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Non c’è felicità che non si possa ritrovare,
basta frugarsi un po’ le tasche.

Il sardo Alberto Capitta, con il suo nuovo libro “Alberi Erranti e Naufraghi” edito dalla casa editrice sassarese Il Maestrale, si aggiudica la 44^edizione del premio letterario Brancati di Zafferana Etnea per l’anno 2013.

Con Alberto Capitta durante l'intervista al Premio Brancati di Zafferana Etnea.

Con Alberto Capitta durante l’intervista al Premio Brancati di Zafferana Etnea.

Abbiamo voluto di proposito sottolineare l’origine sarda dello scrittore perché in questo racconto di Capitta troviamo l’isola dei pastori guidati del Dio Pan alla ricerca della natura perduta, della solitidine che ci fa conoscere noi stessi, alla ricerca della serenità dello spirito trovolta dalla convulsa vita moderna che ci porta a vivere in un turbinio di follia e di veleni che impropriamente chiamiamo civiltà.

“Non c’è felicità, dice Capitta, che non si possa ritrovare, dunque, basta frugarsi un po’ le tasche”.

Alberto Capitta mentre riceve il premio il 22 settembre 2013 al Premio Brancati:

Basta cercare il contatto con la natura: “Quella campagna, quei silenzi, quel continuo sgretolarsi di acque era ciò che lo aveva perduto” Perduto nel senso positivo del rifiuto dela cosidetta civiltà dei consumi per approdare a un mondo in cui ci sono “bambine che giocano a ubriacarsi con l’aria e gareggiando nella conta delle farfalle e coccinelle” e in cui la natura vive una vita propria come quella degli uomini. Ci sono “Talami di piante spasimanti, il sospirare d’amore dei limoni” e gli alberi che partono.

Ernesto Moi, un contadino che è il Dio Pan della narrazione, vede dalla sua finestra “gli alberi che si agitavano disperati alla notizia di Lidia morta. Fu il giorno in cui Ernesto Moi vide per la prima volta gli alberi partire. Quando, vent’anni più tardi, Maddalena, attirata da un fruscio di sottobosco all’alba, apre la porta del capanno, non può immaginare di assistere al pianto di dolore del frutteto per sua madre. E non solo”.

La natura è la protagonista del libro ed è una natura viva e umana che soffre e gioisce insieme all’uomo con cui si identifica. Ernesto Moi, il Dio Pan, accompagnava Maddalena “alla scoperta di quei mondi, c’erano solo tendaggi di foglie, a volte, ma bastava che l’uomo li scostasse appena perchè dietro quei sipari lei si ritrovasse di colpo sotto planetari di frutti che la lasciavano sbalordita. C’erano grappoli di stelle e di lune appese ai rami. Oppure bastava che lui le facesse un cenno e le sussurrasse  ‘Adesso attenta e guarda bene’ per scorgere lo sgusciare di una volpe o il guizzo dei gatti selvatici”…

“…Sai che gli alberi partono? Le rivela un giorno. -E’ così, se ne vanno, armi e bagagli”.

Questo è il mondo bucolico sognato da Capitta, ma il mondo reale è fatto di altre cose tremende. Ci sono le gelosie, le cattiverie, le separazioni in classi sociali, le incomprensioni tra padri e figli, la solitudine, i suicidi, i matrimoni sbagliati, i fidanzamenti innaturali, le guerre.

C’è Sabastiano Nonne che massacra il figlio perché frequenta un ragazzo che lui giudica essere un uomo fuori dalla società e dal mondo civile, c’è il postino Piero Arca che ama vivere in mezzo agli animali ed è costretto a scomparire perché i Nonne gli distruggono il suo mondo fatto di animali  che cura amorevolmente e con i quali riesce a comunicare.

Il Notaio Branca subuisce il suicidio della moglie depressa e l’incomprensione della figlia Maddalena che vuole sposare il colonnello Michelangelo Nonne, un coglione con i gradi di colonnello.

Difficile vivere in questo mondo pieno di contrasti e di drammi per cui l’uomo aspira a fuggire, forse a ritornare bambino per assaporare i valori reali della vita.

E va alla ricrca del mondo dell’Emilio di Rousseau.

Capitta immagina un mondo dei “Bambini”.

E Giuliano, dopo avere subìto tanti drammi e vicissitudini amare, vi approda “E’ il villaggio a conquistarlo e la vita tutta al suo interno. Lo conquistano le capanne di frasca, le cucine all’aperto, il viavai dei boscaioli che di continuo lo attraversano. Lo conquistano i colori dei cappelli, il rumore dei ferri da lavoro, lo sventolio dei panni stesi, i portatori d’acqua, le bambine cantanti, i falegnami intenti a sistemare le imposte, i carpentieri sui tetti, le contadine dietro le galline e i fannulloni all’ombra”.

Questo è il mondo poetico che Salvatore Capitta sogna per l’umanità che vuole trovare una sua giusta dimensione  per sfuggire ai potenti drammi psicologici che turbano i nostri animi, drammi che Capitta sa rappresentare in maniera delicata e incisiva.

Giuliano, mentre va in cerca del padrea Piero Arca approda all’isoa dei bambini e ne gusta la bellezza; vi ritorna con Maddalena, delusa di un amore insulso e senza anima, per godere di una stagione di felicità, sapendo che le volpi li cercheranno e li staneranno per distruggere una felicità vera e spontanea.

Questo libro ci ha turbato e ci ha indotto a riflettere sullo svolgersi della vita e su quello che sarà il mondo di domani.

Sapranno gli uomini rinunziare a un progresso distruttivo per accontentarsi di quello che la natura ci dà a piene mani? Sarà difficile.

Ma la letteratura tenta di indicare le vie della salvezza che è a porata di mano. Basta frugarsi le tasche”.

Questa opera letteraria,tanto poetica nel contenuto e nello stile, ci riporta al bellissimo libro di Fabio Stassi “L’ultimo ballo di Charlot” che ci suggerisce di vivere la vita con buonumore e di scacciare il dolore e la morte con un sorriso.

Forse gli scrittori di media età stanno praticando un nuovo filone letterario che è quello del sogno, della favola?

Probabilmente. I premi di periferia come il Brancati e il Racalmare confermano questa scoperta e i grandi premi, quali lo Strega e il Campiello, intravvedono queste nuove frontiere ma se ne tengono un poco ai margini, pur riconoscendone la validità.

Noi abbiamo tanta fiducia in questa nuova tendenza letteraria, che è poesia, musica, favola, natura verso cui bisogna ritornare se il mondo vuole salvarsi da una apocalisse lontana ma certa.

Agrigento, lì 15.9.2013

Gaspare Agnello