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La lettura del libro di Salvatore Falzone “Piccola Atene” Ed. Barion mi ha riportato agli anni ottanta, quando ho avuto la rara fortuna di frequentare, con assiduità, la terrazza di contrada Noce di Racalmuto e colloquiare con il grande maestro di Regalpetra Nanà, come tutti lo chiamavamo. Erano discussioni intense in cui dovevo iniziare a parlare sempre io, che non ero un uomo di cultura, e lui ad ascoltare e a divertirsi ma a poco a poco Nanà, il silenzioso, il taciturno, si scioglieva e si metteva a parlare, avvolto dal fumo delle sigarette e con gli occhi socchiusi e puntuti che guardavano oltre la siepe per scrutare il mondo, quello degli uomini, dei mezz’uomini, degli ominicchi, dei piglianculo, dei quaquaraquà, il mondo della giustizia o dell’ingiustizia, della politica, dei professionisti dell’antimafia.

La Piccola Atene di Salvatore Falzone

Piccola Atene mi fa ricordare due cose che mi ha detto Sciascia in diverse circostanze. La prima riguarda i libri: un giorno gli ho domandato come si fa a giudicare un libro buono o cattivo e lui candidamente mi ha risposto: se il libro ti piace lo leggi e quindi vuol dire che è buono, se non ti piace lo lasci perdere perché il libro non sarà buono. E questo lo dico perché “Piccola Atene” mi è arrivato tra le mani mentre avevo altre cose da fare e mentre la mia vita veniva stravolta da fatti drammatici che riguardavano la mia famiglia. Eppure ne sono stato attratto e l’ho letto con tanto piacere tralasciando tante altre cose e ricavandone godimento.

Sciascia ancora mi disse:  “gli scrittori siamo ruminanti. Tutto è stato detto e scritto.”

E questo lo dico perché “Piccola Atene” è un libro scritto da un “ruminante” che riattraversa tutta la tematica sciasciana senza farne mistero: la giustizia, l’ingiustizia, la codardia, i professionisti dell’antimafia, gli intrecci loschi tra mafia, politica, affari, istituzioni religiose.(Il ‘non praevalebunt’).

Però molto spesso il prodotto “ruminato” o rimacinato risulta più raffinato, più gustoso e quindi più digeribile e questo è certamente il caso del libro di Salvatore Falzone che, pur con tematiche “ruminate”, riesce a essere godibile e nuovo  in quanto dimostra che certe questioni degli anni sessanta sono sempre attuali e che il mondo o meglio l’uomo non cambia perché, come direbbe papa Ratzinger, l’uomo è frutto del peccato originale così che, un giorno è Plutarco a narrare le tristi vicende dell’uomo peccaminoso ne “Le vite parallele”, poi Sciascia e quindi anche Falzone. Gli intrecci del potere non cambiano mai e si ripetono in ogni stagione dell’umanità: sono gli intrecci del Duca Valentino di cui parlò Machiavelli.

“Piccola Atene” potrebbe essere un giallo, ma il giallo classico presuppone un delitto, un’ indagine  e quindi la scoperta di un assassino.

Qui il giallo è veramente sciasciano perchè il morto c’è e non si sa è morto di infarto o sia stato ucciso; non c’è un poliziotto che indaga ma c’è uno sfaccendato, titolare di un blog, che si trova coinvolto nelle indagini di questo presunto delitto senza che ne avesse avuto la volontà.

In un momento d’incoscienza  Gaspare Lazzara scrive sul suo blog: “Chi ha ucciso il cav. Alvaro?” Bastano queste parole perchè tutte le notizie sull’intreccio losco relativo alla costruzione di un centro commerciale finiscano nelle sue mani.

La costruzione di un centro commerciale è un affare grosso per una città periferica come Caltanissetta e quindi ecco che attorno ad esso si aggrovigliano interessi di imprenditori più o meno corrotti, di politici che cercano forza e sostentamento negli affari che, per via della politica, diventano poco puliti, di monsignori in cerca sfrenata di danaro e che hanno tanti peccati da farsi perdonare, di donne fatali che orbitano attorno a uomini potenti di cui sanno tutto e che poi finiscono la loro vita volando, con la loro macchina, da un ponte.

In mezzo a tutto questo si muove Gaspare Lazzara in cerca della verità e della giustizia.

La verità non esiste e, come dice lo scrittore spagnolo Marìas, è meglio non cercarla con tenacia perché può bruciare o perché non esiste o ne esistono diverse e tutte vere. “La giustizia”, dice Antonio Arnone, consulente legale del vescovo, nel libro di Falzone,  “è un’altra cosa, la giustizia” “ è di Dio, la giustizia è Dio e l’uomo che vuol fare giustizia sa che fa”….”Bestemmia”.

Così  Falzone, nel suo libro, chiude il problema della giustizia che non é di questa terra, mentre sulla verità è il vescovo che, parlando con Gaspare, gli dice: “Guarda, figlio mio, io ti ho seguito negli ultimi tempi, ho apprezzato molto, ma molto, il tuo impegno culturale. Sai perché dico culturale? Perché, vedi, la verità è cultura.” “Tu hai una gran fame di verità. Te lo leggo negli occhi. Ebbene, sappi che dire la verità rappresenta la forma più alta di impegno culturale. Ho letto le tue lettere apparse sulla cronaca locale, anzi, in realtà è da un po’ che non la vedo più e…”

“Eccellenza, ho continuato a scriverle e a inviarle, ma non le pubblicano più”. “E certo che non le pubblicano” osservò il vescovo. Quanta ironia nel parlare di verità e cultura. Il vescovo sa che la cultura non incide ed è uno sport di pochi privilegiati.

Comunque il vescovo induce Gaspare alla prudenza: “Non voglio che tu rinunci a cercare la verità. Credo però che dovresti continuare la tua indagine con maggiore prudenza, senza esporti. Si tratta di scegliere mezzi opportuni per conseguire il fine. Questo, ripeto, è il mio consiglio Ma devi essere tu e solo tu a decidere. Voi giovani dovete imparare a ragionare con la vostra testa”.

Ma  Gaspare Lazzara chi è? Vuole essere il Laurana  di “A ciascuno il suo”.  Laurana “era un cretino” come disse don Luigi e certamente Gaspare non vuole passare per cretino.

Potrebbe essere l’uomo della Volvo  di “Una storia semplice”.  L’uomo della Volvo incontra un uomo vestito da prete. “quel prete” si disse “quel prete…l’avrei riconosciuto subito, se non fosse stato vestito da prete: era il capostazione, quello che avevo creduto che fosse il capostazione.”

“Pensò di tornare indietro, alla questura. Ma un momento dopo: E che, vado di nuovo a cacciarmi in un guaio, e più grosso ancora? Riprese cantando la strada verso casa.”

Forse Gaspare potrebbe rassomigliare all’uomo della Volvo?

Probabilmente. Gaspare una volta era dalla parte dei potenti e aveva fatto l’attacchino per l’onorevole. Era stato fregato perché non gli avevano dato il posto che gli avevano promesso. Ora voleva spezzare gli equilibri che reggevano la vita della piccola Atene. Antonio Arnone gli rammenta “che se qualcuno spezza l’equilibrio muore”…”Muore. Di colpo o poco alla volta…”

Se poi volesse diventare famoso o avesse voluto avere gloria, Arnone gli suggerisce di mettere sù una bella impresa, cominci a parlare di antimafia, diventi amico di sbirri e magistrati, si invii alcuni proiettili a casa e vedrà l’effetto che avrà. Ritorna sempre Sciascia con i professionisti dell’antimafia.

Gaspare incomincia a capire il senso di tutti questi ammonimenti; si rende conto che “La vita è una sola” e assicura il consulente giuridico del vescovo Antonio Arnone: “Stia tranquillo” lo incoraggiò. “l’equilibrio” ( e quando disse “equilibrio” sgranò spaventosamente gli occhi) “ si è già ricomposto. Anzi, non si è mai spezzato. Il vescovo è il vescovo, l’onorevole è l’onorevole, i preti sono i preti e vanno rispettati. E i morti, per la misericordia di Dio, riposino in pace”…”Nessuno scandalo interromperà la pace della nostra piccola Atene”

Questo il groviglio di “Piccola Atene” che nessuno riuscirà a chiarire perché già tutti sanno e nessuno parlerà.

Io però, oltre che dal groviglio, dalle tematiche sciasciane sono stato colpito dalla scrittura che è tutta particolare in quanto lo scrittore Falzone si è rivelato un grande scenografo. Infatti se il racconto dovesse essere trasformato in opera teatrale non ci sarebbe bisogno di scenografo perché già tutto è descritto in maniera precisa e in questo trovo una certa affinità con l scrittore di Montedoro Angelo Petyx che mi impressiona quando riesce a cogliere un pulcino che sta in piedi su una gambetta con l’altra retratta.

Voglio riportare alcuni esempi per dimostrare quanto da me affermato.

Ecco Gaspare al mercato della Stratafoglia: “ Guardava distrattamente le olive viscide e nere, le foglie mosce della verdura, le melanzane viola, i pomodori secchi, i mazzi di asparagi e finocchietti selvatici, le pezze di pecorino stagionato ingabbiate nel cellofan, la leggerissima pellicola bianca delle teste d’aglio…”.

E il barbiere dopo un taglio di capelli: “Sostenne con due dita la testa olezzante del cliente e la osservò, spostandosi prima a destra e poi a sinistra. Infine soffiò più volte, piccoli sbuffi, a posto”.

E ancora “Ehi Lazzara, ancora vivo sei?” lo salutò il coiffeur puntandolo dalla specchiera e bloccando in aria le forbici…”

E poi la descrizione perfetta dei luoghi:

“Davanti  il Palazzo di Giustizia rallentò bruscamente, voltandosi a guardare la fila di vetri specchiati, proprio quando l’inquadratura del Tribunale divenne la stessa, squilibrata, dell’immagine su Facebbok. Ma un ringhio di clacson scosse Lazzara, che subito riprese la corsa. Dopo dieci minuti superò l’antica abbazia di Santo Spirito, si lasciò alle spalle gli stabilimenti gialli dell’Amaro Averna, scorse la roccia calcarea del castello di Pietrarossa, quasi vaporosa in controluce, attraversò l’umile villaggio Santa Barbara, sorpassò a sinistra le argille del monte Sabucina. E cominciò a sprofondare in folle nella valle dell’Imera….”

E gli ambienti?

“Il vescovo smise di scrivere, alzò l sguardo, posò la penna stilografica e, staccatosi dalla scrivania, andò incontro all’ospite, già chino, pronto a baciargli l’anello scintillante”.

“Si sedettero su un divano bianchissimo che spiccava nel marrone scuro del parquet. Lo stile dell’arredamento era moderno, ma c’erano libri antichi sulle mensole e alle pareti icone orientali e quadri che dovevano essere del Settecento…”

Evidentemente non possono mancare gli inglesismi tipici dell’uso dei mezzi informatici moderni assieme ad alcuni parole siciliane come allapata o smangiata.

Concludo queste riflessioni affermando con onestà intellettuale che Salvatore Falzone ha scritto un libro molto bello e intelligente sia nelle tematiche che nella forma avendo saputo usare la lezione che viene dalla grande tradizione culturale della Sicilia che è l’asse portante della letteratura del novecento italiano.

Agrigento, lì 18.8.2014

www.gaspareagnell.it