci, prendimi. Sono Lighea, sono figlia di Calliope. Non credere alle favole inventate su di noi: non uccidiamo nessuno, amiamo soltanto”.

Così ebbero inizio tre settimane di incontri e di amori frenetici.

“…In quegli amplessi godevo insieme della più alta forma di voluttà spirituale e di quella elementare, priva di qualsiasi risonanza sociale, che i nostri pastori solitari provano quando sui monti si uniscono alle loro capre; se il paragone ti ripugna (rivolto a Corbera) è perché non sei in grado di compiere la trasposizione necessaria dal piano bestiale a quello sovrumano, piani, nel mio caso, sovrapposti”.

“Ti ho già detto, Corbera: era una bestia ma nel medesimo istante era anche una Immortale ed è peccato che parlando non si possa continuamente esprimere questa sintesi come, con assoluta semplicità, essa la esprimeva nel proprio corpo. Non soltanto nell’atto carnale essa manifestava una giocondità e una delicatezza opposte alla tetra foia animale ma il suo parlare era di una immediatezza potente che ho trovato soltanto in pochi grandi poeti. Non si è figlia di Calliope per niente”.

Poi il mare diventò colore di Tortora, venne la tempesta e Lighea scomparve in mezzo ai flutti tempestosi.

Il Senatore, studioso del mondo classico, non può accettare che venga a prenderselo la signora velata perché sa che la morte degli uomini è dolorosa e anche ripugnante. Lui aveva fatto l’amore con la divinità per cui la sua dimensione è diventata divina. Sa che i suoi libri ‘imputridiranno’ , per cui durante un viaggio su una nave si butta tra le onde del ‘mare che dà la morte e insieme l’immortalità’. E così raggiunge la sua Lighea per vivere in un eterno amplesso divino.

Con questo racconto il Lampedusa sale verso l’Olimpo. Rifiuta gli amorazzi quotidiani intrisi di gelosie, di intrighi, di interessi economici, rifiuta il mondo comune delle ‘ombre’ che popolano l’umanità e raggiunge l’immortalità.

Il suo amore è atto animalesco ma nel contempo atto eterno di sublimazione, di ascesa verso la divinità.

L’uomo è per metà bestia e per metà figlio degli Dei e deve saper valorizzare la parte che appartiene agli Dei anche attraverso l’animalesco.

Insomma qui il Senatore è il Principe di Salina che guarda con distacco l’umanità e vive nel suo mondo superiore, anche se qui c’è una dimensione divina che valorizza l’uomo.

E’ difficile ad un critico far capire il senso di un racconto così complesso e significativo bisogna leggerlo per intero e fermarsi nei particolari per capire il tutto.

Il Lampedusa in questo racconto dimostra di essere un grande letterato, un conoscitore del mondo classico e dall’animo umano. Questo racconto ci fa conoscere il Vero Lampedusa più del Gattopardo che lo ha reso famoso in tutto il mondo.

In Lighea infatti c’è tutto Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il letterato, l’uomo, il nobile decaduto e appartato da un mondo ammalato, sì ammalato.

Agrigento, lì 17.3.2020

Gaspare Agnello