(articolo letto 43 volte)

Abbiamo trascorso una lunga vita tra i libri e, nel tempo, ci siamo rafforzati nella convinzione che il successo di un autore è dovuto  soprattutto alle esigenze editoriali e quindi commerciali.

Specie oggi che la televisione è capace di creare simboli, eroi, mostri, personaggi.

Se si diventa personaggi allora l’editore ti chiede di scrivere, magari ti imporrà alcune scelte per venire incontro al gusto del pubblico; ti chiederà un poco di sesso, qualche delitto, un poco di suspense, un poliziotto che indaga e così via.

E  la pubblicità poi farà la sua parte, ma al lettore non arriverà mai l’opera letteraria, il fine scrittore dal grande sentire e dalla formazione seria e solida.

Noi, nella nostra vita letteraria ci siamo imbattuti in scrittori poco conosciuti ma che ci hanno svelato un mondo letterario inusitato e vette altissime. Uno di questi è stato Antonio Russello di cui parleremo per presentare la sua narrativa che è veramente strabiliante che lo fa collocare tra i maggiori narratorei del secondo novecento..

E Antonio Russello ci ha condotto a conoscere un suo amico mantovano Sergio Marano, nato nel cuore storico di Mantova ma cresciuto nell’aspra e meravigliosa terra di Sicilia in quel di Trapani dove lo condusse il padre siciliano e fu così che lui diventò mantovano di nascita e siciliano nel cuore, come scrisse Russello, che, siciliano di nascita, diventò veneto nel cuore.

E in questo scritto  vogliamo parlare di Sergio Marano e della sua opera letteraria.

Nato nel 1923 a Mantova e morto a Castelfranco Veneto nel Novembre del 2019, trascorse la giovinezza nella Sicilia del padre.

Laureato in lettere ha insegnato a Treviso e a Castelfranco Veneto, dove risiedeva dal 1954.

Ha collaborato, in vari momenti, a giornali e riviste tra cui “Trapani sera”, “Libeccio”, “Sestante letterario” di Padova, “Abitare”.

“Pietrarsa” è stata la sua opera prima, pubblicata nel 1989 con “Firenze libri”, segnalato al Premio nazionale “Campofranco” ed è un inno alla civiltà contadina della nostra Sicilia e particolarmente di Trapani. “Un libro, scrive Antonio Russello, dove c’eran contadini, carrettieri che andavano, venivano da terre dove gli uliveti eran legati più dalla pietra che dalle radici, e non davan frutto, perciò si doveva spietrarli. Io non conoscevo, continua Russello, quella parte della Sicilia, il trapanese, con quei paesi tutt’intorno, sotto pizzo Cofano, che avevan nomi greci: Dattilo, Paceco, Ganzirri. Me li andavo amorosamente cercando sulla carta geografica. Allora il suono delle ruote di un carretto dello zio dello scrittore (Marano) che lo portava da bambino per le campagne e la frustata data alla mula e le ciancianelle che le suonavano nella cavezza, io li sentivo uguali a quelli sentiti lontani nell’agrigentino. Il tono, prosegue Russello è realistico lirico, ma con una tendenza al realismo magico”.

Pietrarsa meriterebbe un discorso lungo perché i due racconti di cui è composto il libro fanno rivivere una Sicilia contadina che va scomparendo. La Sicilia dei carrettieri, la Sicilia degli uomini dei campi testardi e volutivi, capaci di sfidare anche le maledizioni per arrivare a raggiungere i loro obiettivi.

Pietrarsa è un inno al lavoro dei campi, un inno alla terra che non tradisce mai e che ti da i suoi frutti, se tu la sai lavorare e coltivare.

Pietrarsa è una lezione di vita che vale per i contadini ma vale per tutte le nostre attività. Quando si ha la voglia, la volontà e la caparbietà di riuscire, l’uomo non trova ostacoli e arriverà alla meta che si prefigge.

Le descrizioni della campagna trapanese, delle “vaneddre” pulsanti di vita, della vita del carrettiere, i nomi mitici dei personaggi, fanno del libro un piccolo capolavoro della letteratura siciliana.

Con Santi Quaranta pubblica nel 1993 “Il bosco di Rinaldo” che è il libro di cui oggi vogliamo parlare: singolare romanzo autobiografico che si svolge nella Trapani e nella Palermo dell’invasione e dell’occupazione anglo americana, fino a giungere al 1946.

In questo libro autobiografico, scritto dalla parte sbagliata,come dice l’autore, ma per noi e per Russello scritto dalla parte giusta perché socratico nel senso più alto del significato, l’autore racconta della sua strana e terribile avventura che nel 1943 lo portò, giovane ventenne, in carcere.

Sbarcate le truppe cosiddette “alleate” in Sicilia non si trovò più un fascista e tutti avevano immediatamente cambiato casacca.

Un gruppo di sei giovani, amici per la pelle, cresciuti nel culto della ideologia fascista restarono sconvolti da quel trasformismo e, pensando alle migliaia di giovani soldati morti per la Patria in terre lontane, magari per un sogno velleitario e assurdo, vollero restare fedeli ai loro ideali.

Forse appunto per rispettare la memoria di quanti erano stati mandati a morire in Africa, in Russia, nei Balcani, vollero restare fascisti e crearono una cellula che produsse qualche volantino che insospettì i servizi segreti alleati che arrestarono  i giovani, li processarono( uno, Bramante, fu condannato a morte) e li tennero in galera fino al 1946.

Questa esperienza segnò la vita del raffinato e colto Professore Sergio Marano il quale, a distanza di anni, in mezzo alle nebbie  venete e tra i dolori reumatici che gli saltellavano nelle ginocchia e in tutto il corpo, ha rovistato nel bosco dei ricordi regalandoci un gioiello veramente prezioso che tutti dovremmo leggere.

“Il libro, scrive ancora Russello, ti pare un dialogo platonico, una nuova versione del processo e morte di Socrate, dove al posto di Socrate c’è Tonio che fra i sei è il protagonista del libro, l’amico filosofo che, sul letto di morte, dirà ai suoi amici: “Bisogna essere proprio vicendevolmente non altro dal proprio essere, questo mi sembra l’essenza più vera della nostra fraternità. Risalire dalla politica all’etica alla metafisica è un privilegio socratico che gli altri dovranno invidiarci. Io ho dato il via, voi più bravi, farete il resto”.

I sei giovani sono  ammazzati dalla politica ( più che dalla ideologia) dove politica, machiavellicamente, è arte dei furbi, essere metà volpi e metà leoni.

Il libro oltre ad esaltare il pensiero puro e socratico, è il libro dell’amicizia, di sei giovani intellettuali che scriveranno insieme un bellissima pagina come quella di Achille  e Patroclo, è il libro dell’amore.

“ Non avevamo contatti con il mondo esterno…E le donne. Di straforo o intenzionalmente spesso i discorsi cadevano su di esse. E quando non ne parlavamo le sognavamo. Perciò spiavamo da grate e finestrelle scorci di balconi e terrazze…Una veste che il vento gonfiasse ci magnetizzava l’occhio a scoprirvi il fulgore d’una carne bianca”.

Ed in carcere Sergio Marano si innamora della figlia del maresciallo vivendo una bellissima storia d’amore che si spegne con la riconquistata libertà.

Il bosco di Rinaldo è “un libro affascinante,scrive Antonio Russello, raro, che senza aprirli nasconde altri palchi e soppalchi d’una ribalta, il carcere, il quale in quanto tale, fa intravedere spiragli suggestivi dal di dentro verso fuori, si pone come mediatore tra cielo e terra, è il catalizzatore d’ogni crisi o rimorso di coscienza. Un libro che, fra tanti pregi non elencati, per esigenze di spazio, contiene la dote rara di farsi amare. Sotto questo aspetto non è più un libro scritto dalla parte sbagliata, ma da quella giusta, dell’uomo nudo, libero ormai da egoismi e infingimenti.”

Per quanto attiene lo stile, sempre Antonio Russello dice che “ si sente che l’autore ha scavato fino all’osso per averne della narrazione il distillato più prezioso. Lo stile è fatto di locuzioni brevi, veloci, incalzanti, incastrate in un anacronismo di tempi presenti ributtati indietro e, d’improvviso, sui tempi passati ( non tempi verbali, dico, ma tempi-spazi che mutano vicinanze con lontananze e insomma si ha una temporalità asintattica, se può reggere l’espressione). E poi lo sbalzo della frase, sempre schiva d’ogni retorica, e il dire chiaro, terso, cristallino…”

“ Il libro di Marano, continua Russello, è fuori dai circuiti ufficiali di una letteratura di successo, imposto spesso da un marketing editoriale triviale e volgare che sceglie i suoi cavalli di razza tra i più impensabili campioni di stupidità televisiva calcistica e canzonettistica. Il libro di Marano, come tant’altri, circola nella clandestinità”.

E noi siamo stati tra i pochi fortunati clandestini che abbiamo avuto la grandissima fortuna di arrivare a questo scrittore siculo-lombardo che suggella ancora una volta il grande valore dell’unità del nostro paese, mentre la barbarie politica inventa etnie inesistenti, padanie fantasmagoriche ed incita alla secessione territoriale e finanziaria, per distruggere quanto hanno costruito i nostri avi con grandi sacrifici e con perdite di vite umane.

Nel 2001 Marano pubblica “Le trottole di legno” un viaggio nell’incanto della memoria a Venezia, Mantova, Castelfranco, Vicenza e soprattutto Trapani,

e poi “Sinfonie Prussiane”, sempre con la casa editrice Santi Quaranta di Treviso.

Sergio Marano non si è mai iscritto ad alcun partito politico, è di idee liberaldemocratiche con venature mazziniane; di profondo sentimento religioso ma non chiesastico-catechistico.

Uno scrittore appartato, lontano dai rumori dei salotti letterari ma che, come il buon olio di oliva, verrà a galla.

I suoi libri non saranno bruciati dal fuoco, né annegheranno in mezzo ai marosi ma torneranno a brillare riscaldati dal sole della cultura e della finezza letteraria che è il solo motivo per cui leggiamo ancora qualche libro.

Grazie Professor Marano dalla sua,dalla nostra Sicilia.

Agrigento,lì 2.11.2005

gaspareagnello@virgilio.it

.