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Adriano Sofri ha pubblicato, con la casa editrice Sellerio di Palermo, il libro ‘Il martire fascista’ che, partendo da un fatto di cronaca avvenuto a Vipacco in Slovenia, ci fa conoscere l’amara storia dell’Istria e quindi della Slovenia che, dopo la guerra del 15/18, toccarono all’Italia.

E’ un libro straordinario perché mette le cose al proprio posto e fa luce su una storia che ognuno racconta secondo la sua posizione politica. Attraverso la lettura di questo meticoloso e preciso lavoro di Sofri, si possono capire tante cose e soprattutto si può comprendere il pudore degli italiani nel tacere, per moltissimi anni, delle foibe dove sono morti barbaramente tanti italiani innocenti e non responsabili di quanto era avvenuto prima. Ci fa capire che i neo fascisti che, oggi alzano la cresta mettendosi in prima fila nella giornata in cui si ricorda l’eccidio delle foibe, non hanno alcun diritto di parola perché il Fascismo è stato la causa determinante di un’immane tragedia che ha portato l’Italia e il mondo intero allo sfacelo e che ha fatto perdere al nostro paese le terre che avevamo conquistato con grande spargimento di sangue durante la prima guerra mondiale dove è morta la migliore gioventù italiana con tantissimi siciliani che sono morti in terre lontane senza capire il perché di quella guerra dove si moriva gridando Savoia, cosa che ha fatto dire a Salvatore Rabito, soldato siciliano sull’Altopiano, ma chi sono questi Savoia?


Loška Dolina, Slovenia meridionale, il 31 luglio 1942. Soldati italiani fucilano cinque abitanti del villaggio di Dane.

Ma andiamo per ordine. Per capire il libro dobbiamo dire che, con i trattati di Parigi, l’Italia ha avuto la provincia di Lubiana in Slovenia, ottenne il controllo del regno di Croazia e il protettorato del Montenegro. L’Istria era una terra prevalentemente popolata da iugoslavi. Gli sloveni non conoscevano l’italiano e parlavano la loro lingua slovena, così come tutti gli istriani.

Il Fascismo, e prima i governi liberali, invece di trattare come minoranze quei popoli e riconoscere la loro cultura, la loro identità, la loro lingua, si misero in testa di italianizzare quelle terre iniziando una grossa azione di pulizia etnica sostituendo i maestri, i professori, i funzionari allogeni( così venivano chiamati gli istriani) con quelli italiani.

Bisognava deportare in cinque anni 600.000 sloveni dalla Venezia Giulia; già nel 1923, con la riforma Gentile, si impose a quei popoli di usare l’italiano a scuola, lingua che non conoscevano. Il divieto dell’uso dello sloveno si estese ai luoghi pubblici, alle chiese, alla toponomastica, perfino alle lapidi dei cimiteri, alle conversazioni in famiglia.

Si impose a tutti di cambiare il loro cognome per italianizzarlo.

Gli iugoslavi venivano considerati primitivi, senza storia e senza cultura, addirittura senza lingua per cui l’italianizzazione veniva considerata un atto di incivilimento e la scuola era il migliore strumento per convertire le cosiddette minoranze allogene.

“Il 1927, scrive Sofri, è anche l’anno in cui la cancellazione delle forme di vita associata, culturale, sportiva, sociale, che avevano avuto nella minoranza slovena di Trieste e Gorizia uno sviluppo vastissimo e capillare, viene brutalmente completata. Ed è per conseguenza l’anno in cui fra i giovani sloveni si afferma la convinzione che lo spazio della resistenza legale sia chiuso e che occorra organizzare e agire nell’ombra. Uso il nome di minoranze, ricordandone però la consistenza. Sia a Trieste che a Gorizia, e del resto nell’Istria, gli italiani sono maggioranza in città ma minoranza nell’entroterra”.

Mussolini in un discorso a Pola nel 1920, quando non era ancora capo del Governo italiano, ebbe a dire: “ Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone…Io credo che si possono più facilmente sacrificare 500.000 mila slavi barbari a 50.000 italiani!”

Tra il 1927 e il 1943 furono eseguite 31 condanne a morte pronunciate dal Tribunale Speciale.

Il sei settembre del 1930 vennero giustiziati a Basovizza quattro irredentisti.

Era stata fatta scoppiare una bomba nella redazione del giornale il Popolo di Trieste ed è morto un redattore del giornale mentre tre restarono feriti. Vennero arrestati alcuni militanti della organizzazione irredentista Borba e quattro di essi furono condannati a morte dal Tribunale Speciale. Scrive Sofri: “Il Comandante della  divisione militare rifiuta di inoltrare al re la domanda di grazia.. Ad assistere all’esecuzione vengono schierate 600 Camicie Nere. Il Presidente del Tribunale Speciale Generale Guido Cristini, ha trascorso la breve notte di vigilia ‘con una donna che fu a lui offerta…’-scrive un informatore al capo della polizia.

I quattro furono fucilati alla schiena all’alba del sei settembre (1930) al poligono vicino a Bazovica/Basovizza, sul Carso appena sopra la città: anche Basovizza infatti, come piazzale Loreto, ha due puntate a renderla tristemente famosa, questa e quindici anni dopo quella della foiba, e come per piazzale Loreto si dimentica più volentieri la prima”.

In questo clima incandescente i maestri elementari allogeni o erano trasferiti in altre parti dell’Italia o venivano licenziati perché sospettati di irredentismo. Al loro posto si insediavano maestri fascisti reclutanti in Italia.

A Vipacco è stato mandato il maestro Francesco Sottosanti che già insegnava nel Friuli e che quindi non faceva parte della schiera dei maestri mercenari, mentre in un paesino vicino è stato inviato, come maestro il fratello del Sottosanti, Ugo.

Questi era un fascista avventuriero e violento. Si dice che se un ragazzino della sua classe accennasse a parlare in sloveno, gli facesse aprire la bocca per sputargli dentro. Tra l’altro si diceva che il Sottosanti Ugo fosse tubercolotico.

Ci sono state dure proteste dei genitori e Ugo Sottosanti è stato trasferito altrove. Lo ritroveremo nella patria dei Sottosanti a Piazza Armerina a dirigere il saggio ginnico in occasione della visita di Mussolini in quel centro.

Accadde che il 4 ottobre del 1930 qualcuno uccise  a Verpogliano il maestro Francesco Sottosanti  a fucilate.

Il Corriere della Sera scrisse: “Fascista ucciso nel Goriziano in una vile imboscata…L’altra sera da Vipacco dove funzionava nelle ore libere da impiegato in quel municipio…l’ucciso, che era un ardente fascista e milite della 62° Legione Isonzo…La vittima assolveva nel modo più encomiabile anche le funzioni di insegnante elementare nella scuola del luogo nel cui edificio abitava con la famiglia composta dalla moglie e di cinque tenere creature”. La moglie era incinta.

La salma è stata trasferita a Vipacco dove si svolsero i funerali solenni e quindi è stata traslata a Piazza Armerina.

Il maestro Sottosanti venne descritto come una persona mite, incapace di fare male  ai suoi alunni. Divenne un eroe fascista caduto per la causa e durante il tragitto lungo lo stivale, per Piazza Armerina, è stato onorato appunto come eroe della causa fascista.

Evidentemente a Piazza Armerina venne accolto in maniera solenne. Ora qui Sofri fa un lungo discorso sui Sottosanti e arriva all’ipotesi che veramente Francesco Sottosanti non fosse stato un uomo odiato dagli sloveni e dai suoi alunni anzi pare che fosse benvoluto. E allora perché è stato ucciso. Probabilmente, sostiene l’Autore del libro, c’è stato uno scambio di persona. Probabilmente l’obiettivo da colpire era il fratello Ugo. Sofri si sofferma a lungo sulle indagini relative al delitto facendo una ricerca puntigliosa di documenti e di rapporti di polizia che ora sono stati resi pubblici.

Indubbiamente Francesco Sottosanti potrebbe essere stato vittima di uno scambio di persona ma la sostanza è che gli sloveni mal sopportarono la dittatura fascista e il tentativo di annullare la loro identità storica e linguistica e ogni occasione era buona per prendersela con gli italiani colonizzatori e specie con i maestri che sputavano in bocca ai bambini e che li punivano con tantissime bacchettate sulle punta delle dite se si azzardavano a usare la loro lingua slovena.

Sofri continua la storia dei maestri Sottosanti fino ad arrivare alla strage di piazza Fontana dove compare un Sottosanti che pare sia un sosia di Valpreda e che ha complicato la storia terribile del povero Anarchico.

Adriano Sofri

Ma, anche se il libro ci vuole raccontare questa storia, a noi interessa di più tutto il contesto che ruota attorno alla vicenda dei Sottosanti. E siamo sicuri che Sofri ha preso a pretesto questa vicenda strana per narrarci la storia terribile di quelle terre di frontiere che hanno subìto varie dominazioni e non hanno trovato mai pace e che ora, nel rispetto della loro identità, troveranno collocazione nell’Europa unita che abolirà tutte le frontiere e ci farà tutti cittadini di una patria.

E va oltre, arrivando a raccontarci qualche terribile avvenimento verificatosi durante l’occupazione nazifascista della Iugoslavia del 1941 di cui parleremo a lungo.

Ecco cosa si legge nel libro ‘Il martire fascista’:

“Il 13 luglio 1943 i militari italiani compiono una delle stragi più spietate e brutali di un tempo atroce, nel paesino di Podhum/Piedicolle, una decina di Km a nord di Fiume. Gli autori – il famigerato Prefetto Temistocle Testa – dissero di aver voluto punire l’uccisione di 16 soldati italiani ad opera di partigiani locali. Si disse anche, in particolare dal Fascio di Fiume , che si era verificata l’uccisione di una coppia di maestri italiani (Francesca Accordino di Patti Marina e Giovanni Renzi milite fascista nato a Trieste).

Ecco come lo scrittore e storico Giacomo Scotti ne riferisce: “ I maestri elementari Giovanni e Franca Renzi, mandati dal regime a ‘italianizzare’ i bambini croati del villaggio di Podhum annesso alla provincia del Carnaro nel 1941, erano diventati malfamati nella zona per i maltrattamenti e le punizioni inflitte a quei bambini colpevoli unicamente di non apprendere rapidamente la lingua italiana. Tra l’altro, il maestro, affetta da TBC, soleva sputare in bocca ai disgraziati alunni a lui affidati quando sbagliavano un verbo o un vocabolo. Finirono ammazzati di non si sa chi il 10 giugno 1942 (la nemesi storica ci ricorda il delitto Matteotti avvenuto il 10 giugno). A un mese di distanza, risultati vani i tentativi di individuare gli uccisori dei due insegnanti, e insoddisfatto della spedizione punitiva compiuta il 6 giugno, il prefetto di Fiume, Temistocle Testa, ordinò una rappresaglia sanguinosa: reparti di camice nere, nei quali furono mobilitati per l’occasione anche numerosi giovani fascisti italiani di Fiume, insieme a reparti delle truppe regolari, irruppero nel villaggio di Podhum all’alba del 13 luglio. Rastrellata l’intera popolazione, questa fu condotta in una cava di pietra  presso il campo di aviazione di Grobnico, mentre il villaggio veniva saccheggiato e poi incendiato. Il fuoco distrusse alcune centinaia di case, oltre mille capi di bestiame furono portati via, 889 persone  finirono nei campi di concentramento italiani: 412 bambini, 269 donne e 208 maschi anziani. Altri 91 uomini furono fucilati nella cava: il più anziano aveva 64 anni il più giovane 13 anni appena…”.

Per capire bene questa ultima storia di cui parla Sofri bisogna fare un passo indietro e parlare dell’aggressione e quindi dell’occupazione della Iugoslavia da parte delle truppe  nazifasciste e delle nefandezze messe in atto da queste truppe nei confronti di una nazione aggredita, aggressione che aveva lo scopo di dare uno sbocco nei balcani alla Germania di Hitler.

L’aggressione ebbe inizio il 6 aprile del 1941 e durò undici giorni. Il 12 aprile la bandiera nazista sventolava a Belgrado e il 17 l’esercito iugoslavo firmava la capitolazione.

Il regime di occupazione italiana fu duro e crudele; molti partigiani e civili furono uccisi o internati in campi di concentramento. Già a Luglio in Iugoslavia nacque la resistenza che diede un grande contributo agli alleati per la cacciata dai tedeschi e degli italiani da quelle terre.

Gli orrori perpetrati nei confronti degli sloveni furono indicibili e questo scatenò un’ondata di odio verso gli italiani.

Ai partigiani Iugoslavi si accodarono molti soldati italiani sbandati e i partigiani titini. Ora tedeschi e italiani, nelle rispettive aree di influenza, dovettero combattere un nemico insidioso: il partigiano che combatteva con tecniche di guerriglia a cui i soldati di un esercito regolare non erano abituati. Il ‘mordi e fuggi’ diventò prassi quotidiana per partigiani che sapevano muoversi nel loro territorio e operare attentati che hanno messo in difficoltà il controllo del territorio da parte dell’occupante esercito italiano.

Il risultato è facilmente prevedibile: attacchi spesso sanguinosi a presìdi e singoli soldati, reazione draconiana dei nostri comandi ben sintetizzata da una frase del generale Mario Robotti, ‘Qui si ammazza troppo poco’, Non è da meno Mario Roatta, superiore di Robotti e comandante delle truppe nei Balcani:  ‘Non dente per dente ma testa per dente’. Quindi uno stillicidio di fucilazioni e deportazioni in lager italiani e lungo la costa dalmata di decine di migliaia di sloveni ma anche croati, montenegrini, greci che sicuramente non fa onore al nostro esercito. Nella maggior parte si trattava di civili (prevalentemente vecchi, donne e bambini) perché i partigiani appena catturati venivano fucilati.

Furono bruciati decine di villaggi, fucilati centinaia di partigiani, internati nei campi di concentramento migliaia di civili. Tra il 1942 e il 1943 furono attivati sette campi di concentramento per civili sotto il controllo delle forze armate italiane.

Nel 1942 gli italiani realizzarono sull’isola croata di Arbe un campo di concentramento chiamato  Rab Arbe dove, secondo il Centro Simon Wiesenthal, furono internati 15.000 prigionieri dei quali 4.000 morirono; soltanto nell’inverno del 1942/43 morirono 1.500 persone a causa della denutrizione, del freddo, delle epidemie e dei maltrattamenti.

Chiunque veniva sospettato di essere partigiano veniva immediatamente giustiziato per cui non si può avere un conto esatto delle vittime del fascismo, si pensi che furono date alle fiamme circa 800 villaggi.

Un soldato italiano in una lettera del 1° luglio 1942 scrisse: “ Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiandoli a morte o sparando contro di loro. Se cercano soltanto di muoversi tiriamo senza pietà e chi muore muore”.

Un altro scrisse: Noi abbiamo l’ordine di uccidere tutti e di incendiare tutto  quel che incontriamo sul nostro cammino, di modo che contiamo di finirla rapidamente”.

Tra le altre cose dobbiamo dire che l’esercito italiano ha operato stupri di cui ha parlato il giornalista Renzo Renzi che, nella rivista “Cinema Nuovo” diretta da Bruno Aristarco, nel 1953 scrisse un articolo intitolato “l’Armata s’agapò”  (L’armata dell’amore), ai fini di trarne un film. Renzi era stato militare in Iugoslavia e quindi riportava fatti da lui stesso constatati.

I due giornalisti furono denunziati e condannati da un tribunale militare, per vilipendio alla Forze Armate avvalendosi di leggi che li consideravano ancora militari. Leggi che in seguito sono state abrogate.

Questa è la terribile storia di quello che ha subito la Iugoslavia, questo il dramma della guerra nazifascista che si concluse con la nostra sconfitta, con la perdita delle terre che avevamo conquisto dopa la prima guerra mondiale e con l’esodo terribile e doloroso degli italiani residenti in Istria e con la ignominia delle foibe di cui si macchiarono i partigiani iugoslavi che offuscarono, con questo, quanto di buono avevano fatto per cacciare dalle loro terre gli occupanti nazifascisti.

Le colpe dei fascisti furono pagate da gente innocente che nessuna colpa aveva dei crimini perpetrati durante una guerra assurda e senza senso.

Noi diciamo chenon si risponde alla violenza con la violenza.

Un giorno ho detto a Sciascia che, essendo la mafia un fenomeno speciale e senza alcuna regola morale, bisognava combatterla con leggi speciali. Sciascia mi rispose che la mafia bisognava combatterla con le leggi democratiche esistenti, altrimenti il nostro sarebbe un comportamento mafioso e questo non era consentito.

Ai partigiani iugoslavi non era consentito di infoibare persone innocenti.

E poi, è da dire che la sconfitta delle truppe nazifasciste ormai era quasi conclusa per cui quelle azioni dei partigiani vanno a disonore della lotta di liberazione iugoslava e non possono ricevere nessuna giustificazione politica e morale.

Quella è stata una pagina nera dell’umanità che non si deve dimenticare.

Concludiamo questo lungo scritto, che trae lo spunto dal bellissimo libro di Adriano Sofri “Il martire fascista”, dicendo che i neofascisti non hanno alcun diritto di celebrare la giornata delle foibe perché loro sono responsabili di una guerra assurda che sconvolse il mondo e dei crimini contro il popolo iugoslavo.

Agrigento, lì 27.3.2020 (primo mese di prigionia per coronavirus)

Gaspare Agnello