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Orhan Pamuk si aggiudica la XIV edizione del premio letterario Giuseppe Tomasi di Lampedusa di Santa Margherita di Belìce, presieduto da Gioacchino Lanza, con il romanzo “La donna dai capelli rossi” edito da Einaudi.

Alla prima lettura ci sovviene quanto ci diceva Leonardo Sciascia il quale sosteneva che tutti gli scrittori sono ruminanti in quanto tutto è stato già scritto.

Pamuk infatti con questo libro torna al mito di Edipo, narrato da Sofocle, che uccide il padre e al mito arabo di Ferdowsi in cui Rostam uccide il figlio Sohrab.

Il tutto torna a Sigmund  Freud.

Potrebbe essere così se non ci trovassimo di fronte a un grande scrittore che ha saputo manipolare la materia scrivendo un romanzo di grande spessore ‘sorprendente e fulminante, capace, con i suoi colpi di scena, di togliere il fiato a ogni lettore’.

La storia prende le mosse dal fatto che Pamuk, come lui stesso ci ha detto, ha visto dalla sua finestra un anziano e un ragazzo che scavavano un pozzo. Li ha osservati per lungo tempo, è diventato loro amico e ha cercato di capire il rapporto tra un anziano e un giovane e quindi tra padre e figlio e tra figlio e padre e qui ha intrecciato una storia complicata e aggrovigliata che non possiamo narrare per intero e che si conclude con un figlio che uccide il proprio padre.

Cem, il giovane scavatore, prima faceva il commesso in una libreria e il suo sogno era di diventare uno scrittore. “Da grande sarei diventato anch’io uno scrittore. Ero stato io a rivelargli (al libraio Deniz) questo mio sogno a occhi aperti. E in breve tempo, grazie a lui, cominciai a prendere la cosa sul serio”…

“…Riuscivo a sentire tutto l’universo, ma pensarci, in un certo senso, risultava più difficile. Era per questo che desideravo diventare uno scrittore. Nutrendosi delle mie sensazioni, la scrittura mi avrebbe permesso di mettere nero su bianco le immagini e i sentimenti che non sapevo esprimere a parole. Sarei stato uno scrittore di gran lunga più bravo di quelli che frequentavano la libreria di Deniz”.

In effetti Pamuk è diventato così grande da meritare il Nobel per la letteratura.

Le descrizioni della natura sono coinvolgenti e ci portano in un mondo dove si sente il canto dell’usignolo, il canto delle cicale, l’ululato dei cani con le stelle che sono sempre in cielo a rimirar la nostra vita: “Era a quell’ora che il sole spariva all’orizzonte, proprio di fronte a noi. Allora cominciavano a volteggiare bizzarri e rari uccelli, mai visibili durante il giorno. Infine, prima che calasse la notte, in cielo si affacciava una rosea luna piena. Intorno alla tende era tutto uno scricchiolio, un cigolio, un mondo di piccoli rumori; da lontano giungeva l’ululato dei cani e io sentivo l’odore del fuoco che si era spento, mentre cipressi immaginari gettavano ombre sulla tenda”.

Questo è lo scenario della natura ma c’è anche il bosco della città dove l’uomo perde il padre, perde i sentimenti e può avvenire che Edipo uccide il padre e Sohrab viene assassinato dal padre Rostam ed Enver, figlio di Cem, uccide il padre.

Perché questi drammi?  Pamuk si pone il problema e cerca una spiegazione nei sensi di colpa di cui parla Freud, nelle enormi problematiche umane e morali dei protagonisti della vita, nell’orgoglio degli uomini, nell’individualismo che hanno nel sangue, nell’assenza del padre che si perde ‘nel bosco della città’.

Pamuk con questo libro è un ruminante che ci restituisce una materia letteraria di rara bellezza e drammaticità con una scrittura lieve e con una struttura articolata in capitoli brevi che rendono la lettura piacevole.

Agrigento, lì 4.9.2017

Gaspare Agnello