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	<title>Gaspare Agnello, Recensioni, Critica Letteraria e Mie Pubblicazioni</title>
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		<title>La Miniera Occupata di Angelo Petyx e il Centesimo Anniversario della Nascita</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 09:10:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaspare Agnello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angelo Petyx]]></category>
		<category><![CDATA[angelo petyx]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario nascita]]></category>
		<category><![CDATA[la miniera occupata]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 2 Novembre del 2012 ricorre il centesimo anniversario della nascita dello scrittore di Montedoro Angelo Petyx e noi speriamo ardentemente che l’Amministrazione comunale di Montedoro e i Licei della provincia di Caltanissetta vogliano celebrare questo grande figlio della terra di Sicilia, riproponendo, al mondo letterario e ai giovani, i suoi libri che sono veramente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2 Novembre del 2012 ricorre il centesimo anniversario della nascita dello scrittore di Montedoro Angelo Petyx e noi speriamo ardentemente che l’Amministrazione comunale di Montedoro e i Licei della provincia di Caltanissetta vogliano celebrare questo grande figlio della terra di Sicilia, riproponendo, al mondo letterario e ai giovani, i suoi libri che sono veramente di grande valore letterario. I libri di Petyx sono anche la memoria di un tempo eroico, non molto lontano da noi e di cui siamo sicuramente figli.</p>
<p><img class="size-full wp-image-1793 alignleft" title="angelo-petyx-busto-bronzo" src="http://www.gaspareagnello.it/images/angelo-petyx-busto-bronzo.jpg" alt="angelo-petyx-busto-bronzo" width="194" height="259" /></p>
<p>Noi, da questo momento, dedichiamo <a href="http://www.gaspareagnello.it/category/angelo-petyx/">una sezione del nostro sito allo scrittore Petyx</a> con tutti i nostri scritti, le nostre memorie e con una<a href="http://www.gaspareagnello.it/2010/10/angelo-petyx-l%E2%80%99uomo-lo-scrittore-intitolazione-museo-di-vincenza-petyx/"> relazione della figlia dello scrittore, Signora Enza</a>, docente di Filosofia presso l’Università di Torino che sarà disponibile a venire in Sicilia, in occasione del centenario della nascita del padre di cui custodisce la memoria con grande passione.</p>
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<h2>La Miniera Occupata di Angelo Petyx</h2>
<p><img class="alignleft" title="miniera_occupata_petix" src="http://www.gaspareagnello.it/wp-content/uploads/2008/02/miniera_occupata_petix.jpg" alt="" width="180" height="303" /></p>
<p>L’impegno televisivo di recensire un libro ogni quindici giorni mi ha portato a scavare nel mondo della letteratura italiana e, di conseguenza, nell’immenso mondo letterario siciliano dove è facile trovare sotterrati, scrittori di cui si parla poco ma le cui qualità sono veramente eccezionali fino al punto che mi rifiuterò di dare l’appellativo di “minori” a questi grandi letterati che hanno saputo parlare al nostro cuore, che hanno descritto il loro tempo, i luoghi dove sono nati, gli avvenimenti che hanno osservato o di cui sono stati protagonisti, lasciandoci un retaggio di cui nessuno potrà fare a meno.</p>
<p>Tra questi scrittori sepolti nel mondo della dimenticanza ho trovato, anche grazie a Matteo Collura, all’editore Sciascia di Caltanissetta ed al chiarissimo Professor Mineo dell’Università di Catania, Angelo Petyx che è un autore veramente straordinario la cui opera resterà certamente scolpita nel mio cuore e nella mia mente perché ha saputo toccare corde profonde della nostra vita e della nostra umanità con uno stile semplice e disarmante, uno stile che diventa musica popolare, sinfonia degli umili e degli oppressi. Oggi forse Petyx potrebbe essere definito un minimalista.</p>
<p>Angelo Petyx nasce a Montedoro in provincia di Caltanissetta il 2 novembre 1912 e sente subito l’esigenza di cultura e di letture che non lo abbandonerà più e che diventerà rigorosa regola di vita.</p>
<p>Segue un corso di studi irregolare da autodidatta.</p>
<p>Si oppone al fascismo, per cui rifiuta la chiamata all’arruolamento nella milizia, rifiuta durante la ferma militare di iscriversi al corso per allievi ufficiali.</p>
<p>Allo scoppio della guerra, è demandato dapprima al reclusorio militare di Gaeta come insegnante dei reclusi, poi è trasferito in Emilia.</p>
<p>Partecipa quindi alla campagna di guerra nel sud della Francia con la IV armata.</p>
<p>Dopo l’otto settembre resta sbandato in Piemonte e aderisce alle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà.</p>
<p>Trova rifugio a Tarantasca presso una famiglia antifascista e l’8 settembre 1948 sposa la figlia primogenita Lena di questo antifascista che sarà la Ada del romanzo “Gli sbandati” pubblicato nel 1971.</p>
<p>Nel 1945 ritorna in Sicilia, dove inizia l’attività d’insegnante, mai prima intrapresa per la rifiutata adesione al partito fascista.</p>
<p>Nel 1949 si trasferisce in Piemonte dapprima a Villafaletto, dove insegna per undici anni e infine a Cuneo.</p>
<p>Per la sua militanza antifascista gli furono offerti vari incarichi che Lui rifiutò, come respinse l’invito di Elio Vittorini di trasferirsi a Milano, “per il suo avvenire di scrittore,” e potere vivere più intensamente la vita letteraria dell’Italia risorta.</p>
<p>Ma Petyx doveva essere un uomo strano, un tipo ribelle  e preferì restare a Cuneo rifiutando il grande proscenio letterario.</p>
<p>Questo non gli impedì di continuare la sua vita di scrittore raffinato, collaborando a riviste quali “Gente nostra”, “Il Subalpino”, La via del Piemonte”, “La fiera letteraria”, “Prove di letteratura ed arte”, “Diogene”, “Incidenza” ed al giornale “L’Unità”.</p>
<p>Nel 1957 Elio Vittoriani gli pubblica, nella collana della Mondadori, “La Medusa degli italiani”  “La miniera occupata”, dicendo di Petyx: “dà prova di possedere delle qualità di primordine. Certi dialoghi tra gli zolfatari sono molto suggestivi: con quella loro voce dialettale lavorata fino a diventare musica”; e Italo Calvino ebbe a dire: “ Il libro La miniera occupata è scritto con semplicità, sobrietà e gusto. Di tutti i libri del dopoguerra, che trattavano delle lotte sociali contemporanee, questo era uno dei più schietti e attraenti alla lettura. Mi faccio vanto di essere il suo scopritore.”</p>
<p>Sebastiano Addamo ebbe a scrivere: “Il libro di Petyx lo troviamo quando ha inizio l’azione della miniera, allora la prosa sembra sciogliersi da tutti gli impacci, le parole trovano rispondenza nelle cose e negli atti, il racconto procede libero, spedito e trova alla fine la sua forza: la morte della madre di Frischetta, l’omicidio che costui commette, il suo arresto sono vicende che fanno da sfondo allo sciopero e alla resistenza degli zolfatari nella miniera, e Petyx non ha nemmeno bisogno di cercare le parole perché queste vengono si può dire da sole- laddove per il personaggio di Paolo si avvertiva questa necessità di ricerca, e per questo in esso c’è più schema che vita, più velleità che verità.</p>
<p>Gli è che adesso la scrittura ha trovato le proprie finalità, e si fa distesa e ampia, corale e animata e di colpo immette Petyx in quella schiera di narratori che della loro terra sanno cogliere il duro lamento delle cose”.</p>
<p>Nel 1971 con Rebellato pubblica “Gli sbandati”, nel 1976 con la casa editrice Todoriana di Milano pubblica “Liillà ed altri racconti”, nel 1979 con la stessa casa editrice pubblica “Il sogno di un pazzo”, nel 1984 “Le notti insonni di Liillà”, nel 1986 “Il lungo viaggio”, nel 1991 “Anna è felice” e nel 1994 “L’Amore respinto”.</p>
<p>Angelo Petyx muore il 30 marzo 1997.</p>
<p>Nel marzo del 2002 l’editore Salvatore Sciascia di Caltanissetta ripubblica i “Racconti” e “La miniera occupata” con una brillantissima prefazione del Professor Mineo, allora Preside della facoltà di lettere dell’Università di Catania.</p>
<p>E oggi io sono a Montedoro, che è stato uno dei centri minerari più importanti della Sicilia e il paese dove è nato Angelo Petyx, per presentare il libro “La miniera occupata” che ha la grande capacità di fare rivivere quel mondo del dopoguerra che va tra la fine degli anni quaranta e i primi degli anni cinquanta.</p>
<p>Rivivono gli scontri sociali e politici, il mondo operaio di quei primi anni di democrazia, gli scontri tra un popolo che sogna il riscatto, il sol dell’avvenire e un padrone ancorato a concezioni fasciste e monarchiche che riuscivano a salvaguardare gli interessi dei padroni contro i lavoratori.</p>
<p>E’ da dire a tal proposito che il libro nasce da un racconto di Angelo Petyx del 1950 “Il bolscevico” pubblicato nella rivista “La galleria” nel 1959 con il titolo “Vita di miniera” e ora da Sciascia con il titolo “Il sole dell’avvenire”.</p>
<p>I personaggi del libro rappresentano un coro di proletari, un coro della tragedia greca che vive il dramma di una vita piena di stenti, sotto la terra e sopra la terra, nelle taverne dove solo il vino riesce a fare dimenticare l’amaro della vita.</p>
<p>Il libro, oltre ad avere il carattere della tragedia greca, è soprattutto una sinfonia degli ultimi, ultimi che hanno un cuore e sentimenti veri.</p>
<p>Gli elementi del coro sono Paolo che ama Antonietta (ma che non sposerà per ragioni di censo, e di ceto sociale), Fasanaro, Don Federico, Serraviddu, Campanella, Tabaccu, Cacasenno, Favarisi, Montagna, Rosa, Pippo, (il sarto che si fidanzerà con Antonietta perché benestante), Frischetta la cui moglie Teresa è presa da libidine sessuale per cui cornifica continuamente il marito che è costretto a ucciderla, Arcadipane, Zaccaria, Formichina il droghiere, Solavecchia il calzolaio, Bacaranu il carrettiere, con sei figli di cui una tisica per fame, Donna Rosina che si ostina a non voler dare la figlia Antonietta a un picconiere e infine Don Basilio, il proprietario della miniera che muore d’infarto proprio mentre i minatori occupano la miniera per chiedere il pagamento dello straordinario, acqua bevibile, l’istituzione della commissione interna e il ritiro dei licenziamenti.</p>
<p>In Petyx i minatori trovano il loro cantore, il loro drammaturgo, il loro poeta sinfonico che sa tradurre in parola e quindi in libro i loro sentimenti.</p>
<p>Il libro può definirsi anche un’opera di formazione, della formazione di Paolo, un minatore che attraverso i libri, che gli dà la sua amata, si incontra con la cultura, prima con Grazia Deledda “Marianna Sirca” e poi con altri libri dell’illuminismo francese che fanno conoscere al nostro Paolo i concetti della libertà borghese che ispirarono la rivoluzione francese e quindi contribuirono a creare la nostra società.</p>
<p>Ci sono le aspirazioni di un ceto proletario e contadino che sognò il riscatto in nome del comunismo e del sol dell’avvenire, sogno che si infranse per molti a Marcinelle e nelle miniere di carbone del Belgio dove la migliore gioventù siciliana  emigrò in cambio di un sacco di carbone e non per delusione di amore, come è accaduto a Paolo. Paolo Todaro come tanti altri prima di lui scrive il Professore Giovanni Milazzo, come tanti altri dopo di lui. La fuga, la fuga per amore. Crescere e fuggire; allora crescere è fuggire? La fuga dalla storia? Dopo tanto vivere, dopo tanto impegno? Era così che bisognava dunque fare? Non c’era più speranza, bisognava quindi, entrare soli, negli anni del boom e del nuovo impegno? Entrare da soli nella maturità. La sorte di Paolo è quella del protagonista de “La luna si mangia i morti” di Antonio Russello che esce per riuscire. (Cu nesci arrinesci). E’ la storia di tutti i giovani siciliani anche di quelli di oggi. Nulla è cambiato dopo sessanta anni. La sola differenza è che oggi emigrano soprattutto gli intellettuali impoverendo sempre più la nostra terrà che forma i cervelli per poi esportarli.</p>
<p>Nel libro c’è la sfiducia in Dio di Bacaranu che, nella sua ignoranza dice, “credi che se fossi Dio farei soffrire la fame alla gente? Non gliela farei soffrire no, perché non sono quell’uomo cattivo che credi…..</p>
<p>….Tutto quello che so è che se fossi Dio non farei soffrire la fame alla gente e non la farei ammalare. Forse mi costerebbe un centesimo?”</p>
<p>E  Cacasenno dice “ E’ difficile che una persona istruita parli di santi e di Dio. Sono gli ignoranti che credono ci siano dei santi che fanno i miracoli o che Dio creò il mondo dal nulla. Ma gli istruiti…</p>
<p>….Sbagli, perché ci sono uomini istruiti e intelligenti che credono nei santi…”.</p>
<p>Il libro di Petyx è anche il libro dell’amore, l’amore di Paolo per Antonietta che si svolge in una maniera delicata e senza toni drammatici. Petyx, come tutti gli scrittori siciliani di grande statura, rifugge il sesso per cui l’amore è solo un fatto sublime che si infrange nelle concezioni sociali piccole borghesi. Antonietta non può sposare un picconiere ma deve sposare uno del suo ceto, Frischetta, deve uccidere la moglie che lo tradisce, anche se la ama  ancora e vorrebbe mantenere viva la sua famiglia con i suoi figli, perché così vuole pirandellianamente la società siciliana.</p>
<p>Il chiarissimo Professor Mineo pone il libro nel periodo del “post” “neorealismo” e quindi lo ascrive alla corrente del realismo.</p>
<p>E’ chiaro che leggendo questo tipo di letteratura, cui apparteneva anche Antonio Russello con “La luna si mangia i morti”, che piacque a Vittorini che lo pubblicò nella Medusa  della Mondadori, si risale subito al Verismo di Verga e di Capuana e quindi al realismo francese di Emile Zola che tanto influenzò la nostra letteratura.</p>
<p>Del resto nessuno scrittore siciliano di quel periodo può sfuggire all’influenza dei grandi padri della letteratura quale Verga e poi Pirandello che è tanto presente nel libro di Petyx e soprattutto nella vicenda di Frischetta che perdonerebbe i  tradimenti della moglie per non distruggere la sua famiglia, ma che è costretto a uccidere la moglie per “dare soddisfazione alla gente” che lo definiva cornuto e lo derideva in ogni occasione.</p>
<p>Su questa collocazione nel filone del realismo italiano non ci sono dubbi di sorta e questo ce lo dimostra il fatto che Vittorini lo pubblicò nella sua collana della Mondadori,  dove trovarono accoglienza i grandi scrittori del tempo che facevano capo al neo realismo e al realismo e dove non poteva trovare spazio “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa che ha altra dimensione e altra etichetta letteraria che certamente non poteva piacere a coloro che, allora, tenevano nelle mani la cultura, i cui riferimenti si trovavano a sinistra.</p>
<p>Petyx e Russello furono gli ultimi di questa corrente perché poi venne Pasolini che mise da parte la classe operaia e pose al centro della questione politica e quindi della letteratura, il sottoproletariato urbano.</p>
<p>Ma questo è un altro discorso. Vorrei solo aggiungere un’altra nostra osservazione che ritengo di principale importanza. Petyx, per me è uno scrittore minimalista e questo si evince leggendo “La miniera occupata” e “I racconti” che sono veri e propri capolavori.</p>
<p>La letteratura mondiale afferma che il padre del minimalismo sia lo scrittore americano Carver ma io voglio pensare che il vero padre del minimalismo sia stato Petyx ed in tal senso lancio una sfida al Professor Mineo e alla Professoressa Gigliola Nocera, che insegna lingue e letteratura nordamericana e inglese all’Università di Catania, acché venga studiata più attentamente la narrativa del nostro scrittore per stabilire che, in fondo, il vero primo scrittore minimalista è Petyx che, come Carver ( riportiamo integralmente le parole che su Carver scrisse Sergio Nazzari sul La Sicilia) “ è scrittore che con il suo stile scardina ogni tradizione, eliminando quanto di eccessivo, artefatto, ridondante possa appesantire la scrittura, ogni inutile incrostazione, per affidarsi invece totalmente al ritmo delle proprie emozioni e liberare la nuda e seducente vitalità della parola”… ed ancora sempre parafrasando Sergio Nazzari e trasferendoci dall’America di Carver alla Sicilia di Petyx: Qual è la Sicilia da lui dipinta? Una Sicilia sommersa, lontana dall’immagine propagandata dai mass media, nella quale però milioni di persone si identificano.</p>
<p>E’ la Sicilia della fascia più povera, della classe operaia che vive nei profondi paesi del sud dove è difficile vivere e portare avanti una famiglia numerosa e dove è difficile anche amare. I protagonisti di Petyx e quindi di Carver non sono eroi nel senso classico ma impersonano l’eroismo della quotidianità con la loro capacità di barcamenarsi tra le difficoltà di tutti i giorni, con il loro continuo stato di tensione.</p>
<p>E questo lo dico anche se comprendo perfettamente che i contesti sociali in cui vissero e operarono i due autori sono profondamente diversi ma i canoni letterari sono gli stessi.</p>
<p>Da questo nostro incontro spero che possa nascere un nuovo interesse su Angelo Petyx nella certezza che i lettori e gli studiosi di letteratura italiana vorranno porsi il problema di questa nuova prosa di Petyx e di questa epopea degli straccioni che si trovano in Carver, in Lorca, in Russello e altri, affermando che Petyx è stato minimalista prima degli altri americani.</p>
<p>La prosa de La miniera occupata è così scarna, così semplice, e la parlata così vicino al parlar comune degli zolfatari e del nostro popolo di Sicilia che si può essere indotti a pensare che ci si trovi dinanzi ad uno scrittore “minore” ed incapace di altri modi più alti di esprimersi.</p>
<p>Non bisogna commettere l’errore di valutare negativamente questo modo di raccontare del nostro scrittore che anzi questa prosa è la caratteristica principale e più affascinante di Petyx che non si attarda a usare il siciliano come si usa oggi, a sproposito, da parte di tanti scrittori.</p>
<p>Se  mai si trovano alcuni modi di dire siciliani che vengono italianizzati come: “La pentola mi bolle. Ce la posso calare?” (pag. 45), “preparare il sugo” (pag. 53), “qui ci vuole un carico di undici, quello con i pampini” (pag.57), E’ voluto bene da una ragazza come l’oro e mi va a cercare Pitullina” (pag.62), “Ne ha coda il maccherone?” (pag.109), “perciò Don Basilio è morto così, di morti subita?”. Questi modi di dire che sono tipici della nostra parlata di Sicilia ci fanno sentire il Petyx come uno dei nostri.</p>
<p>Anche le descrizioni dei paesaggi hanno qualche cosa di particolare, sono brevi, semplici, incisive, pittoriche come la pittura minimalista. Sentite: “Ora la piazza era disseminata di fiammelle, vere lucciole palpitanti di spasimo, e la folla ondeggiò vociando e cantando l’inno dei lavoratori”.</p>
<p>Oppure: “La luna era tramontata da un pezzo, il buio aveva tinto di nero le cose ed io, nel mio stupore sbigottito e affranto, guardavo e guardavo le stelle scintillare nel vuoto nero, lontane lontane e piccole e belle, d’una bellezza ineffabile e misteriosa, si che nel silenzio che mi circondava sentivo la mia piccolezza travasarsi nel nulla.” Ed ancora: “ il cielo a oriente si era fatto viola e le stelle impallidivano, la campagna si disegnava nelle sue forme stravolte e congestionate. L’aria era piena di pigolii, di trilli di fischi e di gorgheggi; le stelle si facevano sempre più rare, senza più la bellezza sfolgorante di prima.”</p>
<p>E poi i concetti espressi dagli zolfatari o dagli operai nei loro discorsi non devono essere considerati nascenti da concezioni filosofiche ma dal senso comune. Le disquisizioni sulla morte, sui poteri di Dio, fatti da Bacaranu nascono appunto dal sentire popolare, dal rovello degli ultimi, dalla filosofia della fame e della disperazione ed anche in questo Petyx deve essere considerato un minimalista, tenendo presente che il minimalismo ha anche connotati tipici del realismo.</p>
<p>Carver, scrittore strano, disordinato, dedito al vino, per un certo periodo della sua vita, volle rifiutare le concezioni astrattiste della letteratura e volle descrivere l’America degli emarginati che erano esclusi dal consumismo sfrenato e in questo fu maestro, anche se prima di morire a cinquanta anni, abbandonò il minimalismo.</p>
<p>Nel 1957, quando il libro di Petyx vide la luce, Carver aveva diciannove anni e quindi l’autore americano certamente non poteva essere conosciuto da Petyx e per questo la scrittura e lo stile letterario di Petyx sono frutto di originalità e questo si spera che sia riconosciuto dall’accademia e dalle nuove cattedre di “letteratura comparata” che si vanno istituendo nelle nostre Università.</p>
<p>Per finire voglio dire che il libro non si può raccontare perché lo si deve vivere intensamente leggendolo e lo devono vivere i vecchi siciliani che hanno conosciuto quei tempi tristi, i giovani, per capire dove affondano le loro radici e lo devono leggere assieme ai racconti che sono veramente gioielli di alta scrittura.</p>
<p>Io ho potuto dire solo queste cose che mi sgorgano dal cuore, cercando di inquadrare il libro nel momento storico e letterario in cui è nato e che è tra i più interessanti della nostra letteratura e della nostra cinematografia.</p>
<p>Agrigento,lì 21.11.2005</p>
<p>gaspareagnello@virgilio.it</p>
<p>3381909035</p>
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		<title>L’Amante Inglese di Leda Melluso, Recensione</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 08:54:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaspare Agnello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gaspare Agnello]]></category>
		<category><![CDATA[l'amante inglese]]></category>
		<category><![CDATA[leda melluso]]></category>

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		<description><![CDATA[Leda Melluso, è un’insegnante di latino e greco, nata ad Arezzo ma trapiantata a Palermo. Ha scritto testi scolastici e saggi sulla storia della Sicilia.
Si è cimentata con la narrativa con il libro “La ragazza dal volto d’ambra”.
Ora torna alla narrativa con il romanzo “L’amante inglese”, edito dalla casa editrice Piemme, un romanzo che ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Leda Melluso, è un’insegnante di latino e greco, nata ad Arezzo ma trapiantata a Palermo. Ha scritto testi scolastici e saggi sulla storia della Sicilia.</p>
<p>Si è cimentata con la narrativa con il libro “La ragazza dal volto d’ambra”.</p>
<p>Ora torna alla narrativa con il romanzo “L’amante inglese”, edito dalla casa editrice Piemme, un romanzo che ci ha impressionato favorevolmente e che ci ha fatto conoscere una scrittrice vera, capace di plasmare la materia, che ha tra le mani, con sapienza e con grande maestria.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2242" title="leda-melluso" src="http://www.gaspareagnello.it/images/leda-melluso.jpg" alt="leda-melluso" width="600" height="446" /></p>
<p>Il libro è definito “romanzo storico”, ma noi diciamo che l’ambientazione è sicuramente storica, ma le tante storie, che s’intrecciano come scatole cinesi, ci presentano un’opera narrativa di grande spessore e di rara bellezza che trascina il lettore in una lettura certamente bella e affascinante.</p>
<p>L’ambientazione è la corte borbonica napoletana di fine settecento retta dall’imbelle Re Ferdinando e dalla Regina Maria Carolina. I giacobini vanno alla conquista del potere e il Re fugge da Napoli verso Palermo.</p>
<p>La fuga è organizzata dall’Ammiraglio Nelson, dall’Ambasciatore Inglese William Hamilton e dalla bella moglie dell’Ambasciatore, Emma che è nella grazie della Regina e la favorita di Nelson che, per lei, perde assolutamente la testa.</p>
<p>La scrittrice, in maniera veramente eccezionale, ci conduce alla corte di Napoli e ci fa entrare in quel mondo fantastico ma frivolo, subdolo, pieno di ruffiani e di spie, un mondo in disfacimento per consunzione oltre che per i moti rivoluzionari.</p>
<p>Ci porta, quindi, nella Palermo godereccia piena di principi inetti, baroni e nobili di ogni genere, ma anche piena di rivoluzionari e campieri che amministrano la giustizia. “ La giustizia. Dov’è la giustizia? ‘Se non ce la facciamo noi da soli, noi campieri, la giustizia soltanto nell’altro mondo la possiamo avere…Neanche i Signori si fidavano degli sbirri, mangiapane a tradimento, disonesti fino al midollo”.</p>
<p>Dalle descrizioni si capisce subito che la Melluso ha portato avanti un grosso lavoro di ricerca per ricostruire l’ambientazione delle storie raccontate e per fare rivivere al lettore l’epoca nella quale si svolgono i fatti.</p>
<p>Ha anche attinto ai grandi viaggiatori del settecento che descrissero la nostra isola in maniera magistrale come, per esempio, ha fatto Ghoete, cui la Melluso fa espresso riferimento.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2243" title="amante-inglese-leda-melluso-copertina" src="http://www.gaspareagnello.it/images/amante-inglese-leda-melluso-copertina.jpg" alt="amante-inglese-leda-melluso-copertina" width="284" height="458" /></p>
<p>E certamente noi, con una breve nota critica, non potremo dare il senso della bellezza di questa ricostruzione che sicuramente è vicina alla realtà; occorrerà che il lettore assapori la lettura che è scorrevole, divertente, istruttiva; una lettura che, pur avendo una ambientazione storica, si può fare anche sotto l’ombrellone.</p>
<p>E a questo punto dobbiamo dire, a scanso di equivoci e d’inganni, che i protagonisti del libro non sono solamente i reali di Napoli, che poi fanno solamente da ornamento o da sfondo, né tanto meno i due amanti Orazio Nelson e l’Ambasciatrice, come veniva chiamata, ma ci sono altri personaggi che sono comprimari e  che, a un certo punto, diventano protagonisti.</p>
<p>Certamente i principi e i baroni palermitani, le loro residenze favolose, la Palermo europea, che doveva essere veramente splendida, i loro ozi e divertimenti, la Palermo degradata e della malavita, diventano tutti protagonisti del libro.</p>
<p>E sotto di quest’aspetto, il libro può essere considerato storico perché l’ambientazione è perfettamente aderente alla realtà del tempo.</p>
<p>Altri personaggi, abbiamo detto, diventano, a un certo punto del libro, protagonisti della narrazione e sono Blasco della Sciara, un cadetto di nobile famiglia e Virginia di Vallelunga, destinata a essere, per eredità e determinazione paterna, badessa della Martorana.</p>
<p>Ma, come a Napoli, anche a Palermo, cova il fuoco della rivoluzione. Il vento francese arriva fino alle rive del Mediterraneo e Blasco aderisce a una società segreta, la Società degli Uguali”, di cui fanno parte il sacerdote don Gaspare Salerno, l’Avv. Piraino e poi anche una donna Felicita Palumbo.</p>
<p>Blasco, anche se cadetto e quindi senza eredità, ha la possibilità di frequentare il bel mondo nobiliare e s’innamora della giovane Virginia.</p>
<p>E qui la storia diventa struggente e affascinante e, a nostro avviso, mette in ombra la storia dell’amante inglese.</p>
<p>Il lettore è preso dalla vita di Blasco, dalla sua baldanza, dal suo eroismo e dall’ansia di riscossa che covava in alcuni strati della popolazione palermitana. La storia dei Beati Paoli, che rubavano ai ricchi per distribuire la ricchezza ai poveri, riaffiora nei vicoli di Palermo e Don Gaspare Salerno, organizza spoliazioni, per dare da mangiare ai poveri dei quartieri degradati di Palermo.</p>
<p>E’ la storia degli espropri proletari.</p>
<p>Blasco, mentre va rubando gioielli alle dame di corte per impinguare il bottino da distribuire ai poveri, s’innamora, come detto, di Virgina di Vallelunga e a questo punto la storia di Blasco e di Virginia prende il sopravvento nella fantasia del lettore, o almeno nella nostra, perché ci siamo legati a questi due giovani coraggiosi e moderni, che ci hanno allontanato dalle mollezze della corte e dagli innamoramenti interessati dell’Ambasciatrice e dell’Ammiraglio che mette a repentaglio la sua fama di eroe per una cortigiana avida di successo e di soldi. “ Ma cos’era la vita senza la follia dell’amore, l’unica che si era concesso?”.</p>
<p>Nella storia di Blasco ci sono motivazioni serie e profonde, c’è lo spirito di ribellione dei popoli del sud che soffriranno tanto, prima di arrivare a liberarsi dal giogo borbonico (per cadere poi nel giogo piemontese), c’è lo spirito della rivoluzione francese e i concetti di “liberté, fraternità è égalité”.</p>
<p>Blasco fa capire alla novizia Virginia che “Verrà, però, un giorno in cui le donne non permetteranno più agli uomini di occuparsi dei loro sentimenti così come fanno con il loro denaro”,  e la donna sarà libera, libera di amare. “Sarà legittimo per una donna avere la libertà di scegliere la sua vita. Un diritto”.</p>
<p>La vicenda, com’è narrata dalla Melluso, acquista un sapore bellissimo e prende il lettore che non si vuole staccare dalla pagina e ne diventa partecipe.</p>
<p>E’ chiaro anche, che il libro guarda in avanti e ci porterebbe a immaginare un prosieguo per conoscere le future avventure di Blasco legate alle vicissitudini del Regno di Napoli che sarà tormentato per via dell’occupazione dei francesi, con Gioacchino Murat, e dei vari sommovimenti fino a Garibaldi.</p>
<p>Ma la storia si ferma a quel punto e ci lascia sospesi, come in attesa di un altro boccone prelibato che forse la Melluso non ci farà mancare.</p>
<p>E’ bello leggere la storia sotto il profilo umano, con i suoi personaggi che vivono, pensano, soffrono e gioiscono.</p>
<p>Questo un genere letterario che ha usato anche Antonio Russello con il libro “Lo Sfascismo”, ma il libro della Melluso ha un sapore diverso che apre nuovi orizzonti alla moderna narrativa.</p>
<p>E infine la scrittrice ci ha impressionato favorevolmente con il suo linguaggio che è pieno di parole e di proverbi siciliani. Ci aveva meravigliato il linguaggio popolare di Simonetta Agnello Hornby che, figlia di un noto barone siciliano, infarcisce i suoi libri di proverbi e di una parlata tipica dei contadini.</p>
<p>Si vede che, attraverso le sue ricerche, la scrittrice ha potuto costatare che i nobili siciliani non disdegnavano la parlata popolare e del resto, come i popolani, erano superstiziosi, bigotti, servili.</p>
<p>Poche volte un libro ci ha così fortemente divertito. Questa volta Leda Melluso ha costruito un’opera di grande valore storico ma soprattutto narrativo.</p>
<p>Acquista il <strong><a href="http://www.bol.it/libri/L-amante-inglese/Leda-Melluso/ea978885661492/">Libro su Bol.it</a></strong></p>
<p>Agrigento, lì 14.2.2012</p>
<p>Gaspare Agnello</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Serafina di Anna Burgio &#8211; Recensione di Gaspare Agnello</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 08:07:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaspare Agnello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gaspare Agnello]]></category>
		<category><![CDATA[anna burgio]]></category>
		<category><![CDATA[serafina]]></category>

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		<description><![CDATA[Chi è Anna Burgio? Per la verità non so chi sia. L’ho conosciuta alla piccola fiera di editori a Siculiana dove mi ha dato  il suo primo romanzo “Serafina”.
Dal libro apprendo che è originaria di Porto Empedocle, so pure che ha sposato un uomo di Racalmuto e che ha vissuto a Cosenza e che ora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chi è Anna Burgio? Per la verità non so chi sia. L’ho conosciuta alla piccola fiera di editori a Siculiana dove mi ha dato  il suo primo romanzo “Serafina”.</p>
<p>Dal libro apprendo che è originaria di Porto Empedocle, so pure che ha sposato un uomo di Racalmuto e che ha vissuto a Cosenza e che ora vive a Sciacca.</p>
<p>Una poetessa della provincia di Palermo, che a Siculiana si trovava con la Burgio, mi ha parlato con grande entusiasmo del libro, per cui sono stato preso dalla curiosità e mi sono dedicato alla lettura.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2222" title="serafina-di-anna-burgio-copertina" src="http://www.gaspareagnello.it/images/serafina-di-anna-burgio-copertina.jpg" alt="serafina-di-anna-burgio-copertina" width="600" height="845" /></p>
<p>Subito sono stato preso dalla narrazione scorrevole e dall’ordito del libro in cui la protagonista narra la sua storia e la scrittrice interloquisce con essa con considerazioni veramente belle e molto significative.</p>
<p>Serafina è una donna di Racalmuto, ma potrebbe essere di qualsiasi paese dell’Italia meridionale del primo decennio del 1900. E’ nata nel 1908 accompagnata dal dramma del terremoto di Messina e muore di parto nel 1940 mentre il mondo si accenge a vivere la più grande catastrofe della sua storia.</p>
<p>Appartiene a una famiglia di contadini, per cui nel libro si trova tutto il mondo rurale siciliano, si trovano gli zolfatari e i salinari, i carrettieri. Il dramma dell’emigrazione verso le americhe caratterizza la vita di Serafina che, da bambina, subisce il trauma della traversata dell’Oceano verso New York, l’umiliazione di Ellis Island, l’isola delle lacrime, come la chiama la scrittrice.</p>
<p>Il ritorno in Sicilia, il matrimonio con un contadino, i figli, la morte dei tre figli per via delle gravi epidemie dovute a carenze igieniche e anche alimentari, la morte per parto e un nuovo mondo, appena intravisto, che sarà il mondo diverso delle figlie superstiti di Serafina.</p>
<p>Ma quello che più colpisce è la descrizione del mondo rurale, il linguaggio tipico dei contadini che oggi è definitivamente scomparso e addirittura sconosciuto dalle nuove generazioni.</p>
<p>La scrittrice compie un lavoro paziente di memoria per recuperare un certo linguaggio, come del resto hanno fatto tanti scrittori della nostra periferia che non trovano la ribalta della grande editoria ma che meriterebbero ben altro proscenio come, per esempio, Calogero Morreale di Favara.</p>
<p>Per me, che sono molto più anziano della scrittrice, è stato come un tuffo nel passato remoto della mia vita.</p>
<p><object width="580" height="393" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/wb0tZWM-_ZU?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed width="580" height="393" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/wb0tZWM-_ZU?version=3&amp;hl=it_IT" allowFullScreen="true" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" /></object></p>
<p>E mi sono divertito molto riflettendo su un mondo scomparso a cui tutti pensiamo  ma che non vorremmo più rivivere.</p>
<p>Il grano , quando spuntava, si scurrriva ( ora si usa il diserbante cioè un veleno), i braccianti andavano in piazza la sera potersi ‘adduvari’, le galline, sparse per le strade, portavano una taccaglia perchè ognuno potesse individuare le sue, la donna di servizio era la criata, la vita si svolgeva nella vaneddra, la pubblicità nel paese si faceva attraverso lu vanniaturi, i piatti rotti non si buttavano, ma venivano cuciti dal conzalemmi, una donna di facili costumi si diceva che fosse muntuata, quando c’era un fidanzamento i parenti dello sposo andavano a fare la conoscenza della nuova famiglia e si diceva che rumpivanu lu scaluni.</p>
<p>E’ molto bella la descrizione delle operazioni nei campi quali la mietitura, la pisatina del frumento o delle fave e si assiste alla trasformazione del lavoro dei campi. Entra in funzione la trebbia e muore un vecchio tipo di lavoro. Il bracciante si affranca da una fatica tremenda e la scrittrice, pur notando la fine di un vecchio modo di essere, comprende l’importanza delle novità e delle trasformazioni che sono giustamente viste in positivo dai personaggi del libro che non hanno nostalgie del vecchio mondo.</p>
<p>Il libro ‘Serafina’ guarda indietro e si proietta nel futuro.</p>
<p>La protagonista ha vissuto la condizione di subalternità del mondo rurale, tutti i suoi drammi, la rassegnazione, i grandi sacrifici delle donne che aiutavano i mariti nel lavoro dei campi e a casa dovevano fare tutto a mano. Il pane si faceva in casa, la pasta la si faceva pure in casa, si lavava con le mani nella pila, si pulivano i pavimenti con le mani e in ginocchio,  si dovevano accudire tutti i figli, il marito, gli animali, si partoriva in casa in condizioni inumane, insomma la fatica della casa era drammatica e terribile e portava anche alla morte come è avvenuto per Serafina.</p>
<p>Ma Serafina immaginava un mondo diverso e migliore. Questo oggi noi lo abbiamo conquistato ma ai giovani diciamo di leggere il libro “Serafina” per capire da dove veniamo e dove siamo arrivati.</p>
<p>Potete <strong>acquistare il libro</strong> <strong>Serafina</strong> dalla stessa casa editrice: <a href="http://www.cdse.it/index.php?id=191">http://www.cdse.it/index.php?id=191</a></p>
<p>Se volete <strong>maggiori informazioni sul Libro e l&#8217;autore</strong> potete visitare il <strong>blog</strong>: <a href="http://serafinaelealtre.wordpress.com/">http://serafinaelealtre.wordpress.com/</a></p>
<p>Agrigento, lì 9.1.2012</p>
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		<title>Michele Lizzi: 5 Foto del Maestro Inedite su Internet</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 12:23:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaspare Agnello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gaspare Agnello]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[michele lizzi]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 31 marzo 2012 ricorre il 40° anniversario della morte del grande musicista agrigentino Michele Lizzi. In attesa di pubblicare una mia Monografia vi mostro alcune fotografie del maestro.

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]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 31 marzo 2012 ricorre il 40° anniversario della morte del grande musicista agrigentino Michele Lizzi. In attesa di pubblicare una mia Monografia vi mostro alcune fotografie del maestro.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2218" title="michele-lizzi" src="http://www.gaspareagnello.it/images/michele-lizzi.jpg" alt="michele-lizzi" width="558" height="306" /></p>
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		<title>Vincenzo Consolo 1933-2012: Addio Maestro, Non lo Dimenticheremo.</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 17:19:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaspare Agnello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[vincenzo consolo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 21 di Gennio del 2012 se ne è andato l’ultimo dei tre grandi letterati europei degli ultimi decenni del novecento, Vincenzo Consolo.

Sciascia, Bufalino, Consolo hanno fatto grande la letteratura siciliana dandole un respiro universale come del resto è avvenuto per tutti gli scrittori siciliani del ‘900 senza i quali la lettartura italiana di quel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il 21 di Gennio del 2012 se ne è andato</strong> l’ultimo dei tre grandi letterati europei degli ultimi decenni del novecento, <strong>Vincenzo Consolo</strong>.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2196" title="vincenzo-consolo-1933-2012" src="http://www.gaspareagnello.it/images/vincenzo-consolo-1933-2012.jpg" alt="Vincenzo Consolo 1933 2012" width="600" height="306" /></p>
<p><strong>Sciascia, Bufalino, Consolo hanno fatto grande la letteratura siciliana</strong> dandole un respiro universale come del resto è avvenuto per tutti gli scrittori siciliani del ‘900 senza i quali la lettartura italiana di quel secolo sarebbe stata ben poca cosa.</p>
<p>E noi ancora una volta ci battiamo perché venga fatto uno studio approfondito per capire, come ha fatto Gramsci per il Rinascimento, i motivi della universalità della letteratura siciliana le cui dimesiioni sono veramente eccezionali.</p>
<p>Consolo è nato a Sant’Agata di Militello in quel di Messina nel 1933, sesto di otto figli e avrebbe compiuto 79 anni il 18 febbraio.</p>
<p><strong>Fai click sull&#8217;immagine per andare alla successiva:</strong><br />
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<p>Respirò la poesia del suo vicino di casa Lucio Piccolo di Calanovella con cui ha intrattenuto un esitante sodalizio.</p>
<p>Dice Sciascia: “…Tutto, in come è Consolo e com’era Piccolo, li destinava a respingersi reciprocamente: l’età, l’estrazione sociale, la rabbia civile dell’uno e la suprema indifferenza dell’altro; eppure si era stabilita tra loro una inconfessata simpatia, una solidarietà apparentemente svagata ma in effetti attenta e premurosa, una bizzarra e bizzosa affezione. Il fatto è che tra loro c’era una segreta, sottile affinità: la sconfinata facoltà visionaria di entrambi, la capacità di fare esplodere, attraverso lo strumento linguistico, ogni dato della realtà in fantasia. Che poi lo strumento avesse la peculiarità della classe cui ciascuno apparteneva, di “degnificazione” per Piccolo, di “indegnificazione” per Consolo-non toglie che si trovassero, ai due estremi del barocco, vicini”.</p>
<p>Si laurea in Filsofia del Diritto a Milano dove si era trasferito per seguire gli studi universitari nella città nella quale  erano stati Verga, Capuana, De Roberto e quindi Elio Vittorini.</p>
<p>Fa il militare a Roma e ritorna in Sicilia dove insegna presso le scuole agrarie in sperduti paesini dell’interno della Sicilia.</p>
<p>Nel mentre, viaggia in lungo ed in largo in tuttala Siciliaper conto del Giornale “L’Ora” di Palermo, venendo a contatto dei fatti e dei misfatti della Sicilia, terra di mafia, di violenza, terra che Consolo ama e odia, perché la vede bella, piena di storia, intrisa del mito greco e della luce di Lucia, ma irredimibile per via di un destino amaro, la irredimibilità di Tomasi di Lampedusa, di Bufalino, di Sciascia.</p>
<p>Nel 1968 vince un concorso alla Rai e quindi si trasferisce a Milano dove resterà fino alla morte ma sempre con il cuore e la mente alla sua Sicilia di cui scriverà sempre.</p>
<p>Nel 1963 pubblica “La ferita dell’Aprile” conla Mondadorinella collana diretta da Nicolò Gallo e Vittorio Sereni  e nel 1976 “Il sorriso degll’ignoto marinaio” con l’Einaudi e ripubblicato dalla Mondadori nel 1997, che gli dà ampia notorietà.</p>
<p>Quindi pubblica “Lunaria” con la Einaudinel 1985-Mondadori 1996, con il quale vince il premio Pirandello, Retablo con Sellerio 1987-Mondadori 1992, “Le pietre di Pantalica” Mondadori 1989, “Nottetempo casa per casa, Mondadori 1992, “L’ulivo e l’olivastro” Mondadori 1994, “Lo Spasimo di Palermo” Mondadori 1998.<br />
Nel 1992 vince il premio Strega con il libro “Nottetempo casa per casa”, il Premio Internazionale Unione latina nel 1994 con “L’olivo e l’olivastro”. Nel 1988 vince la quarta edizione del Premio Racalmare, presieduto da Leonardo Sciascia, con il libro “Retablo” e  con lo stesso libro, il premio Grinzane Cavour(1987).</p>
<p>Al compimento dei 70 annila Sorbonadi Parigi gli dedica tre giorni di studio, mentre l’Università di Roma gli conferisce la laurea in lettere Honoris Causa.</p>
<p>Consolo più che narratore, era soprattutto scrittore e questo lo asserisce lui stesso. In una intervista al giornale “L’Ora” del 1982 afferma: “Con lo scrivere si può forse cambiare il mondo, con il narrare non si può, perché il narrare è rappresentare il mondo, cioè ricrearne un altro sulla carta. Grande peccato, che merita una pena come quella dantesca degli indovini, dei maghi, degli stregoni”.</p>
<p>Ma lo scrivere porta al narrare e Consolo  per questo fa appello alla memoria che è l’essenza della vita e della cultura, collimando, in questo, con il suo grande amico Leonardo Sciascia di cui fu fedele e affettuoso compagno di avventure letterarie. “I suoi romanzi, scrive Flora Di Legami, sono costruzioni metaforiche, dense di tensione intellettiva e di fascino poetico. Sono metaforici i titoli delle sue opere: La ferita dell’Aprile, Il sorriso dell’ignoto marinaio, Lunaria, Retablo. Metafore narrative attorno a cui ruotano, come cardini ideali dell’invenzione consoliana, oggettività e finzione, poesia e coscienza critica”.</p>
<p>Ancora Flora di Legami scrive: “Dai suoi romanzi emerge il profilo di un intellettuale al bivio fra saggistica e letteratura, dello scrittore meridionale sradicato ma attento ai problemi dela propria terra, deluso dalla realtà ma non rinunciatario, pronto, anzi, ad intervenire dialetticamente; ‘di un isolano, insomma, che unisce-come ha scritto Tedesco per Bruno Caruso-un continuo sognare all’assiduo meditare”.</p>
<p>Subisce certamente l’influsso della dominazione spagnola in Sicilia e la grecità che tutti i siciliani respirano.</p>
<p>Influirono su di lui Vittorini, Brancati, Verga, Lucio Piccolo, però alla fine cercò e trovò la sua strada che fu la prosa che tende alla poesia. Le sue opere possono sembrare di difficile lettura. Lui stesso farà dire al Giudice che gli dà un passaggio in macchina: “Ho letto i suoi libri…diffiicili dicono”.Però, diciamo noi, quando l’orecchio del lettore si abitua al ritmo poetico della prosa consoliana, allora la lettura diventa magia, musica, ritmo: “Rosalia. Rosa e Lia. Rosa che ha inebriato, rosa che ha sventato, rosa che ha ròso, il mio cervello s’è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia, zàgara e cardenia…”</p>
<p>“…Erano venditori d’incanti e illusioni: musici, saltimbanchi, cantastorie, cerretani, poeti, indovini, ciurmadori…Era la vita, dona Teresita, la vita nel suo infinito svariare o colorirsi, nella sua più reale consistenza e nelle sue fughe fantastiche e irreali…”</p>
<p>Tutto questo era Vincenzo Consolo, musico, saltimbanco, cantastorie, indovino, ciurmatore, questa era la vita, ma soprattutto maestro della parola. Scrive nel suo ultimo libro testamento “Lo Spasimo di Palermo”:</p>
<p>“Dure, levigate erano le Poésies che leggeva e rileggeva dal viaggio, cercava di scalfire, e più le Proses. Capiva che sempre sul ciglio dell’abisso la parola si raggela, si fa suono fermo, forma compatta, simbolo sfuggente…” “…Fai progressi. Ancora un poco e sei alla poesia…” “…Le parole con cui ti mascheri e nascondi sono solo una pazzia recitata, un teatro dell’inganno…”</p>
<p>E ancora vediamo cosa fa dire al poeta Antonio Veneziano che poi è quello che, a mio avviso, pensa l’ultimo Consolo tanto ‘SCONSOLATO’: “Abborriva il romanzo, questo genere scaduto, corrotto, impraticabile. Se mai ne aveva scritti, erano i suoi in una diversa lingua, dissonante, in una furia verbale ch’era finita in urlo, s’era dissolta nel silenzio. Si doleva di non avere il dono della poesia, la sua libertà, la sua purezza, la sua distanza dall’implacabile logica del mondo. Invidiava i poeti…”</p>
<p>Il pessimismo prende il sopravvento in Consolo il quale capisce che  “Lo Spasimo” è il suo ultimo canto, il più doloroso e drammatico che pochi hanno capito. Dopo lo Spasimo non scrisse più altri romanzi. Sciascia, pessimista, scrive e quindi continua ad aver fede. Un giorno chiesi a Sciascia perché questo suo pessimismo e come era possibile credere nel fututuro se si cade nel più nero pessimismo? Sciascia mi rispose: se scrivo vuol dire che ho fede in qualche cosa e quindi speranza. Bufalino non vuole credere al nuovo anno che viene perché ogni anno che viene gli rende, allo specchio, la barba sempre più bianca. Ma se due ragazzi si scambiano i numeri di telefono vuol dire che il mondo ha un domani.</p>
<p>Consolo invece con la sua ultima opera getta la spugna e uccide le sue Lucie che sono simbolo di luce e di speranza quella speranza che aveva avuto acquistando un piccolo attico a Ortigia per godere la luce della terra della Santa protettrice della luce e quindi degli occhi. L’ultima Lucia forse è Caterina Pilenga la donna che lo seguì sempre con affetto e con amore e che sapeva ammansire il suo carattere scontroso.</p>
<p>Ecco cosa fa dire a un suo personaggio de “Lo Spasimo di Palermo”: “Sappi che non per rimorso o pena io l’ho sposata, ma per profondo sentimento, precoce e inestinguibile. Quella donna, tua madre, era per me la verità del mondo, la grazia, l’unica mia luce, e sempre viva”.</p>
<p>Queste parole sono l’unico raggio di luce di Consolo, l’ultima sua consolazione: la donna, la compagna della vita.</p>
<p>Mentre cade la fiducia nella parola, nello scrivere come salvezza di vita: “ Chiese al padre se scriveva. ‘Nulla’ disse. ‘Ho assoluta ripugnanza, in questo stordimento, nell’angoscia mia e generale’. Non scrivo neanche dediche.</p>
<p>‘Altri riescono, e assai felicemente…il castoro ligure, il romano indifferente, l’amaro tuo amico siciliano…’</p>
<p>‘Hanno la forza, loro, della ragione della chiarità, la geometria civile dei francesi. Meno, meno talento, e poi mi perdo nel ristagno dell’affetto, l’opacità del lessico, la vanità del suono’”.</p>
<p>E cade anche la fiducia nei letterati: “Piano, vai piano…tu e i soavi letterati siete le epigrafi d’ ornamento, la lapide incongrua e compiaciuta sul muro di quel carcere mentale, quel manicomio, d’annientamento”.</p>
<p>Consolo prende atto del fallimento della sua generazione: “Abiamo fallito, prima di voi e come voi dopo. Nel vostro temerario azzardo”</p>
<p>E conclude: “ho fatto…la mia lotta, e ho pagato con la sconfitta, la dimissione, l’abbandono della penna.</p>
<p>“Forse era tornato a praticare, e lo negava, il francescano ausilio, la cristiana carità…”</p>
<p>E mentre il dolore lo assaliva e lo invadeva, come al Vice de “Il cavaliere e la morte”,accomunato nell stesso destino del suo amico e maestro Leonardo di Regalpetra, avrà sicuramente detto:</p>
<p>“O gran manu di Diu, ca tantu pisi,</p>
<p>cala manu di Diu, fatti palisi!”</p>
<p>E la mano di Dio è calata inesorabile il 21 gennaio 2011 per ricongiungerlo a Sciascia e Bufalino per continuare la loro lunga risata.</p>
<p>E noi ce ne ricorderemo, di questo grande poeta.</p>
<h1><strong>Vincenzo Consolo e il Premio Letterario “Racalmare” Citta’ di Grotte</strong></h1>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2193" title="vincenzo-consolo-presiede-premio-racalmare-1999" src="http://www.gaspareagnello.it/images/vincenzo-consolo-presiede-premio-racalmare-1999.jpg" alt="vincenzo-consolo-presiede-premio-racalmare-1999" width="600" height="454" /></p>
<p>Certamente gli ultimi decenni del XX secolo sono stati caratterizzati dalla presenza di tre grandi personalità della letteratura europea, Sciascia, Consolo e Bufalino i quali, pur nella loro grandezza, restarono fedeli alla loro terra, alle loro tradizioni e della loro terra fecero metafora del mondo. Questo vale anche per Consolo anche se fisicamente si trasferì a Milano, restando pur sempre fedele alla sua isola come siciliano di scoglio.<br />

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</p>
<p>Tutti ruotarono attorno a Sciascia che rappresentò il padre nobile di questo gruppo e la terrazza di contrada Noce fu l’Agorà dove si incontravano con altri uomini di cultura e politici che in quel luogo si recavano come in pellegrinaggio verso la cultura.</p>
<p>Il destino volle che nel mio piccolo paese venne istituito, nel 1980 un premio letterario che potè decollare nel 1982 grazie al fatto che Leonardo Sciascia, in quell’anno, ne accettò la presidenza onoraria che tenne fino alla morte, celebrando solamente cinque edizioni.</p>
<p>Consolo, assieme a Bufalino divenne assiduo frequentatore delle cerimonie di consegna del premio di cui è stato insignito e di cui è stato consulente e Presidente.</p>
<p>Nel 1988 Sciascia ela Giuriavollero assegnarela IVedizione a Vincenzo Coinsolo con il libro “Retablo” edito da Sellerio. La manifestazione si è svolta nella piazza antistante il comune di Grotte alla presenza di Leonardo Sciascia, di Gesualdo Bufalino e di Elvira Sellerio che venne ad onorare il suo Vincenzo Consolo e fu l’unica volta che venne al premio di Grotte. La manifestazione è stata particolarmente calorosa e piena di significato e Consolo disse a Giovanna Giordano: “E’ la prima volta che mi trovo in una serata così affettuosa, affabile, pregna di verità: non mi è mai capitato. Conosco Grotte da venti anni. Passavo da Grotte quando venivo a trovare le prime volte Leonardo Sciascia in campagna, alla Noce. Ci passavo velocemente, poi ho imparato a conoscerlo attraverso gli studi, i libri. Anche io ho scritto sulle zolfare: mi sono occupato della cultura dello zolfo e della sua storia. La presenza dello zolfo ha portato in Sicilia, nell’agrigentino, una sorta di rivoluzione culturale. Qui, al contrario che nel resto della Sicilia, dove la cultura contadina è stagnante, c’era una sorta di presa di coscienza della realtà; una realtà molto dura. E l’uomo ha dovuto risvegliare la forza della volontà e la forza dell’intelligenza. C’erano gli uomini migliori. Hanno imparato, per difendersi, a ragionare. E’ la terra di Pirandello, è la terra di Leonardo Sciascia”.</p>
<p>E ancora a Giovanna Giordano ha detto: “la letteratura non è solo poesia, ragione, ideologia. E’ incrocio della parte razionale e poetico-fantastica”.</p>
<p>E a Turi Scalia ha detto: “ C’è bisogno di una letteratura diversa. La letteratura in generale attraversa un momento di trasformazione. Quella siciliana è inserita nella tradizione e nel momento della mutazione sta dando i frutti migliori. E’ la letteratura periferica di una regione non ancora invasa dal mondo post-industriale”.</p>
<p>Nel 1989 viene nominato consulente del Premio e sarà lui a consegnare il Premio allo scrittore spagnolo Manuel Vazquez Montalban, essendo Sciascia assente a causa della grave malattia che lo portarà alla morte a distanza di qualche mese.</p>
<p>Nel 1990, premiata Luisa Adorno con “Arco di luminara”, Consolo si dimette clamorosamente da consulente del Premio, dopo l’uccisione dle Giudice Livatino, con la seguente lettera indirizzata al Sindaco del Comune di Grotte e al Presidente della Giuria che era Gesualdo Bufalino:</p>
<p>“Nel 1964, anno del suo rifiuto del premio Nobel, Jean Paul Sartre dichiarava: “ Finchè ci sarà un bambino che muore di fame, non pubblicherò una sola parola”. Alla luce di questa alta lezione del filosofo, voglio affermare, invitando ad affermare con me il Sindaco e il consiglio Comunale di Grotte, il <span style="text-decoration: underline;">P</span>residente e i Componenti della Giuria del premio Letterario Racalmare- Leonardo Sciascia: “Finchè in Sicilia la mafia continuerà ad uccidere, non possiamo permetterci di celebrare cerimonie letterarie sovvenzionate da pubblico denaro”. Penso che così, in questo momento, possiamo rendere onore al supremo sacrificio del giudice Rosario Livatino, omaggio alla memoria diLeonardo Sciascia,, alla sua eredità morale e letteraria. Per Sciascia, si sà, la letteratura non era attività dello spirito separata dalla società, non era puro esercizio di stile, ornamento di una classe o schermo alle inadempienze di gruppi dirigenti, ma era impegno civile, critica di contesto politico, opposizione al potere.</p>
<p>Quanto detto sin qui valga a chiarire il motivo della mia assenza alla cerimonia di consegna della VI edizione del premio e a dichiarare le mie dimissioni dal ruolo di consulente della giuria. Cordiali saluti. Milano 26 settembre 1990   Vincenzo Consolo”.</p>
<p>E’ chiaro che tali dimissioni provocarono una grossa polemica e una certa amarezza in Bufalino che era il Presidente del Premio. Ma resta il fatto di capire fino a che punto la cultura incide nella trasformazione della società, specie oggi che i giovani sono lontani dai libri e la cultura diventa orpello per pochi eletti.</p>
<p>Nel 1998 ritorna ad essere consulente del premio e nel 1999 ne diventa Presidente con la celebrazione della XII Edizione vinta da Fabrizia Ramondino con il libro “L’isola riflessa”.</p>
<p>Rimane Presidente fino alle XX edizione celebratasi nel 2007.</p>
<p>Durante questa lunga e proficua presidenza vincono il premio, oltre a Fabrizia Remondino, Maria Attanasio, Carmine Abbate, Pino Di Silvestro, Maria Rosa Cutrufelli, Giovanna Giordano, Demenico Cacopardo, Amara Lakhous, Vincenzo Rabito e SilvanaLa Spina.</p>
<p>Da questi nomi si capisce che il Premio è stato crocevia della grande cultura italiana con la consapevolezza che nuova linfa veniva alla nostra cultura dall’immigrazione che portava in Italia nuove esperienze.</p>
<p>Consolo si dimise dal premio con una forte polemica con l’amministrazione comunale che, nel frattempo era cambiata, e con l’Assessore regionale alla Cultura Fabio Granata che era stato nominato Presidente del Premio. Ma questa la consideriamo una pagina dolorosa e molto negativa per la storia del Premio.</p>
<p>Io che ho vissuto, quasi per intero, l’avventura del Premio devo dire che Grotte, con il Premio letterario Racalmare, è diventato il luogo di incontro della grande cultura italiana. La palestra di Sciscia, Bufalino e Consolo che hanno cambiato la mia vita. Sono stato un uomo fortunato: Ho incontrato nella mia vita uomini come Pertini e Luciano Lama e poi il più bel mondo della letteratura italiana ed europea.</p>
<p>Loro hanno svegliato in me l’amore per i libro, ho portato avanti un grosso impegno letterario che mi ha fatto pubblicare alcuni libri di saggi letterari e mi ha fatto incontrare altri letterati di grandissima statura come Claudio Magris. Tahar Ben Jelloun, Kazuo Ishiguro, Sanguineti, Gioacchina Lanza e tantissimi altri.</p>
<p>A sciascia, a Bufalino, a Consolo devo quello che sono.</p>
<p>Ai giovani dico che i libri cambiano e fanno l’uomo più uomo.</p>
<p>Grazie maestro CONSOLO</p>
<p>Agrigento, l’ 22.1.2012<br />
www.gaspareagnello.it</p>
<p>photo credit &#8220;Vincenzo Consolo 1933-2012&#8243;: scatto originale di <a href="http://www.siciliaorientale.com/it/scrittori/Vincenzo-Consolo">Cecilia Capuana</a>, modifica di <a href="http://www.scoop.it/u/eugenio-agnello">Eugenio Agnello</a></p>
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		<title>Timor Sacro di Stefano Pirandello &#8211; Recensione</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 10:01:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaspare Agnello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gaspare Agnello]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Pirandello]]></category>

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		<description><![CDATA[Avevamo scritto una breve nota sul  libro postumo di Stefano Pirandello “Timor sacro” che Sarah Zappulla Muscarà ha curato e che ha presentato alla stampa agrigentina al Palazzo Filippini.
In attesa di leggerlo, abbiamo pubblicato, a titolo di divulgazione, una nota  che ci è stata ispirata dalla lunga e dotta presentazione della curatrice del libro.

Ora che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevamo <a href="http://www.gaspareagnello.it/2011/12/timor-sacro-di-stefano-pirandello-a-cura-di-sara-zappulla-muscara/">scritto una breve nota sul  libro postumo</a> di Stefano Pirandello “Timor sacro” che Sarah Zappulla Muscarà ha curato e che ha presentato alla stampa agrigentina al Palazzo Filippini.</p>
<p>In attesa di leggerlo, abbiamo pubblicato, a titolo di divulgazione, una nota  che ci è stata ispirata dalla lunga e dotta presentazione della curatrice del libro.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2186" style="border-style: initial; border-color: initial;" title="stefano-pirandello-timor-sacro" src="http://www.gaspareagnello.it/images/stefano-pirandello-timor-sacro.jpg" alt="stefano-pirandello-timor-sacro" width="565" height="399" /></p>
<p>Ora che lo abbiamo letto con molta attenzione e con tanta ‘fatica’, vogliamo esprimere le nostre impressioni che sono tante e difficilmente coordinabili perché le problematiche sono diverse, molto complesse e delicate allo stesso tempo perché, oltre a coinvolgere l’opera in se stessa, portano a riflessioni inquietanti sulla famiglia Pirandello, sullo stesso Luigi, e su Stefano che certamente non saranno condivise da tantissime persone che si sono abituati a vedere Pirandello imbalsamato su un piedistallo che si è fatto sempre più alto per farcelo conoscere molto più da lontano senza avere la possibilità di entrare dentro la sua vita e le sue tremende problematiche e le sue responsabilità, di marito, di padre, di cittadino di uno Stato che, durante la sua vita, attraversò momenti gravi che portarono alla fine della democrazia, all’esilio o alla carcerazione degli elementi più nobili del nostro paese, se non anche all’uccisione di deputati come Matteotti e Gramsci che fu fatto morire di stenti e di dolori nelle patrie galere.</p>
<p>Ma di questo parleremo più oltre perché vogliamo subito entrare nell’opera. Stefano vuole raccontare la storia dell’albanese Selikdàr Vrioni ma, nel mentre attraverso il personaggio principale che è lo scrittore Simone Gei, parla di se stesso, della sua vita, del suo rapporto col suo ‘padre padrone’, del dramma che gli deriva dallo scrivere questa storia che è a specchio della sua vita. Insomma un romanzo nel romanzo, di cui lo stesso autore fa continuamente la critica che noi potremmo solamente riportare e risparmiarci la fatica di esprimere un nostro giudizio personale, perché tutte le nostre titubanze, i nostri appunti, l’autore se li è fatti da sé.</p>
<p>Ma andiamo per ordine e per prima cosa vogliamo parlare del linguaggio che usa Stefano Pirandello per scrivere questa opera che lui definisce della sua vita. In generale, nelle recensioni, del linguaggio si parla alla fine ma noi lo facciamo subito perché vogliamo dire che la prosa non ci ha convito molto. Stefano Pirandello usa un linguaggio contorno con un periodare lunghissimo, con tantissime incidentali in cui ci si perde facilmente. Una lingua latineggiante o sicilianizzante nel senso che si usa una construtio ad inversum con il verbo all’ultimo e con il soggetto che si deve andare a cercare in mezzo a sentieri tortuosi. Quando si legge il libro ci si deve fermare, prender fiato, fare l’analisi logica del periodo e poi andare avanti: come ci facevano fare una volta nelle nostre vecchie scuole in cui si studiava la grammatica e la sintassi.</p>
<p>Questa tecnica la usò lo scrittore Antonio Russello nel libro “La luna si mangia i morti” e in altre sue opere, e lui stesso la chiamò ‘impervia’. Però l’operazione di Antonio Russello, a nostro avviso, ha una sua bellezza, una sua freschezza che noi non abbiamo trovato in quella di Stefano Pirandello.</p>
<p>E questo lo diciamo anche perché abbiamo notato un certo linguaggio arcaico che ci ha fatto storcere il naso. Citiamo alcune parole che non ci hanno convinto e che forse negli anni trenta del secolo scorso potevano avere una logica propria. Ma siccome noi non siamo più giovanotti e veniamo dagli anni trenta del passato secolo, quando l’autore si accinse a iniziare l’opera che terminerà alla fine della sua vita, torciamo lo stesso il naso dinnanzi a parole come queste usate a piene mani: sangue tepente, brame belluine, era un rifiato chiudere la cartellina, trasentire, puncichio agli occhi, desidio, coonestare, chiarità, contraffatto, spregioso, la guardatura da cui si sbilucia una mente geniale, imbestiato, saziose, impreveduta, la condiscepolanza e così via.</p>
<p>Questa strana prosa ci ha reso pesante la lettura che non abbiamo considerato come un divertimento ma come una fatica a cui ci dovevamo sottoporre come critici e per saperne di più sui Pirandello e su come questa famiglia si mosse complessivamente in anni di dure scelte.</p>
<p>E poi volevamo sapere perché il protagonista doveva essere propriamente un albanese, di quella terra che doveva far parte del fantomatico impero mussoliniano, e se Simone Gei e la moglie Lora fossero in tutto e per tutto Stefano e la moglie dello stesso o se non fossero frutto della fantasia e quindi personaggi che nulla hanno a che vedere con l’autore. Noi siamo convinti pienamente che buona parte di Simone Gei sia Stefano Pirandello anche se prendiamo atto che lui dice, a proposito delle cose raccontate, “che del fatto accaduto si salta al romanzesco. Dalla persona (di cui si parla), anche se l’avessimo davanti, non viene infatti alcun aiuto, o manda segnali falsi per deviarci. Surroghiamo noi scrittori con deduzioni o induzioni, in definitiva inventando dalla compassione. Guai a cercare di raccontare una storia vera- Simone considerò che intanto è un’illusione quella di far corrispondere vita con racconto della vita”.</p>
<p>Questa riflessione vale, a nostro avviso, per l’albanese Selikdàr ma non per Simone Gei perché le cose dette da lui hanno  ‘ riscontro obiettivo’, nei fatti storici che noi conosciamo della famiglia Pirandello e quindi dobbiamo ascrivere alla vita di Stefano tutto quanto detto da Simone Gei e da sua moglie Lora che per quanto attiene ‘ la lavorazione del libro aveva violentemente dissentito fino dal primo momento e si era dissociata’.</p>
<p>Il figlio di Simone Gei, Jacopo, ammalato e che doveva morire giovanissimo, era l’unico che apprezzava lo sforzo del padre però aveva notato una caduta di entusiasmo “Rimpiangeva insomma le prime movenze impetuose del racconto in quella forma di primissimo avvio, di cui egli era stato l’unico lettore e sostenitore appassionato, quasi compartecipe. Il suo entusiasmo era calato di tono”.  Simone respinge l’obiezione del figlio perché si sentiva ‘pieno di fede in quel favoleggiare, e a condursi diversamente gli sarebbe parso di venire obbligato alla cosa più orribile di tutte: quella di “fare altro”.’</p>
<p>Insomma da questi discorsi si evince che l’incubazione del libro è stata drammatica, quasi una tortura, durata tutta una vita e per la vita.</p>
<p>Ma da cosa nasce tutto questo tormento? Perché Stefano Pirandello non si limita a narrare la vicenda di Selikdàr che potrebbe risultare interessante per conoscere la storia di un uomo vissuto in un mondo dove vige la legge della vendetta, della sudditanza al padrone terribile che si contrappone a un mondo civile e libero (si fa per dire) dove il protagonista viene catapultato, per scalare le vette inusitate del successo e del gusto della civiltà che trova riscontro nella musica e nell’arte pittorica?</p>
<p>La vita di Selikdàr è a specchio rispetto a quella di Simone Gei. Ma Simone Gei è Stefano Pirandello il quale fa un esame di coscienza della sua vita e vuole riscattere se stesso e forse anche il Padre padrone che è difficilmente riscattabile sul piano politico e forse anche sul piano morale.</p>
<p>Stefano è vissuto fino agli anni settanta del secolo scorso, ha vissuto la prima guerra mondiale da volontario, ha vissuto il Fascismo, ha assistito alla caduta del Fascismo e all’avvento della democrazia, ha avuto il dramma consolatorio dei figli partigiani, ha attraversato gli anni del boom economico e anche del terrorismo e ha potuto rivedere il passato con occhio critico.</p>
<p>Certamente avrà ripensato al padre che ha aderito al fascismo nel 1924, proprio  all’indomani dell’assasinio del deputato socialista Matteotti e questo noi non lo perdoneremo mai al grandissimo drammaturgo di cui tutti siamo innamorati. Ha innegiato al Fascismo in maniera pesante. Non si può dimenticare il suo discorso in camicia nera al teatro Argentina  dinanzi al Duce per osannarlo, né si possono dimenticare i suoi peregrinagi, senza frutto, a Palazzo Venezia per parlare col Duce che lo prese in giro sulla questione del teatro popolare nazionale che avrebbe dovuto finanziare e di cui Pirandello doveva essere l’animatore.</p>
<p>Il suo andare in giro con la cimice al bavero dava fastidio a tanti intellettuali che già si muovevano per vedere come abbattere una dittatura che avrebbe portato l’Italia allo sfacelo.</p>
<p>E Stefano viveva questa condizione politica senza fare nulla per cambiare la situazione. Del resto la famiglia Pirandello aveva bisogno di molti soldi, per via della madre ammalata e per il fatto che Luigi si fosse fatto carico del mantenimento di tutti i figli ai quali lasciava pochi margini di manovra se non quella di accudirlo e di fargli da segretari o amministratori.</p>
<p>La stessa Lietta si ribellerà contro quest’uomo dal ‘pizzetto mefistofelico e dagli occhi puntuti’, quando viene abbandonata e delusa per via del nuovo amore giovanile del padre che tutto si dona a Marta Abba.</p>
<p>Stefano, o meglio Simone Gei, vive nel suo salotto e frequenta gerarchi e uomini di cultura del regime e non può ribellarsi perché farebbe crollare il mondo di benessere della famiglia.</p>
<p>Scrive il romanzo, accumula carte, si rende conto che le carte gli possono bruciare nelle mani, preconizza una società comunisteggiante capace di potere risolvere le questioni sociali dell’Albania e quella è una pagina di grande intensità ideale che ci porta ai Kibuzim israeliani o ai Kolkos sovietici: forse una grande utopia di cui tutti ci siamo abbeverati.</p>
<p>Ma quelle carte devono restare sepolte come la scoperta copernicana. “Erano già allora i temi forti di Simone Gei. Lui già sentiva che costituivano ciò che egli ha da dire: la ragione per cui fa lo scrittore. E lo forzeranno ad esporre il Gran- Ladro, la scoperta centra! E le cocenti verità conglomerate. Le cose principali! Il Fare-finta-insieme ( che Simone non può menzionare senza subito tradurre Faire-semblant-ensamble), il Fare-Altro. Però lì devono restare. Appena trovati i modi di raffigurarsi, dovevano aspettare in lui sospesi un altro tempo. Che venisse un tempo quando lui potrà comunicarli. Ora intanto si costituivano in Sopramondo. Sopramondo: suo personale, e anche universale, ricchezza d’ogni scoperta sincera, sua, da non ridire a nessuno per adesso. Come: uno scrittore? Uno scrittore che non mette fuori la sua cosa più…? Bè, sì Che cos’era l’universo copernicano per Copernico che durò a vivere trenta o quarant’anni in un modo sempre tutto tolemaico, e svelò la sua verità segreta soltanto alla fine quando nessuno più avrebbe potuto arrostirlo vivo?</p>
<p>Non era il su Sopramondo, suo personale e anche universale? E per questo Simone chiamava fra sé “il Copernico” quello scrigno ove riponeva le sue carte segrete”.</p>
<p>Bella comodità quella di Simone Gei: Lui in salotto a disquisire con i gerarchi, in attesa che dalla cospirazione, dall’eroismo di tanti, costretti a morire, a stare in carcere o in esilio, potesse venire la libertà per le sue carte e poi magari lui si sarebbe adattato al nuovo regime dopo avere buttato alle ortiche la cimice dal bavero.</p>
<p>Ma questo  atteggiamento non confacentesi al ruolo di uno scrittore Simone lo capisce e al Maconio risponde: Io vado affemando tutte cose che annullano le fatiche mie, gli acquisti della mente che nessuno mi ha regalato, i travagli per dare a questo mondo un po’ di quel sopramondo senza di cui l’uomo sarebbe tutto ancora ‘N Quarit o poco più. SONO CONDISCENTENTE IN MODO PIETOSO. O SCHIFOSO. Ma che ci posso fare se a differenziarci nell’essenziale si va a finire tutti, tutti! In bocca ai soliti mascelluti?”</p>
<p>Simone comprende il dramma della reintroduzione della pena di morte e del ritorno, nel nostro paese, del carnefice, magari con la benedizione del frate, capisce il disonore delle leggi razziali e porta avanti un lungo e stucchevole discorso sulla pelle e sul colore di essa, degna del miglior Fantozzi che accarezzava i salotti fatti di pelle umana ma questa volta di pelle bianca e non nera perché quella nera non è buona neanche per fare i salotti.</p>
<p>Simone potrebbe aprire lo scrigno di “Copernico” e gridare a tutti la verità, ma è un uomo intimidito, un uomo che subisce all’infinito il “Timor Sacro” del “ padre lontano, pure questo costituitosi erta figura giudicante nell’animo del figlio? Conto aperto anche per Simone dunque, da quando aveva avuto l’ardire, appena uscito dalla guerra, nel ’18, di voltare le spalle agli sdegni biliosi e spropositati del genitore, che impediva alla mamma di pacificarli e gli gridava: sei un rinnegato!”</p>
<p>Simone spera che attraverso il libro e quindi la cultura possa avvenire la sua riconciliazione col padre bilioso, e continua a scriverlo nella speranza di superare “L’incibile timor sacro”.</p>
<p>Ma il riscatto di Simone e del padre avviene o no? Cade il fascismo, scoppia la guerra di liberazione e i giovani salgono in montagna per difendere la patria dall’occupazione nazifascista: i figli di Simone Gei sono diversi dai padri e vanno in montagna per ordine del Partito non per il Partito ma perla Patria. E’ la nemesi storica. Ritornano con la conquista della libertà e diventano resistenti, anche ai manganelli degli scelbini.</p>
<p>Riemerge il sangue di Ricci Gramitto e del 48 (1848-1948).</p>
<p>“Mio caro-rispose Simone- ,(a Cabras) “la situazione che si muove” e così “il tempo che agisce” sono modi di dire, per significare che io, in concreto, ho aspettato che agissero gli altri. Che combattesso loro, i miei figlioli”.</p>
<p>Questo è quanto abbiamo potuto capire del romanzo di Stefano Pirandello, anche alla luce del libro di Matteo Collura “Il gioco delle parti”. Lo abbiamo interpretato giustamente o ci siamo sbagliati? Noi non possiamo dirlo. Collura forse assentirebbe. Vi diciamo solamente che siamo uomini di ‘parte’ e giudichiamo stando dalla nostra parte per cui non chiediamo a nessuno di sottoscrivere i nostri giudizi. Del resto chi vuole può e deve leggersi il libro e capire tutto un mondo brutto e bello ma soprattutto brutto.</p>
<p>Il Professore Enzo Lauretta, grande studioso di Luigi Pirandello, asserisce che questo è un romanzo fuori di chiave e questo lo dice per affermare che è un libro diverso degli altri e forse ultramoderno, noi lo intendiamo nel senso che non c’è musica; il Professore Salvatore Ferlita ha presentato il libro ma la sua presentazione è stata ( così direbbe Stefano Pirandello) Copernicana, nel senso che non ha voluto dire nulla sul contenuto del libro per non sconsacrare una memoria in un luogo sacro.</p>
<p>Noi attrraverso la lettura abbiamo capito tante cose di un certo mondo letterario salottiero e ci schieriamo sempre di più per una letteratura coraggiosa, gramsciana che deve incidere nella società per cambiarla e modificarla positivamente, altrimenti avremo una letteratura “idiota”, come direbbela Marcheschi.</p>
<p>Ah! volevate sapere di Selikdàr? Leggetevi il libro e troverete un’altra storia strana ma molto affascinante.</p>
<p>Buona lettura.</p>
<p>Agrigento, 14 Gennaio 2012</p>
<p>Gaspare Agnello</p>
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		<title>Pietrangelo Buttafuoco… Dove Vuole Andare?</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Dec 2011 14:52:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaspare Agnello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gaspare Agnello]]></category>
		<category><![CDATA[pietrangelo buttafuoco]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi sono avvicinato a Pietrangelo Buttafuoco perché una bella professoressa ha voluto che presentassi, nella mia trasmissione “Un libro…per amico”,  il libro “Le Uova del Drago”.
Sono stato costretto a leggerlo e non ne ho avuto una impressione negativa, solo che mi ha impressionato il fatto che Buttafuoco asserisce che, sela Marinaitaliana non avesse tradito, probabilmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sono avvicinato a Pietrangelo Buttafuoco perché una bella professoressa ha voluto che presentassi, nella mia trasmissione “Un libro…per amico”,  il libro “<a href="http://www.gaspareagnello.it/2007/09/le-uova-del-drago-pietrangelo-buttafuoco-mondadori-2005/">Le Uova del Drago</a>”.</p>
<p>Sono stato costretto a leggerlo e non ne ho avuto una impressione negativa, solo che mi ha impressionato il fatto che Buttafuoco asserisce che, sela Marinaitaliana non avesse tradito, probabilmente la guerra avrebbe potuto avere altri esiti.</p>
<p>Lui è molto giovane e non ha visto la guerra; io sono più vecchio e posso dirgli che i quadrimotori americani oscuravano pure il sole. Quando arrivavano erano frotte immense e poi le colonne di carri armati che ho visto io erano solamente impressionanti.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2112" title="pietrangelo-buttafuoco-incontri-alla-torre-parrino-grotte" src="http://www.gaspareagnello.it/images/pietrangelo-buttafuoco-incontri-alla-torre-parrino-grotte.jpg" alt="pietrangelo-buttafuoco-incontri-alla-torre-parrino-grotte" width="582" height="569" /></p>
<p>Il mio paese Grotte (AG) era sede di Distretto Militare per cui era considerato un luogo da espugnare e sono arrivati con tale dispiegamento di forze che i nostri cannoni di legno posizionati nella marina siciliana erano cose ridicole.</p>
<p>Io non so se la Marina Italiana abbia tradito ma se, come sembra, ha tentato di salvare quello che restava della flotta italiana, ha fatto cosa meritoria.</p>
<p>Poi  ho letto il libro “Fimmini” e non mi ha trasmesso nulla per cui l’ ho regalato alla professoressa di cui ho detto.</p>
<p>Questa estate Buttafuoco è venuto a Grotte per presentare un suo libro di cui non ricordo il nome. Ho notato che prima che iniziasse la manifestazione è rimasto a lungo appartato con tanti suoi fans, venuti da fuori e tutti con le cimici attaccate al bavero delle giacche. Erano cimici simili a quelle che portava Pirandello e che tanto senso hanno fatto a molti antifascisti.</p>
<p><strong>Durante la presentazione del suo libro Buttafuoco  ha sferrato un attacco violento a Fini e poi ha detto che bisognerebbe smetterla di perder tempo a intitolare le strade dei nostri paesi alla Resistenza e fare invece altre cose più interessanti.</strong></p>
<p><strong>Io molto vigliaccamente non mi sono ribellato</strong> come era mio dovere, ma non l’ho fatto per non apparire provocatorio e per non disturbare la serata che era stata bene organizzata da amici di Grotte, con pompa magna e con elogi fuori dalle righe ordinarie.</p>
<p>Ora mi chiedo:<strong> perché in una serata culturale  Pietrangelo Buttafuoco viene a fare politica?</strong> Forse voleva fare contenti i suoi fans politici venuti appositamente a  Grotte per applaudirlo?</p>
<p><strong>Ma questo certamente è fuori luogo e poi parlare male della Resistenza proprio a Grotte io l’ho considerato un insulto a tutta una lunga tradizione laica e socialista del paese</strong>. Buttafuoco deve sapere che <strong>a Grotte esiste la via Bruto e non esiste la via Cesare</strong>, che a Grotte c’è stato uno scisma religioso molto importante, che a Grotte si è svolto il primo convegno regionale dei fasci dei lavoratori nel 1893. Potrei citare altri fatti storici che connotano il paese ma mi fermo qui.</p>
<p>Poi per quanto riguarda Fini perché attaccarlo proprio a Grotte nel paese dove negli anni cinquanta i giovani intellettuali hanno contestato Filippo Anfuso, ambasciatore della Repubblica di Salò a Berlino?</p>
<p>Se volessi entrare nel merito, cosa che non mi riguarda, dovrei dire che Fini, che a me non piace, ha il merito di avere chiuso con il Fascismo e quindi di sdoganare i post- fascisti, ha ricucito lo strappo con gli Ebrei, ha condannato le leggi razziali e, infine, ha liberato l’Italia dalla piovra del berlusconismo mentre i suoi colleghi approvavano leggi ad personam e  certificavano, con una voto parlamentare, che Ruby era la nipote di Mubarak.</p>
<p>Ora a prescindere da tutte queste cose, perché contaminare la cultura con le beghe politiche?</p>
<p>Non dico che l’intellettuale non deve essere schierato. Anzi l’intellettuale deve essere impegnato ma deve sapere dividere l’impegno culturale dalla propaganda minuta e di Partito.</p>
<p><strong>Allora mi chiedo dove vuole andare Buttafuoco. Vuole diventare scrittore o mira a un seggio parlamentare.</strong></p>
<p>Dalle cose che ho visto mi sembra che voglia indossare i vestiti del politico e allora buon divertimento. La sua vicenda non mi appartiene più perché io voglio avere a che fare con scrittori, magari di parte, ma scrittori.</p>
<p>Intanto si cerchi un partito; il popolo della libertà ormai si sta liquefando e i nostalgici del Duce non credo che avranno tanta udienza nel partito di proprietà del Cavaliere, c’è per fortuna STARACE (pardon Storace).</p>
<p>Agrigento,lì 18.12.2011</p>
<p>www.gaspareagnello.it</p>
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		<title>&#8220;Timor Sacro &#8211; Stefano Pirandello&#8221; a cura di S. Zappulla Muscarà, Breve Nota</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 14:33:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaspare Agnello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stefano Pirandello]]></category>
		<category><![CDATA[Timor Sacro]]></category>

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		<description><![CDATA[E’ stato presentato alla stampa della città di Agrigento il romanzo inedito di Stefano Pirandello “Timor Sacro”, curato dalla Docecente dell’Università di Catania Sarah Zappulla Muscarà ed edito dalla casa editrice Bompiani.
La Professoressa Zappulla pare che abbia adottato il figlio di Luigi Pirandello, Stefano, infatti alcuni anni addietro ha curato la pubblicazione in tre volumi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ stato presentato alla stampa della città di Agrigento il romanzo inedito di Stefano Pirandello “Timor Sacro”, curato dalla Docecente dell’Università di Catania Sarah Zappulla Muscarà ed edito dalla casa editrice Bompiani.</p>
<p>La Professoressa Zappulla pare che abbia adottato il figlio di Luigi Pirandello, Stefano, infatti alcuni anni addietro ha curato la pubblicazione in tre volumi di tutto il teatro di Stefano Pirandello sempre per la stessa casa editrice.</p>
<p>Dopo un grande padre che lo ha schiacciato e oscurato, Stefano Pirandello aveva bisogna di una madre che lo adottasse per riportare alla luce tutti i suoi scritti che meritano l’attenzione del mondo letterario italiano e del grande pubblico.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2106" title="pirandello_timor-sacro" src="http://www.gaspareagnello.it/images/pirandello_timor-sacro.jpg" alt="pirandello timor sacro" width="565" height="399" /></p>
<p>Nella sua lunga e dotta introduzione la curatrice avverte che si tratta di un romanzo pericoloso e di TUTTA UNA VITA.</p>
<p>Simone Gei, che è l’alter ego di Stefano Pirandello, è il protagonista del libro. Ogni personaggio del romanzo di Stefano Pirandello riecheggia una persona vera del suo mondo: “Quanto a Ludovico Gei, scrive la Muscarà, nel nome lontanamente riecheggia lo scrittore Ludovico Nota, di Vestire gli ignudi, a sua volta trasposizione letteraria di Luigi Capuana.</p>
<p>Un sottile gioco di rinvii, sovrapposizioni, ribaltamenti che investe pure il personaggio di Lora, i cui tratti simbolicamente alterati richiamano la moglie, la madre, la nonna di Stefano. Un travaso di consuetudini, costumi, vicende plurime che finiscono col comporsi, conservando tuttavia l’originaria, inconfondibile impronta. L’identità è pertanto l’esito di un processo negoziale tra storia personale, storia epocale e artificio narrativo. Non fucina di verità…La letteratura non può essere specchio o testimonianza del reale. Velleitaria, pertanto, giova ribadirlo, ogni identificazione di vita e di arte…</p>
<p>…Stefano Pirandello avvia Timor Sacro (9 capitoli articolati in 55 sezioni emblematicamente titolate, di difforme respiro narrativo) presentando la condizione di Simone Gei, scrittore “ corpulento e paziente, tardigrado nell’eleborazione” che, dopo numerosi anni di lavoro, non ha ancora finito il romanzo, “ di cui certo nessuno aspettava più l’uscita”, la storia sua e di Selikdàr Vrioni ( “ due vite a specchio” ), avviata “negli anni buoni, di mezzo ( malcapitati, ahilui, tra le due grandi guerre e qui da noi sotto una sopraffazione)”.</p>
<p>Il libro di Stefano Pirandello è un libro autobiografico, con congegni narrativi nuovi ed in cui si può trovare la storia del XX secolo vissuta dalla stesso Stefano che lo ha attraversato fino al 1972.<br />
Stefano, scorazzando nel suo secolo, parla dell’avventura del Fascismo, del massimo consenso, della proclamazione dell’Impero, delle leggi razziali, del ripristino della pena di morte e quindi del ritorno del boia.</p>
<p>E leggendo il libro si incontrano i personaggi politici del tempo e anche i grandi letterati.<br />
Insomma un libro del dramma personale di Stefano Pirandello, ma anche una storia del secolo “breve” e “nero”. Un libro ‘pericoloso’ e di non facile lettura, ma un libro che va letto perchè ci appartiene per tante ragioni, storiche e culturali.</p>
<p>La pubblicazione di “Timor sacro” diStefano Pirandello è un grande evento letterario di questo scorcio di anno.</p>
<p>Il comune di Agrigento, patrocinando la pubblicazione, ha voluto certamente rivolgere un grazie a Sarah Zappulla Muscarà per l’impegno che sta mettendo in campo, per fare scoprire l’arte di Stefano Pirandello che fu oscurato dalla grande figura del padre.</p>
<p>Agrigento,lì 20.12.2011</p>
<p>Gaspare Agnello</p>
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		<title>Václav Havel</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 15:17:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaspare Agnello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gaspare Agnello]]></category>
		<category><![CDATA[Václav Havel]]></category>

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		<description><![CDATA[All’età di 74 anni se ne è andato l’ex Presidente della Repubblica Cecoslocacca e anche di quella Ceca, Vaclav Havel, drammaturgo e scrittore.
Havel  è nato a Praga nel 1937  e si è affermato come drammaturgo, si oppose fermamente al regime comunista subendone persecuzione e  anche la carcerazione. Fu uno dei protagonisti della rivoluzione di Velluto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All’età di 74 anni se ne è andato l’ex Presidente della Repubblica Cecoslocacca e anche di quella Ceca, Vaclav Havel, drammaturgo e scrittore.</p>
<p>Havel  è nato a Praga nel 1937  e si è affermato come drammaturgo, si oppose fermamente al regime comunista subendone persecuzione e  anche la carcerazione. Fu uno dei protagonisti della rivoluzione di Velluto che portò alla caduta del comunismo e quindi venne eletto Presidente della Repubblica Cecosclovacca nel novembre del 1989.</p>
<p>La casa editrice di Treviso Santi Quaranta nel 2007 aveva pubblicato le sue memorie sotto il titolo “Un uomo al Castello”.</p>
<p>Nel 2010 la stessa casa editrice, nella collana Il Rosone, ha pubblicato “Lettere a Olga”, tradotte da Chiara Baratella, con un bel risvolto di copertina del raffinato Ferruccio Mazzariol, titolare della Santi Quaranta.</p>
<p>Il titolo originale dell’opera è: Dopisy Olze.</p>
<p>Havel venne arrestato, assieme ad altri cinque compagni, perché firmatario di “Charta77”e membro del comitato per la difesa delle persone perseguitate ingiustamente.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2102" title="vaclav-havel" src="http://www.gaspareagnello.it/images/vaclav-havel.jpg" alt="vaclav havel" width="467" height="350" /></p>
<p>Il processo si svolse presso il Tribunale cittadino di Praga nell’ottobre del 1979 e la condanna per Havel è stata di 4 anni e mezzo di carcere da scontare in un istituto correzionale di primo livello.</p>
<p>La carcerazione preventiva ha avuto luogo a Ruziné, mentre la detenzione a Hermanice e Plizen-Bory.</p>
<p>Il libro “Lettere a Olga”contiene le lettere dal carcere alla moglie Olga, una testimonianza e alcuni documenti relativi all’arresto, al processo e alla difesa.</p>
<p>Ferruccio Mazzariol scrive:  “Lettere a Olga è un’opera alta e inusuale, tra l’altro con splendide pagine sul teatro, che rispecchia tutto il mondo interiore di Havel: il suo pensiero e la sua religiosità, la grandezza e la forza culturale ed etica del suo umanesimo, e la sua incommensurabile dignità di uomo”.</p>
<p>Havel scrive:  “ noi siamo stati staccati in maniera traumatica , nascendo, dall’Essere e siamo stati subito scaraventati nell’incertezza del mondo, per cui l’uomo ha nostalgia della casa e del paradiso perduti; egli comunque è stato ‘gettato’ nell’aiuola feroce dell’esistenza e, attraverso questa esperienza, tende ardentemente all’integrità dell’essere, al suo significato, ricercandolo e “ costruendolo” con la sua vita: deve far fruttificare i suoi talenti e opporsi, senza violenza, all’ “Ordine della morte” in nome dell’ “Ordine dell’Essere”.</p>
<p>Havel è stato un intellettuale che si è opposto senza violenza, alla violenza della dittatura, e riuscì a far fruttificare i suoi talenti anche nel campo sociale.</p>
<p>La sua esistenza ci ricorda la drammatica esistenza di Antonio Gramsci che fu più terribile e drammatica di quella di Havel che noi vogliamo ricordare come intellettuale positivo che seppe incidere profondamente sulla società del suo tempo.</p>
<p>Agrigento, lì 18.12.2011</p>
<p>Gaspare Agnello</p>
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		<title>Stupir Lo Palato Con Spezie E Cioccolato di Dora Muccio e Dina Viglianisi &#8211; Recensione</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 17:28:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaspare Agnello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gaspare Agnello]]></category>
		<category><![CDATA[Dina Viglianisi]]></category>
		<category><![CDATA[Dora Muccio]]></category>

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		<description><![CDATA[Dora Muccio è una scrittrice raffinata che ha pubblicato nel 2000 il romanzo “C’era una valle”,  nel 2003 “Quaderni di silenzi” e nel 2006 “La clessidra di piombo”.
Nel2002 hapubblicato un libro di racconti e di ricette “Stupir lo palato. Non mangiar da struzzo” con la casa editrice Il Lunario di Enna. Questo libro è stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dora Muccio è una scrittrice raffinata che ha pubblicato nel 2000 il romanzo “C’era una valle”,  nel 2003 “Quaderni di silenzi” e nel 2006 “La clessidra di piombo”.</p>
<p>Nel2002 hapubblicato un libro di racconti e di ricette “Stupir lo palato. Non mangiar da struzzo” con la casa editrice Il Lunario di Enna. Questo libro è stato ristampato nel 2007.  L’opera, molto bella ed elegante, si impreziosisce dei disegni di Dina Viglianisi che danno un valore di strenna  alla pubblicazione.</p>
<p>Ritorna a questo genere nel 2009 con il libro “Stupir lo palato con spezie e cioccolato” sempre con la casa editrice Il Lunario di Enna e con le immagini fantastiche di Dina Viglianisi.</p>
<p>La Muccio, come abbiamo detto, è soprattutto una scrittrice per cui il nocciolo più importante dell’opera sono i racconti in coda ai qualila Mucciocolloca le sue ricette che vanno contestualizzate nelle situazioni, nell’ambiente, nel tempo.</p>
<p>I racconti sono dieci: Muretti, Trincea, La scala, La prima comunione, Lisuzza e il vulcano, Il matrimonio, il vestito e le uova, Madonna delle Grazie,’U signuri di li fasci, I pani di Icarina, Il miracolo.</p>
<p><img title="" src="http://www.gaspareagnello.it/images/con-spezie-e-cioccolato-stupir-lo-palato-copertina.jpg" alt="con-spezie-e-cioccolato-stupir-lo-palato-copertina" width="600" height="877" /></p>
<p>Protagonista, poi, della tavola è il cioccolato che ‘guarisce malinconia e tristezza’ e ti fa ‘sentire in paradiso’.</p>
<p>E il paesaggio siciliano pervade tutta l’opera:  il mare blu, i templi, i teatri greci, i mascheroni barocchi, le isolette costiere, la sabbia fine come polvere di zolfo, gli scogli neri come la pece o dorati come il grano, le agavi e le ginestre in fiore.</p>
<p>Nel racconto “Lisuzza e il Vulcano” emerge il piccolo paese alle pendici dell’Etna che caratterizza tutti i racconti.</p>
<p>Mentre Lisuccia stira o spolvera o cucina ‘le appare il suo paese con le strade lastricate di lava, la chiesa della Madonna della Provvidenza, il ponte sul vallone, le vigne i boschi di castagni. E risente l’odore delle minestre attaccate al fondo della pentola, specialità di donna Concetta che viveva in un mondo tutto suo. O il profumo di gigli rosa e della terra bagnata che sapeva di sottobosco, di felci, di ricci di castagne marci, di ciclamini e di funghi’.</p>
<p>E poi le situazioni sono tante come quelle della guerra  nel racconto “Trincea”, una prima comunione, un matrimonio, la storia della fornaia Icarina e del suo matrimonio mancato, la festa della madonna delle Grazie di Enna, l’emigrazione e il ritorno.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2097" title="" src="http://www.gaspareagnello.it/images/non-mangiar-da-struzzo-stupir-lo-palato-copertina.jpg" alt="non-mangiar-da-struzzo-stupir-lo-palato-copertina" width="600" height="824" /></p>
<p>In questi contesti l’autrice colloca le sue ricette che sono a base di pomodori verdi, di pecorino, di marmellate, di cipolle, di uova, di patate, di pere, di mele, di ricotta, di zucca gialla, di melenzane, di carne, di pesce e di tente altre leccornie.</p>
<p>La cucina che viene fuori dalle ricette della Muccio è la cucina mediterranea a base di prodotti genuini della nostra terra, ma è una cucina sana e raffinata in cui ha anche valore il modo di apparecchiare la tavola e il modo di servire e di intrattenere i propri ospiti. Viene fuori la sacralità greca dell’ospite e la convivilalità dell’uomo Gesù che approfittata della tavola per seminare il suo credo e la sua fede.</p>
<p>Il libro della Muccio condito di cioccolata e dei meravigliosi disegni di Dina Viglianisi, chiamati ‘immagini fantastiche’, diventa un piatto prelibato che dovrebbe trovarsi in tutte le nostre librerie.</p>
<p>E noi sotto le feste di natale abbiamo voluto presentare il lavoro della Muccio e della Viglianisi per creare un clima di festa con una tavola che tutti possono permettersi e con i tipici vini siciliani che ormai si avviano a conquistare il mondo.</p>
<p>Alla Muccio auguriamo che la sua prossima pubblicazione possa trovare un editore che abbia la capacità di poter distribuire il libro in tutto il territorio nazionale. Questa scrittrice merita una platea nazionale perché i suoi libri parlano di sentimenti, con una prosa bella, elegante e semplice ma non banale.</p>
<p>Agrigento,lì 15.12.2011</p>
<p>Gaspare Agnello</p>
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