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di Rosalia Centinaro Savatteri – Leonardo Sciascia ci racconta della sua prima volta a teatro in ”Nero su nero”, quando ancora ragazzo nel teatro di Racalmuto, vedi caso progettato da un altro Sciascia (Dionisio), assistette alla tragedia “Amleto”, vedi caso la tragedia per eccellenza sul potere e ne rimase  rapito e scrive: ”Lì ho vagheggiato il mio destino nel teatro: a scrivere per il teatro”. Nel suo paese, fa anche, da giovane ventenne, l’esperienza di una regia teatrale che viene apprezzata e lodata. Pubblicate alcune sue opere letterarie, gli viene riconosciuta dal mondo del teatro la facile disponibilità di tali opere alla trasposizione  scenica. Alcune di queste verranno rappresentate a teatro come “Il giorno della civetta”, ”Il consiglio d’Egitto”, ”A ciascuno il suo”, e ultimamente “La scomparsa di Maiorana”. Ormai scrittore  affermato, presenta alle scene una sua drammaturgia : ”L’Onorevole”nel 1965, “I mafiosi” nel 1969, rifacimento della  commedia dialettale di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca,”La controversia liparitana” nel 1972.

Da  ricordare anche la sua collaborazione col settimanale ”L’Espresso” come critico teatrale. Sciascia aveva del teatro, come del resto Pirandello maturo, la concezione come di un atto liturgico, in cui l’officiante, in questo caso l’attore, incarna e  porta sulla scena il “verbum”, cioè il personaggio definito, creato dalle parole  dell’autore. Una concezione così  altamente ideale che gli impedirà di scendere a compromessi  con il mondo  dei teatranti, ma d’altra parte si rendeva conto di come il teatro , per il suo potere dialogico, per il suo coinvolgimento emotivo e razionale, potesse essere un importante mezzo di   comunicazione   per veicolare messaggi e denunce. Ci si chiede allora come mai i suoi testi teatrali ad una analisi critica si rivelarono meno convincenti dei testi  letterari.

Per capire i motivi di questo divario ci è utile un breve riferimento a Pirandello, anche perché Sciascia di Pirandello ha letto e riletto, studiato , meditato, per tutto il tempo della sua attività letteraria e critica, le opere, la vita, il pensiero, l’arte.” Su i libri di Pirandello ho passato molte ore della mia vita; e moltissime a ripensarli, a riviverli”. (“Pirandello, mio padre”) . Dobbiamo  riconoscere che Pirandello, prima di arrivare a quel successo che lo porta al Nobel, ha vissuto un lungo tirocinio a volte con esiti fallimentari. Ma non si è rassegnato, e dopo una parentesi di dieci anni, ritorna al teatro, certamente per motivi economici, come egli confessa nelle sue lettere ai familiari, il che sarebbe, però, troppo riduttivo, ma vi ritorna  soprattutto perchè aveva il teatro nel sangue, come si legge ancora in una lettera ai suoi familiari in cui esprime con passione   tutto il  suo incontenibile e bruciante amore per il teatro. Egli del suo teatro segue le messe in scena, ha un rapporto diretto con registi, attori, critici. Fonda una sua compagnia teatrale  e si confronta con i maggiori  teatri europei, Berlino, Parigi. Tutto questo invece è mancato a Sciascia, il quale, non sappiamo se in modo provocatorio , non interagisce con attori e registi, ignora quelle che sono le leggi di mercato. Su L’Espresso del 30 novembre del 1980 scriveva:”C’è stato un momento, che è durato due o tre anni, in cui sentivo irresistibile il richiamo del teatro, e comunque della forma dialogica. Me ne sono ritratto, quando, ai primi tentativi, mi sono imbattuto nel regista. Non ho avuto la forza di scontrarmici, e credo sarebbe stato inutile. Da semplice spettatore, il mio vagheggiamento è di un teatro che si attenga alle didascalie dell’autore.”  E nel 1981 a Davide Lajolo diceva: ”C’è molto dialogo nelle mie cose: e ad un certo punto ho sentito il bisogno di scrivere per il teatro. Ma mi sono imbattuto nel regista. Questa mediazione devastatrice (devastatrice dei testi ) mi ha sconvolto, mi ha allontanato. Peccato: forse era un amore che poteva durare. Ora lascio che altri ridica le mie cose per il teatro. Con molta indifferenza: come nei riguardi del cinema.”E nei riguardi degli attori così si esprimeva sui tanti modi che questi sceglievano per entrare nel personaggio: ”Sì, tanti: e io lascio che ogni attore cerchi il suo. Quel che non sopporto è il taglio e la ricucitura, lo stravolgere il senso di una cosa fino al non senso”.   Sappiamo, poi, perché ce lo ha detto egli stesso, che dal “pirandellismo in natura”  che lo ossessionava e lo spingeva alla solitudine, si salva, perchè, “ha bevuto in altre cantine” quelle della cultura francese del Settecento, “il secolo educatore” come egli lo definisce, che gli aprono altri orizzonti. Montesquieu, Voltaire, Diderot, Courier, lo stesso Manzoni gli parlano di “ragione” , di vita secondo ragione, di  libertà, di affrancamento da ogni servitù e servilismo, di diritto , di giustizia, di uguaglianza. Sono anche “le cantine “della cultura spagnola, a cui aveva attinto prima ancora  che a quelle francesi,  Cervantes, Calderon de la Barca e poi Garcia Lorca,  Unamuno, Ortega y Gasset, Azana, il presidente della Repubblica spagnola nel difficile e tragico momento della guerra civile (1936/39), che gli parlano di onestà morale e intellettuale, di altruismo, di eroici sacrifici, di verità e ancora di diritto e di giustizia. La verità che è una e una sola: la verità pubblica, che, secondo lui, si rivela “ nella letteratura che della verità è figlia”  più che nella storia. Allora il suo impegno letterario diventa  anche un impegno civile rivolto allo smascheramento delle imposture  della società, dello Stato, del potere, della politica, al disvelamento delle verità, quelle effettuali,che,”in un totale rovesciamento  dell’ottica pirandelliana” esistono, ma si vogliono occultare, nel quale impegno dimostra sempre  una coerenza e un tenace concetto che non si piega mai a mediazioni e a compromessi. Per meglio dire tre sono i principi alla base delle opere di Sciascia che ne formano la struttura portante: la ragione, la verità , la giustizia, che per adempiere la loro funzione dipendono l’uno dall’altro: la facoltà umana della ragione ci fa accedere alla verità, la quale porta alla giustizia.   Pertanto il teatro nella sua finzione scenica, anche se può essere un mezzo di coinvolgimento, non trasmette tout court la verità come il testo letterario. Infatti dopo “L’Onorevole”, lo scrittore pubblica “I Mafiosi”, che sono la rielaborazione di una commedia dialettale dell’Ottocento di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca, che nella tematica si riallacciano alla prima e  “La recitazione della controversia liparitana” che non ha alcun apparato scenico, ma prevede solo la lettura,la recitazione del testo.

L’Onorevole    

Dopo il successo de “Il giorno della civetta “, messa in scena dal  teatro stabile di Catania nel 1965, viene commissionata a Sciascia dai dirigenti dello stesso teatro un’opera scritta solo per il teatro. Sciascia scrive quindi “L’Onorevole”, a cui abbiamo  aggiunto  “ una commedia che non è una commedia” che non è una mia aggiunta arbitraria , ma una definizione dello stesso scrittore. Cercheremo di capire  il perché di questa definizione. Nella nota introduttiva al testo pubblicato nel  1965 da Einaudi lo scrittore dice:”Questa non è una commedia. E’ ‘uno sketch in tre tempi con due o tre caratteri, poiché il destino di questa commedia che non è una commedia è forse quello della lettura (benché sia nel cartellone di un teatro stabile in questa stagione 1964/65), tengo ad avvertire il lettore che l’ho scritta in pochi giorni, dal lunedì alla domenica, avrei potuto lavorarci un po’ di più…ma  perché? Mi interessava fare una proposta, tentare un assaggio: di cominciare a scrivere su certe cose; di misurare ancora una volta le censure istituzionali, ambientali e psicologiche del nostro paese”

Sciascia, scrivendo ciò, si capisce bene che mette le mani avanti facendosi una consapevole autocritica, ma previde  bene nel suo tentativo di assaggio, perché le censure che voleva misurare risposero con tempestiva prontezza: L’Onorevole sparì dal cartellone (fu sostituito col “Miles gloriosus”). Le pressioni, le rimostranze più o meno dirette sostituirono la censura ufficialmente abolita: erano imbarazzanti le rassomiglianze del protagonista della commedia con l’esponente di un locale potentato del partito della maggioranza. Lo scrittore era riuscito nel suo intento, aveva raggiunto il suo scopo: fare una denuncia del potere costituito e nello stesso tempo una provocazione politica, sociale e culturale. Ne nasce una accesa polemica, che suscita un vivo interesse a livello nazionale, a cui partecipano i vari quotidiani. Nell’aprile del 1965 la commedia viene letta al teatro mobile di Franco Zappalà, alla fine della lettura prende la parola lo scrittore che dice:”La commedia non esiste, la commedia è quello che è avvenuto dopo”, e, nel sottolineare il destino teatrale del suo teatro, esprime anche tutta la sua amarezza. La commedia verrà rappresentata nell’aprile del ’66 nell’estrema parte opposta dell’Italia, a Torino, al “Teatro delle 10” da una compagnia, che mirava a rappresentare teatro contemporaneo. La prima messa in scena avrà luogo nell’aprile del 1966. Su questa rappresentazione la critica esprime le sue riserve, ma confida in una futura attività teatrale di Sciascia. Il pubblico invece è entusiasta di un testo “  che dice cose sacrosante”. Sciascia ha centrato bene il messaggio sociale e il suo sdegno è quello di tutti gli spettatori che vanno numerosi a ringraziare gli attori che hanno portato sulla scena un teatro che dice la verità. Non si può non ricordare la rappresentazione della “Compagnia dell’atto” del 1993, quando in Italia imperversava lo scandalo di tangentopoli e le notizie sui  processi  per collusione mafiosa riempivano i quotidiani e i telegiornali. Immaginate il successo della commedia, la critica in un coro unanime osannava la preveggenza di Sciascia e la qualità di un testo che metteva in luce incredibili   contenuti  anticipatori. Una preveggenza che verrà riconosciuta a Sciascia anche in occasione della pubblicazione di “Todo modo”, a cui seguirà il sequestro e la morte di Aldo Moro. Tanto che in un’intervista a cura di Rita Cirio, in”L’Espresso”, (25 ott.1987) lo scrittore diceva: ”Dopo “Todo modo” mi era venuta una certa paura dell’immaginazione e mi ero dato al racconto-inchiesta. ”Sciascia non era certamente un profeta, era semplicemente una persona che, nel far di conto, sapeva bene che due più due avrebbe fatto sempre quattro e ne traeva le dovute conseguenze che, da scrittore, condivideva con i suoi lettori. La verità è che noi lettori,  a volte, siamo volutamente ciechi, volutamente incapaci di far di conto a tempo debito,”retorica aiutando e spirito critico mancando”, come aggiungeva lo scrittore.

“Nella commedia si sviluppa un intreccio nel complesso lineare. Negli ultimi anni del secondo dopo guerra (1947), un professore di lettere, in un piccolo centro di provincia, conduce una modesta e dignitosa esistenza con la sua famiglia, arrotondando lo stipendio con lezioni private. L’equilibrio di questa famiglia viene sconvolto da una proposta, rivolta al professore da un monsignore locale, di una candidatura nella lista democristiana per le elezioni politiche imminenti. Il professore, dopo un primo tentativo di rifiuto, accetta e ,nel giro di pochi anni, subisce una metamorfosi: l’esercizio del potere lo trasforma in uno spregiudicato professionista della politica, pronto a scendere a compromessi  e intrallazzi. Anche la famiglia lo segue e lo asseconda in questa nuova vita, perfino il genero, che aveva cambiato bandiera, dopo essere  stato un accanito attivista comunista. Ma la moglie, rimasta sola a difendere le ragioni dell’onestà, capisce che l’agiatezza e la ricchezza raggiunte sono frutto degli affari illeciti del marito e teme che questi da un momento all’altro venga arrestato. Per questo suo assillante timore viene considerata una demente che deve essere ricoverata in una casa di cura. E tocca al monsignore locale il compito di convincerla ad un temporaneo ricovero in una clinica. E quando la  signora è già convinta,  una diversa conclusione  stravolge  l’impianto della commedia: l’attore nel ruolo di monsignore si toglie nel  palco gli abiti di scena e avverte gli spettatori che  si è trattato di uno scherzo: la moglie dell’onorevole non aveva avuto scrupoli né rimorsi di coscienza, infatti alcune immagini proiettate su uno schermo la mostrano sorridente ed elegante a fianco del marito in cerimonie mondane ed inaugurazioni.” La commedia si divide in tre tempi, nei quali mancano la suddivisione in scene, le indicazioni relative alle posizioni delle porte, alla collocazione dei mobili. Certo lo scrittore non sembra  preoccuparsi  troppo del momento della rappresentazione. Gli ammiccamenti a Pirandello sono evidenti: la scena iniziale del primo atto rassomiglia molto alla scena terza del primo atto de “L’uomo, la bestia e la virtù”: il professore Frangipane che spezza il pane delle umane lettere ai quattro ragazzi a cui dà lezioni private. Alla finta pazzia della signora Fiorica de “Il berretto a sonagli “ si può ricondurre  quella della signora Assunta, moglie del Frangipane. Del secondo tempo, che si rivela più movimentato con un ritmo più felicemente teatrale, va sottolineata la  scena sesta in cui la cameriera di casa Frangipane riesce a raccontare, riassumendola in un breve arco di tempo, una situazione più generale. Questa, infatti, interpella direttamente il pubblico, infrangendo antinaturalisticamente la quarta parete, come quella della “Cantatrice calva” di Jonescu, anticipando  la scena  più significativa del finale (p.118). Da sottolineare, sempre in questo secondo atto, il lungo dialogo tra il prof. Frangipane e la moglie Assunta, in cui la statura morale  conferisce alla donna piena dignità di personaggio, mentre l’onorevole non riesce a trovare una compiutezza artistica (p.119)”. Da sottolineare anche il colloquio tra il mafioso don Giovannino Scimemi e il professore ormai onorevole che sviluppa il tema della collusione tra mafia e politica e quello della speculazione edilizia che trascinano il neopolitico agli ultimi gradini della corruzione morale (p.120)” Quando sono andato al suo paese, l’ho anche trattato male. Ho posto un aut aut a quelli del direttivo locale: se don Giovannino sale nel palco con me io non parlo. E don Giovannino, poveretto, è rimasto giù. Per di più, nel discorso ho detto chiaro e tondo che i voti dei mafiosi non li volevo. E credete che don Giovannino si sia offeso? Neanche per sogno. Alla fine del discorso mi si è avvicinato e mi ha detto:”professore, io il mio voto glielo debbo dare: perché non sono un mafioso e lei, glielo voglio dire,  parla di mafia per conoscenza di libri”. E debbo riconoscere che aveva ragione”. Nel terzo atto la metamorfosi del professore è completa, gli resta da risolvere la demenza della moglie che non vuole accettare la nuova agiatezza e ricchezza. Nel dialogo tra la signora Assunta e monsignore Barbarino, chiamato perché cerchi di capire le cause del suo turbamento, Sciascia sferra uno tra i suoi più aspri attacchi ai meccanismi perversi del potere. Le battute di Assunta non hanno più il ritmo del parlato , si fanno letterarie e assumono un pathos morale autentico e perché? , è lo stesso Barbarino a darci la risposta (pag.121).”Ma si rende conto, signora, che stiamo facendo un discorso pazzesco? Che stiamo dicendo cose che sembrano uscire da uno di quei libelli di un nostro scrittore che non voglio nominare?” Con un pizzico di civetteria lo scrittore si autocita e definisce pazzesche le cose che scrive come pazzeschi sono i discorsi che fa Assunta nel suo delirio di verità. Certo questo personaggio che si eleva sugli altri crea qualche scompenso nell’armonia dei ruoli, ma, come fa notare Calvino in una lettera a Sciascia del 26 ottbre1964, ciò non toglie vitalità al dramma: ”questa brava signora Assunta che tu ci hai quasi nascosto per due atti, adesso deve farsi portavoce di discorsi tuoi, da saggista letterario, sociologo della civiltà di massa e riformatore giansenista. Grave errore? Certo, però è proprio per questo errore che  la commedia vive e segna – al di là della sacrosanta polemica civile – un passo avanti nella tua storia di scrittore e nella nostra comune  ricerca “. Alla fine del colloquio con Barbarino, Assunta ha capito che deve allontanarsi da una società che premia gli ingiusti, che da relegare è lei e non il marito, accetta  l’allontanamento, ma non è pentita della sua pazzia, tra la menzogna e la verità ha scelto la verità  che però non ha posto in questo mondo. E’ da sottolineare come Sciascia denunci, ancora una volta, la vexata questio delle indebite ingerenze della Chiesa nelle questioni politiche del nostro paese,  sembra di risentire la voce di Brancati che ne ”Il ritorno alla censura”diceva :”Cosa sono questi confessori, questi officianti dalle cui mani levate al cielo si partono le fila degli appalti, delle concessioni, delle cariche amministrative?” E Sciascia continua qui, in questa commedia, a mettere in evidenza la complicità della Chiesa nella collusione tra mafia e politica. Il periodo in cui si svolgono i fatti della commedia è lo stesso periodo in cui si muove Monsignor  Ficarra, di cui Sciascia scrive in “Dalle parti degli infedeli”, e che è l’emblema di una religiosità autentica che, al contrario di quanto fanno i vari Barbarino dell’epoca, rifiuta ogni complicità con gli intrighi della politica, non si lascia corrompere e perciò viene allontanato dal suo magistero con una ignominiosa beffa ordita da prelati delle alte sfere gerarchiche. Viene nominato arcivescovo di Leontopoli di Augustamnica, città ormai scomparsa. Nella nostra commedia la corruzione di Frangipane avviene per opera di un ministro della Chiesa. Il professore ha venduto l’anima al più insospettabile dei demoni, un rappresentante di Dio sulla terra, la cui  vittoria è ancora più grande perché perpetrata ai danni di chi conosce bene la pericolosità dell’oratoria. (Altri preti diabolici compaiono nelle opere di Sciascia,come il don Gaetano di “Todo modo”,un prete di vastissima cultura non pedante e libera da ogni vincolo morale, padre Cricco di”Una storia semplice” implicato nel furto di una antica pittura). Ecco improvviso il finale spiazzante: le luci si abbassano, scompare Assunta, viene illuminato l’attore-Barbarino che sul palco comincia  a spogliarsi degli abiti talari, mentre, rivolgendosi al pubblico,  afferma di avere scherzato, anzi è stato tutto uno scherzo, perché è impossibile che nel momento in cui viviamo ci possano essere pregiudizi, angosce e conflitti morali e chiede perdono se qualche spettatore avesse preso sul serio lo scherzo portato avanti sulla scena. Per rassicurare ancora di più il pubblico, viene approntato uno schermo in cui viene proiettata la cronaca dell’inaugurazione dell’ultimo festival del cinema di Venezia dove occupano i primi piani l’onorevole, la moglie elegante e sorridente, i figli dell’onorevole. Un ribaltamento sornione, gelidamente divertito che nega e inficia il significato di tutta la rappresentazione. “Un finale amaro e sarcastico, in cui, ancora una volta, il moralismo e il pessimismo di Sciascia hanno il sopravvento “come scrisse il critico teatrale, Alberto Blandi, sulla Stampa di Torino il 14/4/1966. Di  questa commedia  vi voglio sottolineare  i due motivi che appaiono portanti e importanti:

1)  la gestione del potere, la legittimità del potere e la sua corruzione che  nella commedia è rappresentata dal partito di maggioranza;

2) il valore della lettura  dei libri , della cultura .La letteratura è un tema che scorre sotterraneo per tutta la durata del testo e che fa da controcanto a quello più scoperto della corruzione del potere.

Ed è con un riferimento letterario che inizia l’opera: sono i versi “25-32”  del carme 7° del Libro 1° dei Carmi di Orazio, una scelta che non è certo casuale sia per quel che concerne il poeta , sia per il contenuto dei versi. Orazio, secondo la tradizione, è il poeta vate, cioè il sacerdote delle Muse che ha il compito di parlare la parola della verità, come colui che della nobilissima arte, la poesia, è chiamato a valersi per il bene dall’umanità.   Il poeta del “ carpe diem” dell”aurea mediocritas”  che è la via di mezzo, dell’”exegi monumentum aere perennius “ il poeta  consapevole della immortalità della sua arte, figlio di un liberto, venuto a Roma dalla provincia (Venosa, un paese al confine tra la Puglia e la Lucania), che diventa per l’onestà e la schiettezza del suo sentire e per la nobiltà della sua arte, il caro amico di Mecenate, l’”editus regibus,” e anche dello stesso Augusto, in un rapporto di cordialità, lontano da ogni forma di servilismo. Anche l’eroe rievocato nei versi, Teucro, è un uomo singolare. Figlio di Telamonio , re di Salamina,  e fratello di Aiace, ritornato in patria alla fine della guerra senza il fratello, viene scacciato dal padre perché non aveva saputo difendere il fratello, nell’assegnazione delle armi del morto Achille , e per l’affronto l’eroico Aiace si era suicidato. Teucro non si perde d’animo, anzi rincuora i suoi compagni che nulla hanno da temere sotto la sua guida, li invita a scacciare ogni pena e preoccupazione con il vino, e a risolcare il mare in cerca di una nuova Salamina , perché  patria è dovunque ci si trovi bene. E per associazione il pensiero va a Dante e al suo Ulisse che, dopo essere arrivato a Itaca, risolca il mare “per seguir virtute e conoscenza”.  L’altro poeta latino a cui Sciascia  fa riferimento è Lucrezio, l’autore del “De rerum natura” ,che il prof. Frangipane aveva progettato di tradurre prima di darsi alla politica. Lucrezio  considerava la sua  un’opera di apostolato nella diffusione della dottrina epicurea, ma soprattutto nel recupero della poesia e della sua finalizzazione in quanto strumento di divulgazione della verità. Una finalizzazione in cui Sciascia pienamente si riconosceva per averla fatta sua. Un altro scrittore  è Miguel Cervantes, il cui “Don Chisciotte”, fin dalle prime scene, viene insistentemente evidenziato, quasi come segnale tematico, come punto di appoggio delle ragioni di Assunta, a cui segue per conseguenza tematica “La vita è sogno” di Calderon de la Barca. Sulla scelta di questo bisogna spendere qualche parola in più.  Del  Don Chisciotte Sciascia  scrive, in un articolo raccolto in “Ore di Spagna,”:”Il Don Chisciotte” è un libro che dà una particolare gioia ai pochi che ancora lo leggono e fa parte delle conoscenze di molti che non lo leggono. Ma per coloro che ancora lo leggono e lo amano è un libro unico. La gioia che dà è quella che inesauribilmente danno tutti i grandi libri; ma in più vi trascorre la gioia delle illusioni che ogni opera delusa riesce ad assaporarvi e in più l’idea che vi si assomma della letteratura  quasi ne fosse lo specchio  e il segno più alto.…..Forse il libro continua ad essere, tra i grandi, uno dei meno letti. Ma ha una vitalità che va al di là delle pagine, che si è incorporata ad un modo di essere, all’esistenza stessa in quel che ha di nobiltà, e di poesia.” E Sciascia conosceva anche la “Vida de don Chisciotte Y Sancho” di Miguel de Unamuno, il filosofo rettore dell’Università di Salamanca che aveva osato  coraggiosamente contrastare,  durante la guerra civile in Spagna (ott. 1936),  le dichiarazioni razziste e violente del generale Millan Astray, che, nel paraninfo dell’Università, aveva osato oltraggiare baschi e catalani, unendosi al grido di”Viva la muerte”. A costui, mutilato di guerra, Unamuno aveva contrapposto Cervantes, anche lui mutilato, sottolineando che” Un mutilato che non abbia la grandezza spirituale di Cervantes, cerca di solito un macabro sollievo nel provocare mutilazioni intorno a sé….” E aveva aggiunto, con l’autorevolezza che gli si addiceva” questo è il tempio dell’intelligenza e io ne sono il sommo sacerdote. Voi state profanando questo sacro recinto. Vincerete perché avete la forza bruta, ma non convincerete. Perché per convincere dovete persuadere e per persuadere occorre proprio quello che a voi manca: ragione e diritto nella lotta.” Commenta Sciascia ”Eccolo dunque arrivato alle due grandi parole” ragione e diritto”. Il Chisciottismo , che nella sua sfera nobile ed ideale è quasi sogno e irrealtà, è invece una prova del rispetto della dignità umana e senso di giustizia, ed è la lezione  principale che Sciascia ha appreso da Unamuno, che non solo ne ha scritto, ma lo ha anche professato. Una lezione che Sciascia ha fatto sua, riflettendola in tutte le sue opere e ponendola come vessillo di tutte le sue battaglie civili e politiche. E solo per questo hanno un senso i suoi continui riferimenti al don Chisciotte e ad Unamuno. Sciascia conosce anche l’incubo di cui parla Borges in una sua conversazione: era il terribile incubo narrato dal poeta inglese Wotdswort in”The Prelude”: in un mondo che stava per essere sommerso da un diluvio di acqua e di luce si salvava solo un beduino che, a cavallo di un suo cammello, teneva in mano una pietra e una conchiglia, e nel beduino si riconosce  Don Chisciotte, nel cammello Ronzinante e nella pietra” Il Don Chisciotte ”l’opera di Cervantes e Borges non si  chiede il perchè di queste associazioni per il fatto che nel suo “Pierre Menard  autore del Don Chisciotte” aveva fatto già un apologo sull’eternità del”Don Chisciotte”e sulle infinite possibilità di lettura che il libro offre ad ogni epoca, ad ogni generazione, ad ogni lettore. Sciascia aveva letto anche le “Meditazioni  del Chischiotte (1914) del filosofo Ortega y Gasset, un’altra opera che lo spinge a meditare e a identificare il “Don Chisciotte “con l’emblema di una difficile ricerca di valori di giustizia e verità a cui la letteratura deve tendere, perché possa ribaltare la miseria del  reale e orientare la società civile con la forza degli ideali. Cervantes (come il Voltaire di Candido) fu per Sciascia, dunque, un modello di audacia intellettuale  e di cultura. L’ osservatorio privilegiato fu certo, in un primo momento, la miseria della realtà siciliana che gli offriva gli scenari per un tragico confronto tra verità e impostura, con conseguenti compromessi tra rappresentanti politici e mafie locali. Pertanto Assunta, opponendo al corrotto presente la povertà e la libertà di essere se stessi,”richiama il marito all’indipendenza e alla superiorità della cultura attraverso il “Don Chisciotte” che egli un tempo leggeva e riteneva il libro più grande del mondo.  Arriviamo, pertanto al tema centrale: la gestione del potere che viene presentato su due piani,quello della pratica,e quello della teoria. Nei primi due tempi si sviluppa l’aspetto pratico, nell’ultimo tempo quello teorico. Pertanto assistiamo alla metamorfosi del professore, che a poco a poco viene strappato, allontanato dagli affetti familiari (non ha nemmeno il tempo di visitare la nipotina appena nata), dalle sue passioni, quali la lettura ,il progetto di tradurre Lucrezio, ma soprattutto dai suoi principi basilari, quali l’intransigenza, il rigore morale, e consapevolmente si rende conto dei meccanismi del sistema politico nella cui rete è caduto.  Sciascia ci tiene a precisare, nella premessa all’opera, che sono meccanismi a cui si adegua ogni partito politico arrivato al potere, tanto è vero che lo stesso Frangipane ad un certo punto pronuncia le più severe accuse contro il suo stesso partito (p.126). ”Un deputato qui deve essere una specie di sbriga faccende, deve occuparsi di passaporti, di portodarmi, di pensioni… Per i primi due anni del mio mandato ritenevo che il mio dovere, dentro un’assemblea legislativa, fosse soltanto quello di partecipare alla formazione delle leggi … Ma quando mi sono accorto che, dentro il mio stesso partito c’era chi s’adoperava per scavarmi una fossa: eh no allora io scendo a combattere con le vostre stesse armi …  Il moralismo, caro monsignore, è una fillossera nella pratica politica” Il problema del potere  viene affrontato, quindi nel suo significato universale, esistenziale, etico. Sottolinea Calvino”… la materia della vicenda fino allora contestata solo dall’interno viene aggredita dall’esterno da tutte le parti e le scaglia “ contro i sentimenti, l’irrazionale, la letteratura, Cervantes, Calderon, Pirandello, l’anima, i carabinieri la morale asistenziale” Ed è Assunta a concludere che ”Nessuno può governare senza colpa”; è stato già detto … Si: il fatto stesso che un uomo, chiamato dagli altri o imponendosi da sé, si ritenga nel diritto o nel dovere di governare, è già una caduta, una colpa… E in questo senso, forse, il governare ha un suo rovescio di beffa, di sogno… Ma è una colpa che un uomo, un gruppo di uomini deve prendere su di sé; e dunque è anche una prova e se anche non si può uscire innocenti da questa prova, almeno bisogna uscirne nudi”, come Sancio al termine del suo governatorato. Anche lo scrittore  ha partecipato alla vita politica del nostro paese non solo da elettore, ma anche da eletto. E’stato eletto a pieni voti  nel consiglio comunale di Palermo, nel  1975,  da cui si è dimesso dopo poco tempo nel 1977, deluso e ancor più polemico, avendo capito che “il potere era altrove “e non nel consiglio comunale; è stato eletto nelle fila del partito radicale  sia al parlamento italiano che a quello europeo, ed ha scelto il parlamento italiano, nel 1979, non dimenticando mai di essere uno scrittore, convinto che uno scrittore  deve sempre poter dire che” la politica di cui si occupa è etica”. Per quanto riguarda l’altro tema portante dell’opera e cioè “il valore dei libri della cultura” dobbiamo rilevare che  per Frangipane, professore di lettere, prima di diventare onorevole i libri erano stati un godimento, un piacere “quando c’erano i libri c’era libertà , c’era speranza”. Quando il professore non legge più perde la serenità, non ha più il senso della verità, della giustizia. Mentre di libertà e giustizia comincia a parlare la moglie che non ha smesso di leggere e spera di continuare a leggere libri , “ma di quelli che fanno pensare, che fanno impazzire ancora di più … Almeno lo spero, così come spero ci siano altri pazzi come me, nel mondo …” E in questo “ spero”ripetuto, ribadito sentiamo la voce non della signora Assunta , ma dello  scrittore Sciascia, che è stato fino ad un certo punto della sua vita come ci dice A. Motta” lo scrittore più accanito della speranza, … ha sempre disperatamente cercato la speranza,nella storia, nella città degli uomini, e non in quella del’utopia … Nessuno più di Sciascia, da intellettuale, da uomo e da cittadino, ha rifiutato così lucidamente la rassegnazione” (A.Motta – introduzione a “Leonardo Sciascia”).”Lo scrivere è sempre un atto di speranza” diceva Sciascia, nonostante il pessimismo di cui ci si può ammantare. Infatti da qualcuno è stato definito “il sereno pessimista”. Mi auguro che resti in noi  della lezione di Sciascia,  della partecipazione a questa conversazione: l’amore per la lettura dei libri, che fanno pensare e che fanno impazzire, una lettura  che apra alla “ libertà e alla speranza”, per raggiungere verità, onestà, giustizia, nel contesto umano, civile  e politico in cui siamo stati chiamati a condurre la nostra esistenza. E se questi valori sono irraggiungibili in certi momenti della nostra storia e della nostra vita non ci resta che, come diceva Sciascia  intervistato da D. Laiola” Non accettare verità rivelate o fabbricate. Non vedo altra condotta per me o altra speranza”. Per ritornare all’assunto iniziale, questa commedia non è una commedia, perché approntata in pochi giorni, perchè non riveduta e  rifinita come  consigliavano  critici e amici, ma perché Sciascia non rispetta il formalismo letterario, non segue fedelmente i generi letterari, come gli avviene anche con il saggio e il romanzo. Egli stesso confessa che quando iniziava a scrivere non sapeva se ne sarebbe venuto fuori un saggio o un romanzo  tanto che finiva per essere saggista là dove aveva iniziato da romanziere e romanziere là dove aveva iniziato da saggista. Così gli avviene con il teatro, dove le rappresentazioni  teatrali finiscono per diventare panphlets sulla politica o rivisitazioni storiche sul potere e sempre  denunce dei mali, delle inefficienze  sociali, politiche e culturali del nostro paese, perché la letteratura nelle sue varie forme e generi non può venir meno al suo mandato che, secondo Sciascia, è quello di disvelare la verità, soprattutto la verità pubblica, e lui, da intellettuale e da scrittore, da uomo e da cittadino, da accanito sostenitore della speranza, ha rifiutato sempre la rassegnazione, per continuare a credere nella realizzazione dei valori fondanti di una società civile, bene organizzata e giusta.

“A questo punto potremmo andarcene a casa: a dormire il nostro sonno sereno sgombro da ogni preoccupazione nei riguardi  dell’onorevole e di donna Assunta … Ma perché  non andarcene con una più rassicurante visione negli occhi e nel cuore ..? Ecco ve la diamo in ripresa diretta: ecco il prof. Frangipane che sta concludendo il discorso: ”Attraversiamo un difficile, delicato momento. La vita della nazione è insidiata, esposta ai pericoli e ai mali che son propri, direi, allo sviluppo, alla crescita, e possono essere fatali: ma quando si edificano opere come questa che siamo qui  per inaugurare, quando si conoscono le virtù di sobrietà, di parsimonia, di risparmio del nostro popolo, allora sorge l’auspicio, la certezza anzi che insidie , pericoli e mali saranno superati e annientati … e consentitemi dunque – eminenza, signore e signori, amici – consentitemi di concludere con le parole di un grande poeta latino:” Cras ingens iterabimus aequor -“ domani risolcheremo l’infinito mare.”

Agrigento, 21.03.2019
Rosalia Centinaro Savatteri

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Rosalia Centinaro Savatteri