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Mamma, sto vivendo la ottantaseiesima festa di Pasqua della mia lunga vita in totale isolamento e quindi lontano dai figli, dai nipoti, dagli amici, per via di un piccolo insetto, così piccolo che è invisibile ad occhio nudo. Mamma è un virus chiamato covid 19 che sta mettendo in ginocchio il mondo intero mietendo centinaia di miglia di vittime e creando un disastro economico.

Siamo tutti impauriti e specialmente noi vecchi con i polmoni stanchi di un lungo e duro lavoro.

Se il covid 19, mamma, entra nei nostri polmoni non c’è scampo e si muore soli, senza il conforto dei figli e dei nipoti.

Non si può uscire da casa e per pasqua non potrò portarti un fiore. Ma credimi, dentro il mio cuore c’è una selva di fiori freschi, tutti per te.

Mamma, non pensavo di vivere una simile terribile esperienza che sta mettendo in pericolo tutta la mia esistenza e tutto quello che ho potuto creare nella mia vita.

Andrà bene, dicono tutti, ma come andrà bene se nessuno può lavorare, se non si produce, se tutto è fermo mentre le spese corrono e dovranno essere onorate!

Ne usciremo con le ossa rotte e i più deboli periranno mentre i ricchi, come sempre, ce la faranno, anzi forse ne usciranno più forti perché aumenterà lo schiavismo del lavoro e lo stato di bisogno dei più.

In questo momento drammatico ho pensato a te mamma; e lo sai perché? La professoressa Marina Castiglione ha messo in internet “li panaredda di pasqua”. Ti ricordi? Quando facevi il pane in casa e con la pasta del pane che lievitava facevi un piccolo paniere dove mettevi l’uovo, ci facevi il manico e lo infornavi per regalarlo a me, a Lillo e Antonio. La pasta che ricopriva l’uovo non era un dolce ma solo farina impastata. Non era gran che ma per noi era un grande dono ed ora che lo ricordo mi spuntano le lacrime.

Mamma come facevi a badare a tutte le incombenze della casa e a pensare pure a “li panaredda di pasqua”?

La tua vita è stata sempre di lavoro. Sei nata in una famiglia di piccoli ‘burgisi’, sei stata la prima figlia femmina dopo il fratello Gerlando e hai avuto l’incombenza di allevare altri nove fratelli. Tua mamma badava alla bottega e tu facevi la mamma di ben 9 bambini. Ti sei ribellata dinanzi a questa pletora di nascite. Il fermo è avvenuto con la morte prematura di tuo padre a solo cinquanta anni per via di una banale malattia che oggi si cura con un intervento di routine.

Ti sei sposata e hai avuto cinque figli maschi di cui due non ce l’hanno fatta. Che fatica mamma per badare a quattro uomini. Avevi una bottega che era un piccolo emporio di quartiere e questo ti teneva impegnata tutta la giornata anche quando la mattina dovevi sistemare le stanze da letto che erano al piano superiore della casa ed era un sali e scendi perché, mentre pulivi, la gente continuava a venire per fare acquisti. Era una bella ginnastica. E questo ora lo racconto alle mie amiche che vanno in palestra per dimagrire e curare il corpo.

Ma non era solo questo il tuo lavoro perché il pane veniva fatto in casa ed era cosa dura impastare la farina, fare lievitare il pane, ‘famiare’ il forno, infornare il pane, controllare il forno e tutto questo mentre i tuoi clienti venivano per gli acquisti.

Non solo, anche la pasta si faceva in casa con grande fatica e tutta la biancheria si lavava a mano con la poca acqua che noi andavamo a prendere alla fontana con le quartare di creta.

Ti ricordi mamma quando facevi il pane? Ci facevi le ‘fabbrusce’: prendevi un pane che stava per lievitare lo schiacciavi con le dita per dargli la forma di una pizza, ci mettevi un poco di aglio, un’acciuga, un poco di salsa di pomodori e la buttavi nel forno mentre bruciava.

Io, Lillo e Antonio aspettavamo come passerotti affamati e mangiavamo quella ‘scacciata’ il cui sapore è assolutamente irripetibile perché aveva il sapore della mamma, del forno a legna, della famiglia riunita attorno a un forno. Se ne restava qualche pezzo la mangiavamo il giorno dopo e il gusto era ancora più saporito.

Quanto lavoro hai fatto mamma. Papà era un piccolo commerciante che non ci ha fatto vedere la carestia durante il periodo della guerra. Aveva il carretto e il mulo.

Toccava a noi pulire la stalla ma per risparmiarci la pulivi tu.

Mi dicevi di andare a studiare perché volevi che io diventassi altra cosa, mentre papà non mi ha mai detto di andare a studiare. Quando vedeva che non mi applicavo mi diceva: vai a pulire la stalla. E questa è stata la mia università. La stalla puzzava e mi ha fatto capire che attraverso lo studio e i libri potevo liberarmi da quella condizione. Ci sono riuscito mamma, ma poi sono rimasto vittima dei tubi di scappamento delle macchine che hanno sostituito i carretti e ammorbato l’aria creando malanni, tumori e virus di ogni genere..-

Mamma, a pasqua ci facevi i vestiti nuovi e quando io li indossavo e uscivo per andare in piazza, tu ti affacciavi dal portone di casa e mi guardavi con amore ed orgoglio.

Io mi arrabbiavo che mi facevi i pantaloni un poco più lunghi del dovuto perché avevi paura che, allungando, non si potessero più indossare. Io purtroppo sono allungato poco e mi è rimasta quella rabbia nel vedere i figli dei benestanti con pantaloni più corti e quindi più belli.

E la pasqua, mamma la ricordi come si festeggiava. Il venerdì santo, quando l’urna scendeva dal calvario, io rientravo a casa e tu mi facevi trovare il carciofo imbottito con aglio, formaggio, sale e pepe e poi venivi a vedere l’urna: questo era il tuo unico svago.

Quel carciofo lo faccio sempre per pensare a te e quando lo mangio ti vedo accanto a me e provo grande serenità.

La domenica di pasqua andavamo ‘all’incontro’ della Madonna con Gesù e poi tutti e cinque attorno al tavolo per mangiare il brodo di cappone che tu avevi allevato per la festa.

La zia Anna era il medico di famiglia ed era lei a ‘sanare’ il gallo per farlo diventare cappone. Diverse volte ho assistito a questa terribile operazione e a mezzogiorno io e i miei fratelli mangiavamo la cresta del gallo e i due testicoli tolti al gallo, con una frittura povera ma gustosa.

La pasqua ti riapriva la ferita del figlio emigrato. Quando dalla nostra strada passava la banda comunale nella quale tuo figlio suonava il clarino tu piangevi a dirotto. Pensavi sempre a quel figlio e tu, che non sei mai uscita da casa, sei voluta andare in Canada per vedere come si trovava Lillo.

Lo hai trovato ben sistemato con tre belle bambine e ti sei rasserenata. Volevi, quindi, ritornare subito perché avevi lasciato solo il marito che ritenevi incapace di gestire la bottega, ma siamo rimasti venti giorni ad Hamilton e abbiamo visitato anche Rochester.

Mamma hai provato l’esperienza del jumbo jet e quando hai visto l’immensità dell’oceano hai dubitato del fatto che Colombo lo avesse potuto solcare con tre caravelle.

Nel 1956, anno che segnò in maniera indelebile la mia vita, sono stato eletto Vice Sindaco del paese e tu ne eri orgogliosa.

Io, come insegnante, guadagnavo 16.000 lire al mese e non mi bastavano perché avevo spese superiori per la carica che rivestivo. Non avevo alcuna indennità e quindi attingevo alla cassa della bottega. Tu facevi finta di non vedere. Ma un giorno sei venuta a svegliarmi dicendomi: signor Sindaco del cacchio si alzi e vada a lavorare e quindi a guadagnarsi da vivere.

Ho fatto lo strappo più terribile della mia vita e sono andato a guadagnarmi il pane. Ma è rimasto nel mio cuore un dramma, il dramma del tradimento a un voto popolare plebiscitario.

Sono andato via da casa e non vi ho fatto più ritorno stabilmente. Sono andato in giro portandoti nel cuore.

Sono stato in Sardegna ma tutti i giorni ci sentivamo e mi davi le notizie del paese, sono stato a Roma in un ministero e tutte le mattine sentivo la tua voce, ho vestito la divisa di fante assaltatore.

Quando sono rientrato ad Agrigento, con la scusa di fare politica locale, venivo tantissime volte in paese durante la settimana e tu intuivi, senza sbagliare, quando io dovevo venire e mi conservavi uno spicchio di arancia e una fettina di mela di quella che tu avevi mangiato.

Non rifiutavo mai e la mangiavo sapendo che era un dono divino che veniva dal cuore di una mamma che mai potrà tradire i figli.

Vedi mamma, io non sono un credente; ma ci sono momenti terribili della vita in cui un uomo ha bisogno di credere in una entità superiore a cui potersi aggrappare per chiedere una grazia, come in questo momento.

Non mi rivolgo a nessun santo ma mi rivolgo a te che, ove esistesse un paradiso, tu occuperesti un posto di prima fila per i grandi sacrifici che hai fatto nella tua vita.

Non ti sei mai svagata: credo che da sposina sei stata una sola volta a vedere una compagnia teatrale e questo l’ho capito dal fatto che conservavi gelosamente una cartolina delle sorelle Cannestrelli che dovevano essere due attricette di compagnie ambulanti che andavano di paese in paese.

Sei vissuta 84 anni e hai lavorato per 240 anni e hai amato come tutte le mamme del mondo per cui certamente ti meriti il paradiso divino a cui io non credo.

Però, come disse Antonio Gramsci, per la mamma Peppina Marcias, ti sei guadagnato l’unico paradiso possibile che è nel cuore dei tuoi figli.

Il cuore di Antonio e quello di Lillo si sono spenti. Il mio resiste ancora e in questo cuore tu sei la regina, mamma.

Questa notte dormirò accanto a te con la mano messa dentro il tuo petto come quando ero bambino e piangerò lacrime di gioia.

Agrigento, lì 9.4.2020

Tuo figlio Gaspare