(articolo letto 1.983 volte)

Il libro di Marcello Sorgi “Le sconfitte non contano” ed. Rizzoli mi ha suscitato tante riflessioni anche perché il protagonista del libro, l’avv. Nino Sorgi, padre dell’Autore, appartiene a una generazione di poco antecedente la mia e ha attraversato una storia che, in buona parte, ho vissuto anch’io da protagonista di periferia immerso, io, nel mondo degli zolfatai, dei braccianti, dei vecchi senza pensione, di giovani che facevano le valigie per andare a morire nelle miniere del Belgio.

le-sconfitte-non contano-marcello-sorgi

Il protagonista del libro vive la sua vita di avvocato socialista nella Palermo bene del dopo guerra, difendendo i braccianti e i giovani incriminati dalla polizia di Scelba.

Ci sono pagine bellissime relative a Salvatore Carnevale e alla mamma, la signora Francesca  Serio che io ho fatto incontrare con la moglie di Pietro Nenni a Perugia.

Però la Palermo che viene fuori dal racconto di Marcello Sorgi è una Palermo da bere con dirigenti socialisti e comunisti radical-scic che magari hanno affrontato qualche mese di carcere ma forse per farsene medaglie.

Quella era la Palermo che ingigantiva l’apparato burocratico della regione per vivere di parassitismo, creando le premesse dell sfacelo.

Questo viene fuori in parte dalla vicenda della nomina dell’Avvocato Nino Sorgi a Presidente dell’IRFIS e delle sue repentine dimissioni per gravi contrasti con il Diretttore Generale e il Consiglio di Amministrazione.

marcello-sorgi

Questa storia raccontata dal figlio è certamente di parte e io mi sforzo di crederla veritiera, ma una cosa vera viene fuori dal racconto e cioè che si stavano creando le premesse per il fallimento della politica finanziaria della Sicilia, cosa che è avvenuta con la fine del Banco di Sicilia e della Cassa di Risparmio siciliana.

Belle sono le pagine che riguardano l’incontro di Nino con Francesco Rosi,  con Damiano Damiani, con Claudia Cardinale, con il regista del Gattopardo Luchino Visconti che all’avvocato si rivolgeno perché curasse la parte giuridica dei loro lavori che, in Sicilia, diventatavano pericolosi.

Le pagine che parlano del rapporto di Nino con Sciascia sono interessanti e intense anche perché chiariscono ulteriormente alcune vicende note e dolorose della vita dello scrittore di Racalmuto.

Insomma nel libro di Sorgi c’è tutta la Sicilia post bellica con tutte le sue luci e le sue ombre, con la mafia, la politica, la cultura, lo sviluppo distorto.

Il libro alla fine risulta agiografico e non poteva essere diversamente perché la storia di un padre raccontata dal figlio conduce a questo vizio, però, anche se ha questi difetti “Le sconfitte non contano” va letto per capire cosa è avvenuto in Sicilia negli anni ruggenti della sua ricostruzione o distruzione.

La conclusione della narrazione, a me che sono uomo di parte, mi lascia l’amaro in bocca.

Sembra che l’Avvocato Sorgi si penta della sua militanza socialista e dice al figlio: “Sai, non avrei mai pensato di doverlo riconoscere” cominciò “Eppure, guardato da vicino, il capitalismo non è tutto da rigettare. Parlo del capitalismo com’è adesso, molto diverso da quello feudale che ci trovammo a combattere nel dopoguerra. Oggi infatti è diventato un sistema moderno, regolato da leggi e da contratti, che deve necessariamente tener conto delle esigenze dei lavoratori e del rapporto con i sindacati. Un meccanismo, volto, sì, all’accumulazione della ricchezza, ma anche alla sua redistribuzione”. E l’autore conclude affermando: “Le sconfitte non contano, anzi servono ugualmente a cambiare le cose, come le idee segnano sempre il solco della storia. Riconoscerlo è una prova d’intelligenza, non il segno di una resa”.

Con questa conclusione l’autore ci dice di una conversione del padre che, a mio avviso, non c’è in quanto il Nino Sorgi che viene fuori del libro è un borghese cresciuto nella PALERMO ‘DA BERE’ che si è limitato a difendere militanti della sinistra. Il capitalismo di cui lui parla è un suo sogno radical-socialista, mentre il capitalismo che noi viviamo è un capitalismo da rapina, che sfrutta, che chiede precariato, che schiavizza, che sta affamando il nostro paese, che chiede privatizzazioni, è il capitalismo di Berlusconi, di Tanzi, dei Rendo e di Agnelli che ha vissuto di contributi statali che venivano regolarmente inviati nei paradisi fiscali.

Il capitalismo di oggi non solo ci sta affamando ma ci sta facendo morire di sete perchè, con le privatizzazioni, un litro di acqua ad Agrigento ha un costo fra i più alti d’Italia.

Per me le sconfitte contano e quella di un partito non significa la sconfitta delle idee di cui è stato portatore, semmai è testimonianza di incapacità dei suoi dirigenti che certamente non hanno avuto fede.

Io mi sento uno sconfitto ma credo che lo sviluppo distorto dell’attuale capitalismo, che attribuisce il 50 % della ricchezza al 10% degl italiani, ci riporterà a una   concezione della società diversa e questo lo si può già riscontrare nella enciclica di Papa Ratnziger Caritas in veritate che ha grandi presupposti sociali.

Sono uno sconfitto provvisorio, non sono un pentito e sono convinto della giustezza delle mie idee e delle mie battaglie.

Torno però a dire che queste mie considerazioni sono di natura politica che tendono a contestare le pericolose considerazioni finali dellavv. Nino e quindi dell’autore e non inficiano la validità dell’opera di Marcello Sorgi che noi consigliamo al lettore per capire e giudicare, spero, senza farsene influenzare.

Agrigento,lì 18.8.2013