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Matteo Collura, grande biografo di Leonardo Sciascia, di cui è stato devoto amico ed allievo, ci ha suggerito di leggere il libro di Gianfranco Dioguardi ‘Leonardo Sciascia’ ‘Un’amicizia fra i libri  ovvero il gioco del caso’ edito da Rubbettino.

Il suggerimento è stato veramente ottimo perché il libro di Dioguardi ci ha fatto conoscere particolari inediti della vita di Sciascia che ci aiutano a meglio comprendere lo scrittore di Racalmuto, anche se il libro meritava un lavoro di editing più accurato e forse , come diceva Sciascia, doveva ancora sedimentare.

Dioguardi è un manager e un docente universitario ma è soprattutto un uomo di lettere e un grande bibliofilo,  cosa che ineluttabilmente lo ha portato a conoscere Sciascia ed Elvira Sellerio o meglio prima Elvira e quindi Leonardo.

La loro è diventata un’amicizia che è durata fino alla morte dello scrittore e fu una amicizia con risvolti letterari di grande valenza.

Prima di ogni cosa però vogliamo sottolineare il fatto che Dioguardi, per scrivere il suo libro, sé è avvalso molto dell’opera del biografo di Sciascia Matteo Collura e lo cita ampiamente valorizzando la biografia da lui scritta “Il maestro di Regalpetra” e “Alfabeto eretico” che sono fonti primarie per conoscere Sciascia e la sua opera.

Detto questo che ci sembra doveroso dobbiamo fare presente che dal libro emerge un carteggio tra Sciascia e Dioguardi che il grande pubblico non conosce e che aggiunge tanto alla conoscenza di Sciascia. L’amicizia nasce da una comune passione per i libri, per la scrittura, per il secolo dei lumi.

Dioguardi esamina con spirito critico la produzione letteraria di Sciascia, ne analizza la struttura e la tematica. Mette a nudo l’amore di Sciascia per i libri gialli e quindi per Simenon da cui ha tratto tanto insegnamento per costruire i suoi libri che tanto hanno del giallo ma tanto se ne discostano perché Sciascia aveva altri intendimenti rispetto agli scrittori di libri gialli. Sciascia attraverso il giallo voleva parlare del dramma della giustizia ingiusta, della mafia, della nostra società. “ La passione per il mistero, scrive Dioguardi, e per le trame gialle comprendeva anche il suo interesse per la libertà”. “ Lo intrigava particolarmente discutere di giustizia e dei processi. Il suo era un interesse sempre legato al concetto di libertà ritenuto indispensabile per il vivere civile”.

Il bibliofilo che è Dioguardi non poteva non parlare dell’amore per le stampe di Leonardo e quindi dell’amore per la letteratura francese e per l’Illuminismo. Parigi era una seconda patria per Sciascia e lì andava per le bancarelle di cose antiche e vi comprava le tante stampe che lui teneva a casa e che spesso sfogliava. E qui la descrizione dell’amore di Sciascia per le stampe è veramente bella e coincide con lo scritto dell’Avvocato Giuseppe Amico che moi abbiamo riportato su un nostro scritto pubblicato in una della cartelle annuali della Associazione amici di Leonardo Sciascia.

Il libro ci racconta come nascevano i libri di Sciascia, quale era il suo travaglio prima di iniziare a scrivere un’opera e ci parla anche della prosa di Sciascia che Raboni non amava perché gli sembrava elementare. Raboni certamente non aveva capito a fondo la scrittura di Sciascia. Dioguardi che sapeva quanto costasse a Sciascia questa scrittura che sembra semplice e che invece è frutto di studio e macerazione, scrive: “Leonardo, unico inimitabile, ha proposto uno stile di scrittura che è diventato un vero e proprio genere letterario, un modello grazie alla sua univocità perseguita attraverso la sintesi magistrale e la stringata concatenazione del ragionamento, che porgono con suspense ogni discorso sia quando assume la forma di vero e proprio romanzo sia quando si esprime negli stringati saggi e articoli”.

Il libro è ricchissimo di tanti riferimenti che noi non possiamo tutti citare e che tutti dovrebbero conoscere; c’è anche l’uomo Sciascia che si confida con l’amico che stima tanto.

Nell’aprile del 1989, dalla Noce scrive una lettera a Gianfranco:” Carissimo Gianfranco, mi è difficile per l’estrema debolezza (ho avuto delle emorragie, ho invincibile nausea del cibo: in aggiunta agli altri mali che praticamente mi immobilizzano), parlare a telefono; perciò ti scrivo. Per dirti che non andrò a Taranto, il 6 maggio, per il premio che mi è stato assegnato ( sarebbe stata buona occasione per incontrarci), né a Messina per la laurea. Da domani ricomincio l’inutile trafila di esami medicali che non so dove e a che mi porteranno. Sono ormai arrivato alla più assoluta indifferenza. Ma cerco di divagarmi in altre cose. Forse hai già visto delle recensioni del libro Ore di Spagna che, con ritardo, ti mando. Poteva essere meglio, ma può andare così com’è: testimonianza di una mia passione. Se mi avverrà di andare verso il nord, ti informerò. Un abbraccio, Leonardo”. E scrive ancora “…Non sto bene, come al solito: ma il lavoro mi dà una certa felicità. Sto divagando sul 1913, anno che molte divagazioni consente”.

Dioguardi capisce che l’amico è alla fine, va a Palermo e lo può incontrare per pochi minuti. Al ritorno in aereo gli sovviene la poesia di Emilio Greco:

“Che peccato, improvvisamente è sera

L’autunno inesorabilmente avanza

L’orizzonte del mare è diventato cupo

Ma le lampare lontano accendono

Innumerevoli fari di speranza

Vorrei tutta la notte camminare

Come nel tempo della mia giovinezza

Lungo il grande viale dei gelsomini.

La mia anima alla vita era aperta:

quest’orizzonte così cupo

era azzurro allora e senza confini”.

Sciascia, anche da morto suscita ‘speranza’.  “La sua memoria, conclude Dioguardi, è ancora viva, e deve rimanere viva per accompagnarci, forti dei valori civili da lui professati, verso gli ardui e incogniti sentieri del futuro. Lo dobbiamo sentire sempre presente con il suo ricordo, con i suoi scritti, con i suoi insegnamenti”.

Il libro di Gianfranco Dioguardi è un atto dovuto, un atto di amore.

Agrigento, lì’ 20.3.2020

Gaspare Agnello