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Matteo Collura giornalista, scrittore, saggista, biografo del suo maestro Sciascia, per necessità o per amore, ora diventa biografo a tutto tondo con l’opera “Il gioco delle parti. Vita straordinaria di Luigi Pirandello” edita da Longanesi.

La biografia su Sciascia è stata scritta da Matteo Collura con immediatezza, per il grande bisogno di raccontare un grande maestro e di vergare sulla carta ricordi personali, fatti, aneddoti che altrimenti si sarebbero perduti. E’ la biografia scritta di un figlio adottivo che potrebbe diventare di parte, essendo, tutti coloro che gli siamo stati vicini, presi dalla grandezza del “Personaggio”. Infatti padre Cufaro, amico comune di Sciascia, di Matteo e nostro, dopo aver letto la biografia, ci ha testualmente detto: “Sciascia, secondo Collura, non ha sbagliato nulla. Allora facciamolo Santo”.

Matteo Collura

A prescindere da queste battute bonarie, la monografia su Sciascia rimane un monumento, una pietra miliare per capire la vita e le opere dello scrittore di Racalmuto e questo va a grande merito di Collura.

Dopo il padre ecco Matteo interessarsi del nonno, il cui rapporto è diverso in quanto non c’è stata la vicinanza personale che c’è stata con il primo.

E poi le vite dei due personaggi sono assolutamente diverse: quella di Sciascia è stata la vita ordinaria di un uomo come tanti che aveva il dono della scrittura e quello di “vedere oltre la siepe”, mentre la vita di Pirandello è stata una vita “straordinaria”, strana, certamente folle, di un grande artista la cui testa è sempre rimasta sulle scene.

Ma questa volta, scrivere la vita di un personaggio su cui sono stati versati fiumi di inchiostro e su cui è stato scritto tutto, è stata un’impresa difficile e rischiosissima perché si potevano ripetere cose già dette e si poteva dare l’impressione di essere, come direbbe Sciascia, un ruminante che rimastica cose già lungamente masticate da tantissimi autori quali Gaspare Giudice, Luciano Lucignani, Filippo Puglisi, Gianfranco Vené, Enzo Lauretta, Domenico Vittorini, Federico Vittore Nardelli, che Collura cita molto spesso in quanto la sua biografia è stata la prima ed è stata approvata dallo stesso Pirandello, e di tantissimi altri studiosi.

Ma Collura doveva correre questi rischi prima per un dovere verso Mario Spagnol, già amministratore unico della Longanesi che, quando ha pubblicato la biografia di Sciascia, ha detto a Matteo che ora bisognava cimentarsi su Pirandello e poi soprattutto perché Pirandello, conterraneo di Collura, occupava, volente o nolente, la vita culturale di Matteo. Nessuno degli intellettuali agrigentini può sfuggire al richiamo di questo personaggio dal “pizzetto mefistofelico e dagli occhi puntuti”. Quando durante le calde estate agrigentine Matteo si affaccia alla finestra della sua casa di campagna di contrada Maddalusa, guarda la vecchia casa dove è nato il “Maestro”, vede, immaginandolo, il vecchio pino e la rozza pietra dove sono murate le ceneri. E questa visione gli impone il dovere di indagare, di conoscere più a fondo il suo vicino di casa, e quindi di scriverne per conoscerlo più intimamente. Si può correre il rischio di ripetersi? Di dire le cose che hanno detto altri?

Ne vale la pena. Ma un vicino di casa, un conterraneo, uno che ha avuto tanta dimestichezza con Sciascia, con gli stessi parenti di Pirandello, non ultimo con il nipote Pierluigi, non dovrebbe correre alcun pericolo.

Ed infatti la biografia di Collura, a nostro avviso, è un’opera fondamentale che serve a far conoscere pienamente Pirandello e che aiuta a meglio capire le opere di questo drammaturgo che ha invaso le scene di tutto il mondo. Pirandello viene fuori “nudo”, nella sua interezza, nella sua bellezza e nella sua bruttezza.

Niente riguardi nei confronti di quello che è diventato un monumento. Documenti alla mano, viene compiuta un’opera autoptica che scava nella vita personale ed in quella artistica, ammesso che si possa fare una distinzione tra privato e pubblico; perché Pirandello i suoi panni sporchi li ha lavati nelle sue opere e li ha portati sulle scene, come si evince dalla nuova biografia.

A questo punto noi dobbiamo dire che non siamo in grado di fare un lavoro di comparazione con le altre biografie perché non le abbiamo lette tutte. Abbiamo letto molto su Pirandello, abbiamo sentito decine di relazioni al convegno internazionale di studi pirandelliani, abbiamo letto il libro di Anna Maria Sciascia “Il gioco dei padri”- Pirandello e Sciascia-,un libro di Ubaldo Riccobono sulle donne di Sciascia, le considerazioni di Leonardo Sciascia, abbiamo letto e visto la maggior parte delle sue opere teatrali, e i suoi romanzi, quindi siamo in grado di capire il nuovo che Collura ha portato alla luce, facendo chiarezza estrema su tanti fatti della vita del Maestro che sono rilevanti ai fini della conoscenza delle sue opere. L’INFELICITA’ dell’uomo e quindi di tutti i personaggi del teatro pirandelliano è il leitmotiv della biografia: l’infelicità forse era compagna della sua vita e senza di essa certamente non poteva vivere, anche se la vita gli ha riservato onori e gloria che nessun altro letterato ha avuto in vita.

Il libro di Collura ci fa apprezzare maggiormente il letterato e ci fa entrare più speditamente nel suo teatro, nelle sue novelle, nei suoi romanzi. Vengono evidenziate le connessioni con la sua terra d’origine, il suo contatto con la cultura delle zolfare, con i personaggi tipici della sua città, i suoi drammi familiari, il senso e il non senso della sua famiglia, il suo amore impossibile, il suo disgustoso rapporto con il fascismo.

Il letterato, nella biografia di Collura, giganteggia sempre e lo si può amare ed apprezzare sempre di più, ma l’uomo ne esce per quello che effettivamente è stato con le sue debolezze, con i suoi gravi difetti, con una certa follia che si impossessò sicuramente della moglie, ma che non fu estranea al suo cervello.

Dopo un amore innaturale con la cugina Lina e un amore tedesco con Jenny Schelz-Lander, sposa l’agrigentina Antonietta Portolano che gli viene proposta dal padre forse per la dote cospicua che il padre le assegnava, oltre che per le sue doti di donna castigata, allevata nei collegi femminili, lontana dagli sguardi vogliosi degli uomini siciliani.

Pirandello se ne innamora, organizza la sua casa romana, la porta con sé, ma il divario culturale tra i due è come un baratro e poi Pirandello ha un altro grande amore: l’arte che lo porta a viaggiare continuamente e lei Antonietta questo non lo potrà mai capire.

Probabilmente Pirandello non seppe trovare il giusto equilibrio tra impegni artistici e famiglia o veramente il cervello di Antonietta era predisposto alla malattia e quindi alla follia.

Nascono da questo matrimonio tre figli, Pirandello pare che si sia innamorato della moglie, ma in lei non nasce la scintilla dell’amore, fugge molto spesso verso Agrigento, Pirandello se la riporta a Roma ma in lei scatta la molla dell’odio nei confronti del marito fino alla follia totale che la condurrà per sempre in una clinica psichiatrica dove sopravviverà a lungo al marito.

Questo aspetto è particolarmente approfondito nel libro di Collura con tanta meticolosità e per la verità Pirandello non ne esce male ma ognuno può farsi la sua idea e arrivare a conclusioni differenti. Il biografo dà tutti gli elementi di giudizio e il lettore può, nel caso specifico, arrivare alla conclusione che, forse con un marito diverso, Antonietta avrebbe potuto avere una vita diversa e non sarebbe morta in una casa di cura.

La follia di Antonietta ha scatenato “l’infelicità” nell’uomo Pirandello ma forse ha fatto emergere l’infelicità che era connaturata alla sua persona e che viene riversata tutta intera nella sua opera letteraria che è un inno alla follia e all’infelicità sua e dell’umanità. E qui sta la grandezza e il grande successo del nostro drammaturgo e cioè nel saper cogliere l’universalità della sua condizione e di aver saputo cogliere il senso umoristico di tante situazioni che erano sì umoristiche ma allo stesso tempo terribilmente drammatiche.

Ogni opera viene collegata e illuminata da Collura alla luce della vita dell’autore e tutto acquista un senso e diventa intellegibile. Senza il flash attivato da Collura l’opera del drammaturgo agrigentino non si può gustare nella sua grande pienezza di dramma umano personale e collettivo.

A chi gli chiedeva cenni della sua vita lui rispondeva: interrogate i miei personaggi e troverete quello che cercate. Il dramma della vita di Pirandello è tutta nelle sue opere: vita e opere fanno un tutt’uno. Ed ecco la necessità che qualcuno indagasse e scavasse nel cuore e nella vita intima di questo personaggio così strano, così mefistofelico, così ambizioso, egoista, lunatico.

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Sì lunatico: la figlia Lietta ha dato un senso alla sua vita affettiva, ha colmato un vuoto terribile e lui la amò, così tanto, fino a suscitare la gelosia della moglie Antonietta che lo accusò di incesto. Ma bastò poi un amore fatuo perché lui dimenticasse la figlia e i suoi doveri nei confronti della moglie relegata in una casa di cura.

Si innamorò follemente di Marta Abba e Collura capisce che deve approfondire questo rapporto per svelare la dimensione dell’uomo e dell’artista.

E’ un rapporto anomalo, che non si consuma. Tutti pensano che Marta sia l’amante del nostro Pirandello e infatti Mussolini gli dice: “Caro Pirandello, quando si ama una donna, non si fanno tanti complimenti, la si butta su un divano”.

“Un uomo volgare”, dice Pirandello, del Duce degli italiani, dell’amante di Claretta Petacci. Questo offese molto Pirandello che fu costretto ad avere una concezione diversa dell’amore. La notte passata a Como assieme a Marta fu definita “un’atroce notte” e il rapporto non si consumò mai. Lei non gli diede mai del tu e lo chiamò sempre “Maestro” e l’amore fu un amore vissuto sulle scene e con le lettere che divennero ossessive, invadenti, ma che sono state una grande fortuna letteraria perché attraverso esse si può ricostruire la vita di questo gigante della letteratura e Mefistofele della vita.

Su questo amore il nostro biografo indaga a lungo perché potrebbe essere una perversione che lo allontana ancora di più dalla moglie e dai figli, ma potrebbe essere la consolazione di un uomo non molto vecchio che cerca di lenire i suoi drammi personali con una rapporto sublimato.

Collura si sofferma sul dramma personale di un uomo anziano che si innamora di una ragazza molto più giovane di lui e per questo viene ridicolizzato dall’opinione corrente. Sarò vecchio, dice Pirandello, ma io mi innamoro come un ragazzo di vent’anni e provo le stesse sensazioni. Dove sta il ridicolo?

Però ogni tanto il vecchio si guarda allo specchio e qualche dubbio gli viene spontaneo.

Ci è piaciuto che Collura si soffermasse particolarmente su questo aspetto dell’amore perché è giusto quello che dice Pirandello e cioè che l’amore non ha età, però ogni uomo deve capire i suoi limiti imposti dalle leggi terribili dell’anagrafe e questo Pirandello non lo volle capire.

Collura attinge molto dalle centinaia di lettere scritte da Pirandello alla sua adorata Marta e non poteva essere diversamente.

Le lettere ci fanno conoscere Pirandello, le lettere ci fanno conoscere Gramsci che marcisce nella patrie galere per motivi politici, mentre Pirandello miete successi in tutti i teatri del mondo all’ombra di un terribile e odioso dittatore che lui incensa in maniera volgare come è avvenuto nel 1935 al teatro Argentina, dove Pirandello fa un discorso da sanfedista sotto certi aspetti nauseante.

E la biografia di Matteo Collura fa piena luce su Pirandello fascista. Lo fa con onestà, denudando in tutta la sua verità l’uomo che aderisce al Fascismo mentre viene assassinato Matteotti e questo certamente è un fatto che non ammette scusanti o tentennamenti nel giudizio della condotta politica di Pirandello. Molti biografi o studiosi sono stati blandi o addirittura hanno cercato di capire il senso di quella scelta rifacendosi alle sue tradizioni risorgimentali e al grande senso che aveva della nazione italiana che, a suo parere, si realizzava con la guida di un uomo forte che stava dando l’Impero all’Italia, riportandola ai fasti dell’antica Roma. Collura evidenzia la visita di Pirandello in America con la nave “Conte di Savoia” (cosa non casuale), e ci svela che Ciano gli scrisse le risposte che eventualmente avrebbe dovuto dare ai giornalisti americani ove l’avessero intervistato sull’avventura italiana in Etiopia, ci illumina sul’insuccesso che l’America democratica riserva al fascista Pirandello.

Collura, giustamente, ci fa vedere il grande drammaturgo in camicia nera al Teatro Sistina nel 1935, davanti al Duce, che si esibisce in lodi sperticate, dando per certa la nascita del teatro nazionale che Pirandello aveva sognato di potere realizzare con i fondi dello Stato e che Mussolini non gli finanziò mai.

Infine Collura descrive la due visite che Pirandello fece al Duce a palazzo Venezia dove fu sì ricevuto con grandi strette di mano ma che si risolsero in un grande inganno perché, come abbiamo detto, Pirandello in quelle visite caldeggiò la nascita del teatro nazionale italiano, ricevette assicurazioni positive, senza poi avere nulla di concreto.

Pirandello voleva sfruttare il periodo delle sanzioni, sperava che le sanzioni potessero indurre a non rappresentare in Italia opere teatrali straniere e quindi, con una logica egoistica molto ferrea, pensava di imporre solamente il suo teatro.

Mussolini lo deluse e il suo teatro si è imposto al mondo per la valenza delle sue tematiche, perché fu interprete dei sentimenti dell’uomo e delle correnti di pensiero del tempo che, direttamente o indirettamente, lo influenzarono.

E a proposito della formazione culturale di Pirandello e della influenza che i movimenti letterari del tempo ebbero sul drammaturgo abbiamo cercato nella biografia e abbiamo trovato alcuni elementi anche, se dobbiamo dire, che il tema non viene approfondito nella giusta misura. Ma Pirandello, ci ha detto Collura, era un uomo introverso, uno che viveva fuori dai clan e che difficilmente subiva le influenze esterne delle correnti letterarie che in quel tempo erano vive e producevano effetti importantissimi.

Però i movimenti letterari che si sviluppano nel periodo in cui si vive, si respirano e, direttamente o indirettamente, ti influenzano.

Intanto Pirandello subì in un primo tempo l’influsso del verismo di Vega e di Capuana, per approdare ad una nuova forma espressiva che prenderà il nome di pirandellismo ovvero la filosofia del paradosso.

Fu affascinato da Laurence Stern, dall’americano Nathamel Hawthorne, dalla teosofia dell’inglese Charles Webster Leadbeater e dallo psicologo Alfred Binet. E a tal proposito Pirandello è stato accusato di avere rubato pagine intere delle opere di Binet.

Certamente, fa rilevare Collura che grande influenza ha avuto sul teatro pirandelliano Sakesperare con il suo Amleto, l’Enico IV e tante altre opere che possono definirsi pirandelliane ante litteram.

Intanto noi vogliamo dire che durante il periodo in cui visse Pirandello si realizzarono movimenti letterari di grande rilievo che, direttamente o indirettamente, avranno influenzato la sua opera letteraria. Collura accenna a Freud che forse Pirandello avrà letto in maniera superficiale ma che certamente è presente nelle sue opere. Molti studiosi di Pirandello hanno cercato di scavare per vedere quale è stato il rapporto tra questi due grandi, che tanto hanno in comune, ma è stato trovato poco.

In quel periodo vive Kafka, Nietzsche, Heidegger, Schopenhauer, si materializzano correnti di pensiero quali il marxismo con il materialismo storico, il positivismo, il nichilismo, il decadentismo, il futurismo.

Noi non crediamo che Pirandello vivesse con il paraocchi o con le orecchie turate. I rumori o gli umori di questi movimenti letterari dovevano certamente arrivargli e in qualche misura influenzarlo.

Noi ci illudiamo anzi siamo convinti che questo sia avvenuto e addirittura lo vogliamo ascrivere alla corrente di pensiero del decadentismo di cui la sua opera è portatrice.

Un dubbio amletico che ci turba è il fatto che un uomo così tormentato, con terribili problematiche familiari, non abbia mai tentato di trovare rifugio nella fede e qui Collura accenna alla sua formazione risorgimentale quindi massonica e anticlericale e questo ci convince ma ci convince anche che la cultura illuministica, i movimenti positivistici e materialisti dell’ottocento, i movimenti rivoluzionari quali il futurismo, influenzarono sicuramente il suo pensiero.

Ognuno di noi è frutto del suo tempo e certamente lo fu anche Pirandello anche se la sua dimensione è stata universale.

A questo punto, dopo questa lunga riflessione sul Pirandello di Matteo Collura, dobbiamo dire che lo studioso, il biografo ha il dovere di fare una dissezione del corpo che esamina, scrivere i referti che vengono fuori dalle analisi scientifiche e documentali e sottoporli al giudizio del giudice che in questo caso è il lettore.

Il lettore trarrà le sue conclusioni secondo la sua sensibilità, la sua formazione, il suo sentire.

Noi abbiamo sempre sostenuto che non esiste un intellettuale indipendente, ognuno è di parte, magari dalla parte sua, secondo la sua formazione.

Noi c i siamo sempre definiti di parte e in tal senso traiamo le nostre conclusioni del bellissimo e doveroso libro di Matteo Collura.

Le nostre conclusioni sono che Pirandello rimane uno dei più grandi drammaturghi della storia del teatro mondiale, che l’uomo Pirandello è stato, come lo ha definito la figlia Lietta un uomo dal “pizzetto mefistofelico e dagli occhi puntuti”.

Pirandello fu anche opportunista, Fascista per convinzione e per opportunismo. Voleva portare il suo critico Adriano Tilgher, che era antifascista, ad abbracciare il fascismo.

Viaggiò molto, visse tanto tempo a Parigi e a Londra e non si accorse mai dei movimenti culturali che si battevano per liberare Gramsci dal carcere mussoliniano, non capì il senso della ribellione di Toscanini, il senso dell’assassinio di Matteotti, fu un sanfedista, maltrattato da Fascismo, e come tale dobbiamo concludere che a casa nostra teniamo le opere di Pirandello e non abbiamo avuto mai un suo ritratto, ma teniamo anche in maggiore evidenza i “Quaderni del carcere” e le “Lettere dal carcere” di Gramsci e con essi un grande ritratto del grande eroe che è stato Antonio Gramsci.

Agrigento,lì 14.9.2010 www.gaspareagnello.it